Manhattan in bianco e nero

Altissima Fedeltà

Ottobre è Gershwin e un clarinetto trasforma le città nella Manhattan di Woody Allen

di Anna Gamberini 14 Ottobre 2026

Negli anni Venti, qualcuno ebbe un’idea audace: elevare il jazz al rango di musica sinfonica.
Quel qualcuno era Paul Whiteman, direttore d’orchestra tra i più famosi d’America, che per il suo concerto del febbraio 1924 cercava un pezzo nuovo e pensò a un giovane compositore di Broadway: George Gershwin.
Gershwin, un po’ distratto e un po’ geniale, si trovò improvvisamente coinvolto: lesse su un giornale che avrebbe presentato un nuovo “concerto jazz” di lì a poche settimane.
Si parlava proprio di lui: peccato che non avesse ancora scritto una nota.
Panico.

La data è fissata, i biglietti venduti e nel pubblico siederanno mostri sacri della musica colta come Sergej Rachmaninov e Igor Stravinsky.
Cosa fare?
Partire.
Salì su un treno per Boston e, tra i sobbalzi metallici e il rumore delle rotaie, immaginò la sua musica come un collage di New York: frammenti, ritmi, improvvisazioni.
Quello che per chiunque altro sarebbe stato solo un viaggio fastidioso, per lui diventa un incubatore sonoro.
Come racconterà lui stesso:
«L’ho sentita come una sorta di caleidoscopio musicale dell’America: del nostro vasto crogiuolo nazionale, del nostro inimitabile slancio, dei nostri blues, della nostra follia metropolitana.»
Poche settimane dopo, nel febbraio del 1924, nacque Rhapsody in Blue.
E quel clarinetto vertiginoso all’inizio, che sembra un attacco d’ansia ben orchestrato?
Fu un’improvvisazione scherzosa, durante le prove, del clarinettista Ross Gorman.
Gershwin ne fu folgorato e lo lasciò intatto.
Così l’inatteso entrò nella storia.
Cinquantacinque anni dopo, quell’attacco apre un film: Manhattan.
Lo firma Woody Allen.
L’idea gli era venuta ascoltando Gershwin: un omaggio romantico alla sua città, in bianco e nero, a metà strada tra l’ironia di Io e Annie e la gravità di Interiors.
Ma a lavoro finito, qualcosa in lui stonò: ebbe una crisi di fiducia, propose alla United Artists di tenerlo nel cassetto e di girarne un altro gratis.
Per fortuna la proposta non fu accolta.
Manhattan uscì nell’aprile del 1979 e diventò un cult.
E con lui Rhapsody in Blue da musica di successo divenne pura evocazione: senti quel clarinetto e la città si trasforma in un film.
Come accade qui a Bologna, mentre avverto l’arrivo dell’autunno da quell’inclinazione di luce che taglia i viali e da un’aria che sa già di lana.
Gershwin irrompe, spalanca una finestra invisibile, sale su un tetto immaginario e lascia partire quelle note.
Le persone iniziano a camminare come comparse di un film in bianco e nero.
I lampioni si accendono in anticipo e la città ricorda improvvisamente di avere un’anima.

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