Altissima Fedeltà
Perfect Day di Lou Reed: la natura ambigua di un brano tra l’ultimo Wenders e Trainspotting
Buio in sala.
A Tokyo, Hirayama ha finito di pulire i bagni della città, è a casa disteso sul tatami. Inserisce la cassetta nel vecchio registratore.
Parte la musica.
Chiude gli occhi, accenna appena un sorriso.
Il suo corpo non ha peso.
L’immagine sfuma nel komorebi tra le foglie.
Lo ritroviamo in bicicletta mentre attraversa la città nella luce serena che precede il tramonto, sulle stesse note.
Stacco.
Stessa musica, altro mondo.
Edimburgo, fine anni Ottanta.
Renton è steso sul tappeto rosso dell’appartamento del suo spacciatore, si è appena iniettato una dose di eroina.
Parte la musica.
Il suo corpo è un piombo, cede e sprofonda inghiottito dal pavimento, prima di essere trascinato su un taxi verso il pronto soccorso.
Da un lato la levità minimale di Perfect Days di Wim Wenders, 2023.
Dall’altro la discesa agli inferi di Trainspotting di Danny Boyle, 1996.
Eppure a tenere insieme due contesti opposti c’è la stessa canzone: Perfect Day di Lou Reed.
Come può un brano farsi contemporaneamente cielo e abisso?
Perché è nato con due volti.
Per Lou Reed era il semplice racconto di una giornata al parco con la fidanzata, tra una sangria e una passeggiata allo zoo.
Ma chiunque la ascolti coglie l’inquietudine e sente l’ombra della dipendenza.
Basta una frase per incrinare la superficie: «You’re going to reap just what you sow».
Raccoglierai ciò che semini.
È una tregua armata con i propri abissi, non una passeggiata romantica.
È l’illusione di chi prova a sentirsi “una persona migliore” almeno per un pomeriggio.
L’ambiguità di Perfect Day è il risultato di una speciale alchimia tra parole e arrangiamento
E questo avviene a Londra ai Trident Studios.
Siamo nel 1972 .
E’estate, Lou Reed porta in studio il suo pomeriggio allo zoo.
Voce scabra, pochi accordi.
Alla produzione c’è David Bowie che quel buio lo conosce, e sa bene come si indossa una maschera: in quei mesi lui è Ziggy Stardust.
E c’è Mick Ronson, braccio destro di Bowie, che si accomoda al pianoforte, disegna un giro struggente e vi aggiunge un’esplosione di archi.
Sopra, la voce scabra e vulnerabile di Reed.
Geniale.
È il buio avvolto nella seta del glam rock.
Ora il brano è capace di assumere il colore di ciò che gli si mette davanti: con Wenders diventa sollievo, con Boyle il baratro di un’overdose.
Perfect Day è contenuta in un album che si chiama, guarda caso, Transformer.
Esce nel novembre del 1972 in un 45 giri che è un doppio lato A, insieme a Walk on the Wild Side.
Da lì ha inizio un viaggio lungo cinquant’anni tra schermo e realtà, in cui cambia pelle senza mai modificare una sola nota.
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