Memoria e Futuro
Un clima condizionato
Ogni estate si ripete lo stesso rito. Basta un anticiclone con un nome esotico, africano o sahariano, e le bacheche si riempiono di mappe rosso fuoco, di frecce che indicano ondate letali, di grafici colorati come bollettini di guerra. Meteorologi veri, meteorologi improvvisati, pagine che vivono di click: tutti a contendersi il primato dell’allarme più grande, della previsione più catastrofica. Non è più scienza, è tifo. Ogni fazione ha il suo modello preferito, il suo sito di riferimento, la sua verità rivelata, e chi cita un modello diverso viene trattato quasi da eretico. La meteorologia, che dovrebbe essere una delle discipline più umili che esistano — probabilistica per definizione, capace di sbagliare anche a poche ore di distanza — è diventata un terreno di scontro identitario, dove contano più i follower che i dati.
C’è qualcosa di più profondo, in questa deriva, che riguarda il modo in cui la nostra epoca elabora l’incertezza. Non sappiamo più stare dentro il dubbio: ogni fenomeno va trasformato subito in emergenza, ogni previsione in sentenza. E la sentenza, per funzionare sui social, deve fare paura. Non basta dire che farà caldo: bisogna dire che sarà un inferno, un’apocalisse, la fine del mondo per come lo conosciamo. Le mappe si tingono di viola e nero, colori da bollettino bellico, perché il rosso ormai non basta più a impressionare nessuno.
Non è un caso isolato. È lo stesso meccanismo che regola gran parte del dibattito pubblico italiano, immigrazione compresa. Anche lì, i numeri contano meno delle emozioni che si riesce a suscitare: uno sbarco diventa invasione, un dato statistico diventa allarme sociale, e chi prova a ragionare con calma viene sospettato di complicità con il nemico di turno. Funziona perché la paura è un carburante potente, forse il più potente che esista in politica: mobilita, polarizza, tiene incollati allo schermo. Ma è anche il meno adatto a risolvere qualsiasi problema reale, perché la paura non ragiona, semplicemente reagisce.
Il caldo di agosto tornerà ogni anno (probabilmente sempre più intenso), come sono tornate le ondate migratorie negli ultimi trent’anni: fenomeni strutturali, che si affrontano con pianificazione, prevenzione, politiche di lungo periodo. Invece li trattiamo come emergenze permanenti, ricominciando ogni volta lo stesso teatro dell’allarme, la stessa guerra di trincea tra fazioni che si combattono a colpi di mappe e proiezioni. Forse il problema non è il clima che cambia, né chi arriva dal mare. È che abbiamo smesso di credere che si possa affrontare qualcosa senza prima averne avuto paura.
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