Memoria e Futuro

Rantolando nel buio

di Marco Di Salvo 6 Agosto 2026

Ieri scrivevo di “Una Città”, la rivista di Forlì che da trentacinque anni fa dell’essere coerentemente schierata senza manicheismo un punto d’orgoglio. Vale la pena ripartire da lì per una cosa più scomoda da ribadire, soprattutto se confrontata con quello che succede in politica da quella che dovrebbe essere la sua parte: ha una linea, e si capisce, leggendola, da che parte sta. Sull’Ucraina invasa, sul diritto a morire con dignità, sulla maternità surrogata, sulla giustizia internazionale. Una rivista da poche centinaia di lettori sa dove sta. Il Campo Largo, che dovrebbe guidare l’alternativa a un centrodestra sempre più spostato a destra, no. Basta riguardare insieme gli ultimi giorni.

Domenica scorsa Giuseppe Conte, a PiazzAsiago, ha annunciato che sulle armi all’Ucraina deciderà chi vince le primarie: prima si fissano punti non negoziabili, poi voteranno gli iscritti. Lunedì Elly Schlein lo ha corretto in diretta, ai microfoni del Tg3: “non funziona così”, ha tagliato corto, ricordando che il programma condiviso va scritto prima da tutta l’alleanza. Martedì i due si sono seduti a pranzo a Roma per abbassare i toni, un incontro che Conte ha derubricato a normale dialettica tra alleati che si rispettano, senza sciogliere il nodo di merito. Resta aperto il Safe, il prestito europeo per la difesa: contrari Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra, diviso il Partito democratico. Restano, soprattutto, i due mesi sprecati dal 23 marzo, giorno in cui il No al referendum sulla giustizia aveva aperto una crepa nel governo Meloni: il tempo per scrivere una piattaforma è passato a litigare sul metodo per sceglierla. Ancora attendiamo di sapere quali prodigiose novità programmatiche ha apportato alla discussione  l’iniziativa “Nova” di Conte per un programma “dal basso” (dalle parti dove sto io si commenta con “Nova!” la reiterazione di vecchie storie).

E se sulle armi la coalizione litiga almeno su qualcosa, sui diritti e le garanzie (anche solo dal punto di vista simbolico) si defila e basta. Martedì la Camera ha approvato, 178 voti a favore e 97 astensioni, la legge che istituisce il 17 giugno come giornata nazionale dedicata a Enzo Tortora e alle vittime degli errori giudiziari, la data del suo arresto nel 1983 per un’accusa da cui fu poi pienamente assolto. Sì da centrodestra, Italia Viva, Azione. Astenuti in blocco Pd, M5S e Avs: una cambiale, dicono i critici, pagata alla leadership dell’Anm dopo la vittoria referendaria di marzo. Sarà. Ma un’area politica che si dice di sinistra e non riesce a intitolare una giornata alla memoria di chi ha subito ingiustamente il carcere non ha un problema tattico: ha smarrito l’idea stessa di cosa sia la difesa dei diritti dei cittadini, quando non tornano comodi al proprio percorso per la presunta vittoria. Basti pensare a come la dialettica dei “leaders” della coalizione si presenta giorno dopo giorno: una volta si sarebbero definiti “alti lai”. Ma sotto i lai, nulla. La vicenda Del Mastro di ieri è lì come ennesima dimostrazione.

Lo smarrimento si vede ancora meglio sul fronte mediorientale, dove la stessa area politico-culturale che presume di poter governare questo paese dal prossimo anno dovrebbe saper distinguere fra critica a un governo e odio per un popolo ha lasciato che a maggio si arrivasse a invocare roghi di libri contro Erri De Luca, colpevole di essersi definito sionista e di aver negato il genocidio a Gaza, e che il Roma Pride escludesse dalla propria parata il gruppo Keshet, ebrei e Lgbt insieme. E non parliamo di come si stanno attrezzando a livello locale le varie feste de l’Unità sul tema, con titoli e relatori una volta relegati a contesti ben più estremisti e minoritari. Si può, anzi si deve, raccontare la tragedia palestinese senza sconti. Non lo si può fare scivolando nell’antisemitismo, né restando zitti quando lo fa qualcun altro in proprio nome. È esattamente la distinzione che “Una Città” sa fare con i suoi racconti da Israele. È la distinzione che il Campo Largo, stretto fra la spinta centrista di Azione e Iv e quella più radicale di chi insegue Di Battista sulla causa palestinese o sulle vicende ucraine (che detto così fa ridere), ha smesso di provare a fare.

Chiudo l’ultimo numero di “Una Città” e mi sorprendo a pensare una cosa semplice, quasi imbarazzante da scrivere: se avesse un simbolo che è ad essa in qualche modo collegato da scegliere sulla scheda, lo voterei senza alcun problema. Poi alzo gli occhi verso la televisione, cerco quella stessa area politica tra chi dice di rappresentarla in Parlamento, e non la trovo più. Trovo partiti che si beccano tra loro per un po’ di spazio in più, che recitano l’opposizione a un centrodestra che, piaccia o no, oggi è molto più solido della coalizione che dovrebbe sostituirlo. I valori che un tempo tenevano insieme quell’area — la politica estera, i diritti, la dignità delle persone — sono scomparsi dietro questo atteggiamento: non è più una questione di contenuti, è diventata solo una questione di etichetta. Il prossimo anno se continua così, temo, resterò ancora a casa.

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