Memoria e Futuro

Punto Zero

di Marco Di Salvo 15 Luglio 2026

C’è un vizio linguistico che la politica italiana ha ereditato dall’informatica senza capirne la grammatica: chiamare le proprie riforme come si chiamano gli aggiornamenti di un programma. Quante volte abbiamo sentito, riportate pedissequamente dai giornalisti a seguito, Scuola 4.0, Giustizia 2.0, la Terza Repubblica evocata come fosse un service pack, il PNRR che avanza a “milestone” e “target” quando basterebbe dire tappe e obiettivi. È un lessico rassicurante, perché promette continuità: ogni versione nuova include la precedente, la migliora, non la cancella. Ci si illude così che la riforma sia un progresso lineare, un firmware che si scarica di notte mentre il paese dorme e al mattino trova tutto aggiornato, più veloce, più sicuro. Peccato che la politica non sia un sistema operativo, e che martedì alla Camera qualcuno abbia dimostrato, con una precisione che nemmeno un ingegnere informatico avrebbe saputo programmare meglio, che la versione 2.0 della legge elettorale non è nemmeno arrivata alla 1.0. È rimasta, per mantenere il lessico (che nessuno in questa occasione userà) in beta, e la beta è crashata: 188 no contro 187 sì, un voto di scarto, e il sistema si è chiuso da solo.

L’emendamento Bignami, quello sulle preferenze, avrebbe potuto e dovuto essere il pezzo di codice più semplice da approvare, dopo tanta discussione: lo avevano scritto Fratelli d’Italia, Noi Moderati e l’Udc, lo sostenevano a voce anche Lega e Forza Italia, e la premier in persona si era intestata la battaglia, arrivando a sfidare pubblicamente le opposizioni perché rinunciassero al voto segreto. “Ci mettiamo la faccia”, aveva scritto Meloni sui social (anche questo tic retorico degno di miglior causa e invece usato ad ogni piè sospinto, che a me fa venire in mente sempre questa canzone di Mario Venuti), in quello che è parso un modo elegante per dire ai suoi: se non votate a favore, fate sapere chi siete. Le opposizioni hanno risposto chiedendo lo scrutinio segreto, come da regolamento, e nel segreto dell’urna una trentina o forse quaranta deputati di maggioranza (quella maggioranza che doveva rappresentare il rinnovamento spinto, la Politica x.0) hanno deciso che la faccia, quella, preferivano non metterla per niente. Il governo, che avrebbe potuto rimettersi all’aula e restare defilato, ha scelto invece di esprimere parere favorevole: una decisione che ha trasformato un incidente parlamentare in una sconfitta politica con nome e cognome. Aggiornamento fallito, rollback automatico: e la responsabilità, come sempre accade quando un sistema si blocca, resta indefinita, sparsa tra mille processi in background che nessuno riesce a tracciare. Un vero Punto Zero della legislatura, a quattro anni dall’inizio.

Il bello, se così si può dire, è che l’informatica insegnerebbe anche la lezione opposta a quella che la politica ne ha tratto. Chi scrive codice sa che una versione zero non è un fallimento: è il punto di partenza onesto, la dichiarazione che il prodotto non è ancora pronto per essere chiamato con un numero pieno. Il punto zero di ieri, in questo senso, è più sincero di tutte le riforme 2.0 raccontate finora. Dice la verità: che questa maggioranza, arrivata al giro di boa della legislatura dopo aver perso a marzo il referendum sulla giustizia, non ha in questo momento i numeri per scrivere le regole con cui si vince o si perde. Non un progresso interrotto, ma un ritorno all’origine: la scoperta che il pacchetto di voti su cui Palazzo Chigi ha costruito ogni narrazione degli ultimi tre anni non esiste più, o esiste solo quando nessuno può controllarlo scheda per scheda. Che fare adesso? Proseguire con lo stesso programma o buttare a terra il PC per comprarne uno nuovo (aka elezioni anticipate)?

Meloni ha commentato a fine serata che “ha vinto di nuovo la palude”, espressione che meriterebbe un capitolo a parte nel dizionario della retorica di governo: la palude è sempre l’altro, il trasformismo altrui, mai la propria maggioranza che vota contro se stessa nel segreto dell’urna. Ma la palude, qui, non è un nemico esterno: è la condizione fisiologica di una coalizione che tiene insieme partiti con vocazioni elettorali opposte — chi vuole le preferenze e chi le teme, chi punta sui capilista bloccati e chi sa di non avere santi in paradiso nelle segreterie.

