Syd Barrett primo piano in bianco e nero

Altissima Fedeltà

E fu così che Syd Barrett non si presentò alle prove

di Anna Gamberini 2 Ottobre 2026

Cambridge, primi anni Sessanta, città di biciclette riposte con cura, dove il disordine era ammesso, purché restasse educato.
In una stanza presa in prestito ci sono cappotti appoggiati male, strumenti assortiti e quattro ragazzi.
«Ciao Roger. Nick? Come va, Richard?»
«Tutto a posto, Syd.»
«Ragazzi, le cover ci sono, ma… come ci chiamiamo?»
Syd pensa a due bluesman: Pink Anderson e Floyd Council.
Ci gira attorno un attimo, poi se ne esce: «Pink Floyd.»
E così nacquero i Pink Floyd.

All’UFO Club ci andarono già con quel nome: era il posto giusto per loro, luci psichedeliche, esperimenti, quella sensazione tipica degli anni Sessanta che tutto potesse ancora succedere.
Nel 1967 uscì “Arnold Layne”, una canzone su un ladro di biancheria femminile.
In classifica, però, ci andarono con “See Emily Play”.

La fama arrivò improvvisamente.
«Un contratto con la EMI, ci pensate?» disse uno dei quattro.
Non Syd.
Lui ai sogni di gloria preferiva scrivere.
Il primo disco, The Piper at the Gates of Dawn, è quasi tutto suo.
È come uno di quei disegni che i bambini fanno all’asilo: colorato, strano, pieno di cose che sembrano messe lì senza una ragione, e invece una ragione ce l’hanno.
Un infantilismo un po’ inquietante.
Un azzardo che funzionò.
Per qualche mese sembrò tutto perfetto. Poi quando il sogno diventa un lavoro cominciano i problemi.
Tour, TV, interviste, richieste continue: comincia la corsa di un treno su cui salgono tutti, tranne Syd.
Lui non segue.
E lo si vede nelle piccole cose: una canzone nuova che porta in sala prove e che non assomiglia a niente di quello che stavano suonando.
Un accordo tenuto troppo a lungo, come se avesse dimenticato dove si trovava; gli occhi fissi su un punto della stanza che agli altri sembra vuoto.
A volte non suona.
A volte suona altro.
Altre volte non c’è.
Una sera resta immobile sul palco, la chitarra al collo, senza toccare una corda per tutto il pezzo, e il pubblico, che non può saperlo, crede sia parte dello spettacolo.
Le cose smettono di funzionare in modo quasi impercettibile, senza un momento di rottura preciso.

Per fortuna c’è David Gilmour, amico di tutti, che spesso va a trovare la band anche in sala di registrazione.
«Ci sono date, concerti, contratti. David, capisci che siamo in difficoltà?»
«Ragazzi… Syd è mio amico…»
«Ma chi lo capisce più? Non suona, o suona cose sue mentre noi facciamo altro. E adesso? Lo aspettiamo. Lui dov’è?»
«Ok», disse David Gilmour. «Contate su di me, quando Syd Barrett crea problemi.»
Per un po’ suonano in cinque.
Poi in quattro, ma diversi. Syd è ancora nel gruppo, ma sempre più estraneo, un nome sulla locandina, non più una presenza nella stanza.
La band non lo caccia.
A un certo punto risultò più semplice non passare più a prenderlo.

1975, Abbey Road.
I Pink Floyd stanno terminando un lavoro lunghissimo, un brano scritto per un amico che nessuno vede più da tempo.
Un uomo entra in studio. Aria vaga, immagine appesantita, capelli e sopracciglia rasati.
Si chiedono chi sia.
Qualche minuto dopo, qualcuno lo riconosce: «È Syd!»
La commozione è forte, mista a sconcerto, nel vederlo così.
Gli fanno ascoltare il pezzo.
Si intitola Shine On You Crazy Diamond, ed è tutto per lui: il “diamante pazzo” del titolo è lui, anche se Syd non sembra rendersene conto.
«Allora, che ne pensi?»
Lui ascolta fino alla fine, poi con naturalezza: «Suona un po’ vecchio.»
Un po’ di imbarazzo, come capita quando non si sa cosa dire.
Quel pomeriggio, dicono, in studio si festeggia un matrimonio: il clima è festoso, qualcuno brinda, c’è anche una torta da qualche parte.
Syd resta un po’ in disparte, come sempre.
Poi se ne va in silenzio, senza salutare.
Nessuno di loro lo rivedrà mai più.

Syd tornerà a Cambridge, e riprenderà il suo vero nome: Roger.
Passerà il resto della vita a dipingere e a curare il giardino, lontano da tutto e da tutti.
Era la sua forma di serenità, sostenuta dalle royalties che regolarmente percepiva.
Come racconterà David Gilmour anni dopo: «We made sure the money got to him all right»
(ci siamo assicurati che i soldi gli arrivassero).

 

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