Memoria e Futuro
Pausa
Non è una fuga, e non è nemmeno pigrizia, né è solo una vicenda di stagione, anche se è d’estate che viene naturale parlarne: è che a un certo punto il flusso delle notizie smette di essere materia da commentare e diventa rumore bianco, e chi scrive un pezzo al giorno se ne accorge prima degli altri, perché è il primo a doverci mettere sopra un pensiero compiuto ogni mattina. Il burnout da notizie incommentabili è una cosa reale, anche se nessuno gli ha ancora dato un nome ufficiale: è la sensazione di trovarsi davanti a un evento — l’ennesima gaffe, l’ennesimo scontro tra “leader”, l’ennesima cifra sparata in tv — che non merita un’analisi, perché non contiene niente di nuovo da analizzare, ma che va comunque riempito di parole solo perché è il turno di quella giornata. Si finisce per scrivere non su quello che succede, ma sul fatto che succede, il che è un esercizio diverso, più povero, e alla lunga logorante.
C’è anche un elemento che non riguarda solo l’estate, ed è bene dirlo chiaramente: il ciclo delle notizie non si limita più a ripetersi solo vicino alle ferie, si autoalimenta, in ogni stagione dell’anno. Un episodio minore diventa un caso perché viene commentato, e viene commentato perché nel frattempo è diventato un caso: la rilevanza si genera da sola, a prescindere dal contenuto. Scrivere ogni giorno significa entrare in quel meccanismo e contribuire ad alimentarlo, anche quando lo si fa con l’intento contrario, con l’ironia o con la critica. Il pezzo che smonta un caso mediatico finisce comunque per tenerlo in vita un giorno in più — e questo vale a gennaio come ad agosto, la pausa estiva è solo il momento in cui diventa più facile accorgersene.
Per mesi la cadenza quotidiana di questa rubrica ha avuto un senso preciso: mi costringe a leggere tutto, a scartare, a trovare l’angolo che nessun altro ha usato, ed è un allenamento che tiene la scrittura viva. Ma ha anche un costo che raramente si ammette ad alta voce, ed è il fatto che trasforma ogni notizia — anche quella minima, anche quella evidentemente vuota — in un’occasione obbligata, e un’occasione obbligata per scrivere smette presto di essere un’occasione. Si scrive per riempire uno spazio, non perché ci sia davvero qualcosa da dire, e il lettore attento lo capisce anche quando l’autore si sforza, meglio che può, di non farlo percepire.
Quindi la pausa, questa volta, non è un rinvio a settembre con la promessa di tornare identici a prima. È piuttosto la scusa buona per cambiare regola: smettere di inseguire l’attualità giorno per giorno e riservarsi la libertà di scrivere solo quando c’è davvero qualcosa che merita un pezzo — un fatto che apre una crepa, un libro che chiarisce qualcosa, un parallelo che non è ovvio. Il resto del tempo, silenzio, senza il bisogno di giustificarlo con un articolo sul perché si sta zitti. Non è detto che i pezzi diventino più rari; è probabile che diventino più liberi, il che a volte significa anche più brevi, più laterali, più simili a un’osservazione buttata lì che a un editoriale con l’obbligo di concludere qualcosa.
C’è un rischio in questo, ed è quello di scomparire per davvero, di trasformare la pausa in assenza. Ma è un rischio che vale la pena correre contro quello opposto, molto più insidioso, che è continuare a scrivere avendo ormai poco da dire e mascherarlo con mestiere. Il mestiere si vede sempre, alla lunga, e non è un complimento che si vuole ricevere. Buone vacanze.
Caro Marco, leggendo il tuo articolo mi è venuto da pensare che, forse, il problema non è soltanto il burnout di chi scrive. È anche la stanchezza di chi legge. Ogni giorno chiediamo ai lettori di attraversare decine di editoriali come se ogni notizia contenesse davvero un pensiero nuovo. Ma non è così. Ci sono giorni in cui il gesto più onesto non è trovare un’interpretazione a tutti i costi, bensì riconoscere che un fatto non apre nessuna domanda ulteriore. Il silenzio, in questi casi, non è una rinuncia alla scrittura, è una forma di rispetto. Perché anche le parole consumano. E quando vengono usate per riempire uno spazio invece che per illuminare un’esperienza, finiscono per assomigliare al rumore che vorrebbero spiegare. Forse la libertà più difficile, oggi, non è quella di poter scrivere tutto, ma quella di scegliere di scrivere solo quando una parola aggiunge davvero qualcosa al mondo.