Memoria e Futuro
Senilità
A centosette anni si può ancora avere una prima volta. Erminia Di Giannantonio, nata a Trasaghis nel 1919 quando presidente del Consiglio era Francesco Saverio Nitti, ha appena presentato la richiesta per la sua prima tessera di partito almeno così raccontano alcune cronache di qualche settimana fa. Dopo essere stata protagonista, nel corso dei primi mesi dell’anno, dei classici articoli sugli ottuagenari tipici di certa stampa locale italiana, ha scoperto all’inizio dell’estate un desiderio prepotente di politica.
Non l’aveva mai fatta prima: il padre finanziere non ne aveva mai avute, la madre si era adeguata, e così per un secolo Erminia ha attraversato una monarchia, due repubbliche, diversi papi, due epidemie, il Friuli, Trieste, Gorizia, Lecce e infine la Toscana, oltre al diritto di voto esercitato senza interruzione dal 2 giugno 1946, senza mai sentire il bisogno di una tessera in tasca. Ora, a Fratelli d’Italia, l’ha chiesta.
La prima tentazione, di fronte a una notizia così, è considerare tutto quanto frutto della senilità — nel senso più affettuoso, quello del vezzo tardivo, della curiosità che torna quando tutto il resto si è defilato. Ma è la lettura sbagliata. Chi racconta Erminia — è il figlio a farlo, in un’intervista — descrive una donna lucidissima, chiacchierona, che ricorda i titini che le volevano tagliare i capelli nel ’44, il parto affrontato da sola su un filobus per Trieste, e chiama ancora Mussolini “Sua Eccellenza” senza vergogna e senza retorica costruita a tavolino: è, ahinoi, memoria vissuta, non nostalgia di seconda mano.
La vera senilità, quella di Svevo, non è un dato anagrafico: è l’incapacità di uscire da uno schema, l’autoinganno di chi scambia un rito per un sentimento e continua a ripeterlo senza più saperne il perché. Un secolo dopo la sua nascita, la politica italiana produce ancora la tessera come reliquia da consegnare a domicilio, il capo da incontrare come un santo protettore, l’adesione come gesto affettivo prima che come programma. Dopo qualche settimana dalla notizia di Erminia, il sindaco di Catania bacia in diretta social il vero teschio di Sant’Agata durante la processione del nono centenario dal martiro della santa patrona, e l’UAAR bolla il gesto come superstizione legata al culto dei morti. Accusa ingenerosa, forse, per un sindaco in processione, soprattutto considerando che non si tratta certo del primo (a Napoli a più d’uno saranno fischiate le orecchie): più esatta se rivolta alla politica in generale, che di reliquie — ossa vere o tessere di carta — si nutre da sempre, e dei riti resta serva più che padrona. Non bacia le ossa (o il sangue rappreso) perché ama i morti: le bacia perché è più facile che inventare qualcosa per i vivi.
Anche la tessera di Erminia, del resto, non si accontenta di essere celebrata in privato: viene messa in vetrina, con gli strumenti di sempre. A raccontare Erminia per primo, con dovizia di dettagli e un titolo da fiaba, è stato il quotidiano di partito — un altro reperto del secolo che lei ha attraversato, di quando ogni forza politica aveva la sua testata oltre alla sua tessera — e da lì la notizia è rimbalzata sui giornali d’area, di testata in testata, fino a diventare un caso mediatico costruito più che scoperto. Una tessera a centosette anni diventa comunicato, prova di un consenso che scalda il cuore prima ancora di contare i voti, mentre il bilancio vero, fatto di provvedimenti mantenuti, resta fuori dall’inquadratura.
Non è un vizio di una parte sola: la sinistra ha i suoi tic divenuti liturgia, la destra le sue tessere-onorificenza consegnate ai centenari. Non è la nonna d’Italia a essere fuori tempo. È il sistema, intero, identico a se stesso da tre generazioni, a non essere mai davvero uscito dal Novecento che lei ha attraversato per intero.
Erminia, dopo la tessera, vorrebbe incontrare Giorgia Meloni. Chissà se le toccherà lo stesso “Sua Eccellenza” riservato a Mussolini: per restare fedeli al secolo, in fondo, basta cambiare il nome e lasciare intatto l’inchino.
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