Memoria e Futuro

La valvola di sfogo

di Marco Di Salvo 4 Agosto 2026

Nel 1888 Francesco Crispi presentò un disegno di legge sull’emigrazione e lo motivò, tra le righe, con un argomento che allora suonava cinico e oggi suona profetico: le partenze di massa verso le Americhe erano un ottimo strumento di pacificazione sociale. Non lo scrisse così crudo, ma il concetto passò alla storia con un nome tecnico, “valvola di sfogo”, che gli storici usano ancora senza bisogno di virgolette. Sessant’anni dopo Amintore Fanfani, capo del primo governo di centrosinistra nel dopoguerra, non ebbe nemmeno bisogno di mediazioni storiografiche: disse chiaro che l’emigrazione verso la Svizzera serviva a smaltire “il surplus della popolazione italiana”. Erano braccianti del Veneto, cafoni del Sud, gente che partiva con la valigia di cartone e la fame addosso. Il governo non li tratteneva. Il governo li spingeva fuori, e chiamava questo spingerli fuori una politica.

Il 30 luglio scorso, a Ceuta, migliaia di giovani marocchini hanno attraversato la frontiera nuotando lungo il frangiflutti di Tarajal o costeggiando la recinzione a piedi, mentre gli agenti marocchini e quelli spagnoli restavano a guardare. Non è stata una sorpresa: era già successo nello stesso modo nel maggio 2021, ottomila persone in due giorni, e il copione si è ripetuto con la stessa grammatica — allentamento improvviso dei controlli sul lato marocchino, colonne umane lunghe chilometri, nove o undici morti annegati secondo le fonti, poi la stretta di colpo, lacrimogeni e idranti, appena Rabat ha deciso che il rubinetto andava richiuso. Un dettaglio che nessuno ha avuto interesse a sottolineare troppo: l’inizio del flusso è coinciso con la Festa del Trono, la cerimonia che celebra l’ascesa al potere di Mohammed VI. Il Marocco ha parlato di organizzazioni criminali dedite al traffico di esseri umani e ha ribadito che la cooperazione con la Spagna resta “esemplare”. Come se aprire e chiudere un confine a comando fosse un incidente di percorso e non, come sempre è stato in questi episodi, un segnale politico mandato al vicino europeo nel momento più opportuno per farlo.

La somiglianza con l’Ottocento italiano non sta solo nella miseria di chi parte, che è comparabile ma non identica, sta anche nel calcolo di chi resta al governo. Un ventenne marocchino che non trova lavoro, che non vede prospettive, che magari comincia a informarsi su chi comanda e perché comanda da sessant’anni la stessa famiglia, è un problema che si può risolvere in due modi: si riforma il paese, oppure si lascia che quel ventenne se ne vada. Rabat, come la Roma crispina e come l’Italia democristiana, ha scelto sistematicamente la seconda strada, e l’ha scelta con lo stesso pragmatismo contabile con cui Fanfani parlava di surplus demografico. Meno bocche scontente in piazza, meno spinta a organizzarsi, zero necessità di redistribuire qualcosa. La differenza è che l’Italia liberale aveva almeno bisogno di rimesse e di braccia altrove per crescere; la monarchia marocchina non ha nemmeno questo alibi economico, ha semplicemente un problema di ordine pubblico che preferisce esportare piuttosto che affrontare.

E qui la storia si sdoppia, perché il continente che riceve non è mai stato meno complice di quello che manda via. Gli Stati Uniti di fine Ottocento vendevano l’idea della terra promessa attraverso le compagnie di navigazione, che sull’esodo ci facevano un affare enorme insieme alle assicurazioni e alle agenzie di colonizzazione; il mito reggeva perché prometteva, falsamente nella maggior parte dei casi, un riscatto individuale a chi partiva. L’Europa di oggi non promette nemmeno quello. Non offre integrazione, non offre cittadinanza facile, offre respingimenti quando può e assorbimento silenzioso di manodopera in nero quando non può, e nel frattempo paga il Marocco 500 milioni di euro perché faccia da guardiano della frontiera, lo stesso Marocco che quella frontiera la apre o la chiude a seconda della convenienza politica del momento. L’Europa non è terra promessa per nessuno, è al massimo un imbuto dove due governi, quello che espelle e quello che filtra, trovano ciascuno il proprio tornaconto: Rabat si libera dei suoi ventenni senza doverli rappresentare, Madrid e Bruxelles si comprano un argine che non reggerà forse fino alla prossima Festa del Trono.

E però l’Europa a quell’argine ormai non chiede più solo di reggere: gli chiede di sembrare una diga invincibile, perché è esattamente questo che le sue urne, sempre più anziane e sempre più impaurite, votano. Tre giorni dopo Ceuta, Nigel Farage ha presentato “Operation Fortress”, la più grande operazione navale nella Manica dai tempi della Seconda guerra mondiale a suo dire, citando esplicitamente le scene marocchine come prova dell’urgenza. Non è un’idea nuova, è la fotocopia di quella che Giorgia Meloni ripeteva identica dal 2018, blocco navale al largo della Libia, missione europea, hotspot nei paesi di transito: la stessa formula, arrivata al governo, si è tradotta in numeri capovolti rispetto alla propaganda, più permessi di soggiorno concessi ogni anno di quanti ne avessero mai firmati i governi precedenti. Chi promette il blocco da un’opposizione lo fa sapendo di non doverlo mai mettere in pratica, e chi lo vota lo fa perché in quella promessa cerca una rassicurazione, non una soluzione. Il problema è che un continente che invecchia e si convince di potersi chiudere come un porto in tempesta non si accorge di scommettere sulla propria estinzione anagrafica proprio mentre respinge l’unica cosa che potrebbe rallentarla. Non è un paradosso, è la stessa logica contabile di Crispi e di Fanfani vista dal lato opposto del Mediterraneo: chi manda via i suoi giovani per restare tranquillo al potere e chi respinge i giovani altrui per restare tranquillo al governo stanno entrambi scegliendo l’oggi contro il ricambio che servirebbe domani. Il risultato, per l’Europa, non è la fortezza promessa. È una sala d’aspetto sempre più vuota, che intanto continua a votare, inutilmente, chi le promette di chiudere la porta.

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