Nel toto-nomi che è seguito, è circolata anche un’ipotesi che meriterebbe di entrare di diritto nel lessico politico accanto al franco tiratore: la franca tiratrice. Si è fatta strada la voce, subito respinta dalle dirette interessate, che diverse deputate di maggioranza abbiano approfittato del segreto dell’urna per silurare un emendamento che, imponendo i capilista bloccati, avrebbe reso più difficile l’alternanza di genere nelle liste. Se fosse vero, sarebbe il corto circuito più elegante di tutta la giornata: la prima presidente del Consiglio donna della storia repubblicana, sfiduciata nel segreto dell’urna proprio da un pacchetto di voti femminili della sua stessa maggioranza. Un altro programma che si blocca sulla propria contraddizione interna — il codice che si scontra con se stesso, la versione 2.0 della rappresentanza che va in crash proprio nel tentativo di aggiornare quella di genere. Sarà pure una diceria da Transatlantico, smentita a caldo da chi era in aula, ma il solo fatto che circolasse dice quanto la giornata avesse già smesso di essere raccontabile con le categorie consuete: nel punto zero di questa legislatura, persino il tradimento parlamentare ha perso il suo genere grammaticale di default.

C’è poi un piccolo corollario numerico che nessuno, nella foga delle dichiarazioni della sera, ha avuto la cortesia di sottolineare più di tanto: alla premier che aveva chiesto a tutti di “metterci la faccia” è mancato, tra i tanti, anche il suo stesso voto. Meloni stessa non era in Aula (roba che inficia tutto il ragionamento sul metterci la faccia) quando l’emendamento è stato messo ai voti: un solo sì in più — il suo, per dire — avrebbe comunque prodotto un pareggio, non una vittoria, ma quanto meno avrebbe risparmiato al governo l’onta della sconfitta numerica in favore di quella, più dignitosa, dello stallo. Non che le mancasse un impegno istituzionale: il giorno prima era stata a Palermo, tra la stele di Capaci e un piantino davanti allo svelamento della Fiat Croma di Falcone, in una giornata di alta intensità simbolica e altrettanta esposizione mediatica. Ma proprio per questo il contrasto colpisce: la premier che il 13 chiede allo Stato di “non arretrare di un solo passo” e il 14 arretra lei stessa di un passo dall’Aula, lasciando che il pareggio sfumasse in sconfitta per l’assenza di chi aveva reso quel voto una questione personale.

Ma non finisce qui, in questa storia in cui le sfumature la fanno da padrone. C’è un altro dettaglio in questa vicenda che merita attenzione, ed è anch’esso, non a caso, un sintomo del tempo digitale in cui viviamo. Di fronte a una sconfitta che qualunque governo, in un’epoca meno disinvolta, avrebbe affidato a un comunicato ufficiale di Palazzo Chigi, con la ponderazione e l’assunzione di responsabilità che un comunicato istituzionale comporta, Meloni ha scelto ancora una volta dei post su Facebook. È un gesto che si presenta come il suo contrario: la premier che rinuncia ai canali formali per “parlare direttamente al popolo”, senza filtri, senza portavoce, come una persona normale che scrive di getto quello che pensa. È la stessa finzione recitata da tutti i leader populisti degli ultimi vent’anni, da Grillo in giù, il mito del capo che scavalca le istituzioni per rivolgersi al cittadino comune: peccato che qui la finzione si areni proprio davanti al bersaglio che dovrebbe colpire. Perché il popolo, su Facebook, ormai non c’è quasi più: è diventata la piattaforma dei quarantenni e dei genitori, sempre meno frequentata anche da chi ha superato i quarant’anni, un salotto semivuoto dove un tempo si affollavano tutti e oggi restano soprattutto altri politici, giornalisti e addetti ai lavori a commentarsi a vicenda. Rinunciare al comunicato stampa per un post su Facebook non è dunque un atto di prossimità, ma una deistituzionalizzazione del ruolo travestita da populismo: si abbandona, qualora la situazione sia mai frequentata, la sede propria della responsabilità pubblica — dove ci sono le domande dei cronisti, il contraddittorio, la verifica dei fatti — per rifugiarsi in uno spazio che sembra popolare solo perché lo era una volta, e che oggi somiglia più a un diario semi-privato letto da chi già la pensa come te. Il paradosso è completo: si simula la vicinanza al popolo nel momento esatto in cui il popolo, da quella piazza, se n’è già andato altrove.

Le opposizioni, compatte per una sera, hanno chiesto le dimissioni, evocato la crisi di governo, immaginato la corsa al Colle. È il rituale consueto, e probabilmente non produrrà nulla di concreto nell’immediato: un governo che perde un voto su un emendamento non cade per questo, e Meloni ha già annunciato di voler proseguire la discussione. Ma il punto politico resta, ed è più duraturo di qualunque mozione di sfiducia: da ieri sera la legislatura ha smesso di poter essere raccontata come un aggiornamento progressivo di riforme e conseguentemente di consenso e ha ricominciato a essere quello che in fondo è sempre stata, un equilibrio precario tenuto insieme dalla paura reciproca del voto anticipato. Punto zero, appunto: non l’inizio di qualcosa di nuovo, ma la fine dell’illusione che si trattasse di un sistema stabile in continuo miglioramento.

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