Memoria e Futuro
Notte prima delle elezioni
Stanno lì, e scalpitano. Certo, forse stando ai margini del campo si vedono meglio certe cose, ma questo è quello che pare accadere a Rosy Bindi e Silvia Salis in questi mesi: due donne che scalpitano visibilmente ai bordi della partita politica nazionale, con modi sorprendentemente simili nonostante le ragioni profondamente diverse che le spingono. Entrambe mantengono un atteggiamento di disponibilità sussurrata, entrambe si espongono appena quel tanto che basta per rimanere nella conversazione, entrambe usano il linguaggio del servizio come scudo contro l’accusa di ambizione. Ma come ci sono arrivate a questo punto, e soprattutto come lo gestiscono, racconta storie quasi opposte.
Bindi, dopo ventiquattro anni di Parlamento, nel 2018 ha detto stop. Niente ricandidatura, una scena di ritiro consapevole dal campo. Ma il silenzio è durato poco. Negli ultimi anni continua a occupare posti marginali ma visibili: comitati referendari, presidenze di comitati di celebrazioni di anniversari, riunioni pubbliche, ma soprattutto televisione. Non è una candidatura — è una presenza. E questa presenza è sempre accompagnata da quella tonalità particolare del linguaggio: “potremmo fare ancora qualcosa”, “la formazione politica è importante”, “le reti associative vanno ricostruite”, il tutto con lo stile del servizio, della abnegazione, come se il problema non fosse che lei vuole rimanere protagonista ma che il Paese ha bisogno di lei. La televisione è il suo campo naturale: interviste dove lascia trasparire una disponibilità (“se mi chiedessero…”), subito smorzata da una precisazione fintamente modesta sulla sua dedizione al privato, agli studi teologici, ai viaggi. Il suo scalpitare ai bordi ha la cadenza stanca di chi non riesce a staccarsi veramente dalle luci, di chi sente ancora quella febbre della competizione che ha caratterizzato una vita intera dentro le strutture del potere. Quando mi passa davanti durante lo zapping serale televisivo (quasi sempre sullo stesso canale in orari e programmi diversi) non posso fare a meno di pensare al 2028 e alla sua potenziale presenza tra i candidati al Quirinale (in continuità ideologica, ma anche quasi estetica, con l’attuale reggente della presidenza della repubblica). E un po’ mi preoccupa.
Silvia Salis arriva da una strada completamente diversa. Non viene dalla politica di partito, non ha fatto le assemblee congressuali, non conosce il conflitto interno della lotta fra correnti. È stata sempre prima “convocata”: decente atleta olimpica italiana , a fine carriera “nominata” dirigente dello sport italiano, un curriculum da persona seria e comprovata. I partiti l’hanno cercata direttamente per candidarla sindaco di Genova (per il quale ha lasciato il precedente incarico) — non attraverso primarie, non attraverso una competizione interna, ma tramite una chiamata diretta, una nomina. È questo il punto cruciale che spiega tutto il resto. Non è abituata al confronto democratico fra pari, perché non ha mai dovuto affrontarlo. Ti cercano, ti propongono, tu dici sì o no. È semplice, verticale, privo di conflitti. Certo, c’è la campagna elettorale, ma non hai dovuto fare la fatica per arrivare ad esserlo, candidata. Un po’ come la Bindi che, nel lontano 1989 trovo un scranno europeo in quanto rappresentante dell’Azione Cattolica (ed erede morale del defunto Vittorio Bachelet trucidato dalle BR) e da lì si scatenò, poco prima e durante Tangentopoli contro il suo partito di elezione, diventando la figura che conosciamo e che le ha permesso di tornare in Parlamento con continuità invidiabile.
Per questo quando emerge l’idea di primarie a livello nazionale per scegliere il candidato del centrosinistra, la reazione delle due è ferma: “No, grazie”. È la reazione di chi non sa veramente cosa siano, chi non le ha mai sentite come un momento di formazione e di confronto, ma solo come un’imposizione fastidiosa di cui liberarsi. Poi per la Salis arriva Bloomberg, la intervistano a livello internazionale, l’aria di “anti-Meloni” la circonda, e la tempesta politica interna del centrosinistra la travolge improvvisamente. Allora fa marcia indietro, ma a modo suo, di lato: “una richiesta unificante” la accetterebbe, cioè senza primarie, cioè senza confronto diretto con gli altri candidati. Anche lei scalpita (anche danzando in piazza a Genova) ai bordi con lo stesso linguaggio di Bindi — “se mi chiedessero”, “non posso dire che non lo prenderei in considerazione”, sempre con quella sfumatura di chi compie un sacrificio, chi abbandona un incarico per dovere morale e senso dello Stato. Ma la ragione profonda è radicalmente diversa. Bindi scalpita perché, aldilà dell’immagine “monastica” è intrinsecamente competitiva e non riesce a smettere, perché la lotta politica è il suo elemento vitale. Salis scalpita perché vorrebbe ma forse non sa come stare veramente dentro la partita, perché le manca del tutto la gavetta del conflitto interno, la pratica di perdere e di rialzarsi, la durezza di combattere dentro il proprio partito prima ancora che contro il nemico esterno. Certo, l’esperienza nello sport non manca, ma il contesto è diverso: lì, tendenzialmente, è sempre il migliore che vince. In politica, meno…
E, in più, quando la politica non ha gavetta (e poco più di un anno da sindaco non è gavetta) — quando i caratteri non si formano nel conflitto quotidiano, nelle sconfitte amministrative, nel confronto diretto con l’opposizione — allora tutto diventa comunicazione, tutto diventa tattica, tutto diventa il tentativo di rimanere rilevanti senza rischiare davvero nulla. E se continua così, la notte prima delle elezioni sarà ancora molto lunga. E figurarsi l’arrivo della luce del giorno.
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