Memoria e Futuro

Sommersi dai talent

di Marco Di Salvo 20 Luglio 2026

C’è una parola che negli ultimi anni ha colonizzato ogni convegno, festival, presentazione aziendale del Paese, ed è “talent”. Non più relatori, non più ospiti, non più esperti: talent. Il termine arriva dritto dalle agenzie che gestiscono influencer e creator digitali — le talent agency, appunto, che fanno “talent management” — e da lì si è riversato, con la naturalezza di un’infezione stagionale, su qualunque essere umano venga invitato a sedersi su un palco. Giornalisti, professori, imprenditori, persino gli scrittori: tutto un “i nostri talent” di qua, “i nostri talent” di là. Giuro che le prime volte che l’ho sentito non capivo di che parlassero. La logica comunque è quella del booking, non della competenza: chi organizza l’evento non cerca più qualcuno che abbia qualcosa da dire, cerca qualcuno che porti pubblico, engagement, una fotografia buona per i social dello sponsor. E siccome i canali attraverso cui si reclutano gli invitati sono sempre più spesso gli stessi che piazzano gli influencer nelle campagne pubblicitarie, il lessico si è portato dietro tutto il pacchetto semantico. E costringe anche me ad infarcire di termini inglesi (che odio quando italianizzati) questo pezzo.

È significativo che la parola venga, almeno in parte, dal mondo dei talent show, quei programmi tv nati per scovare “il prossimo grande artista” attraverso prove, giurie, eliminazioni. Il talent show da noi ha una genealogia precisa: dal Settevoci di Pippo Baudo negli anni Sessanta fino ad Amici di Maria De Filippi, passando per i vari Got Talent internazionali, il format ha sempre avuto una promessa implicita — dietro la porta si nasconde un dono naturale, grezzo, che aspetta solo di essere scoperto e levigato dai professionisti del settore. Il talento, in quel contesto, era ancora una qualità da dimostrare in scena, sotto giudizio, con la possibilità concreta di essere bocciati. Sappiamo bene che alla fine dei conti per molti dei partecipanti a questi show si è trattato di un’illusione, pari a quella degli spettatori costretti a sorbirsi solo una stanca replica di copie delle tendenze musicali dominanti.

Oggi il talent dei convegni non deve dimostrare nulla: gli basta essere stato scritturato. La parola è rimasta la stessa, ma si è svuotata esattamente del significato che almeno in parte la giustificava — la competizione, la prova, il rischio di non farcela.

E qui arriva la cosa buffa, quasi consolatoria a pensarci bene: c’è un solo settore della vita pubblica italiana che finora ha resistito a questa colonizzazione lessicale, ed è la politica. Nessuno, per fortuna o purtroppo, chiama “talent” un ministro invitato a un dibattito, un segretario di partito che presenta il suo libro, un sottosegretario che interviene a un panel. Si potrebbe leggerla come un’ultima sacca di resistenza linguistica, un residuo di serietà istituzionale che il marketing non è ancora riuscito a intaccare. Ma la spiegazione più onesta, temo, è un’altra, ed è quasi crudele nella sua semplicità: non si può chiamare “talent” chi di talento, appunto, ne ha visibilmente poco. La parola richiederebbe una promessa che la classe dirigente italiana, da tempo, non è più in condizione di mantenere neppure per finta. Chiamare “talent” un politico suonerebbe come una battuta, e le agenzie di comunicazione — per una volta — hanno la decenza di non azzardarla.

Se volessimo trombonare definitivamente questo pezzo, mostrando quanto siamo fuori da “questo” mondo, c’è una parabola che racconta tutto questo meglio di qualunque analisi lessicale, ed è proprio quella dei talenti nel Vangelo di Matteo. Immagino la conosciate tutti, infarciti come siamo di cultura cattolica: il padrone che parte per un viaggio e affida ai servi somme diverse — cinque, due, un talento a testa — “secondo le capacità di ciascuno”. Due di loro investono e raddoppiano, il terzo, terrorizzato dall’idea di perdere quello che gli è stato dato, lo seppellisce sotto terra e lo restituisce intatto al ritorno del padrone. E viene cacciato nelle tenebre, tra pianto e stridore di denti, non per aver rubato, ma per aver avuto paura. Da bambino era l’unica parabola che riuscisse davvero a inchiodarmi quando la leggevano — e insieme mi terrorizzava, perché capivo perfettamente la logica del servo pauroso: meglio non rischiare, meglio conservare, meglio non esporsi al giudizio. E capivo, con lo spavento tipico di chi è troppo piccolo per difendersi dall’idea, che quella logica veniva punita più duramente del furto. Non è un caso che la parola “talento” — quella che oggi finisce scritta sui badge dei relatori — nasca proprio lì, da un’unità di misura monetaria dell’antichità che nella parabola diventa metafora di un dono da far fruttare, non da esibire e basta.

Ecco perché l’uso attuale del termine è, a pensarci, una specie di bestemmia laica. Nella parabola il talento è qualcosa che si riceve in proporzione a quello che si è capaci di fare, e va messo a rischio, investito, speso — l’orrore morale del racconto è proprio la sepoltura, la conservazione paurosa, l’assenza di rischio. Il talent dei convegni contemporanei fa esattamente l’operazione opposta: non rischia nulla, non investe nulla, si limita a comparire, a essere fotografato, a ripetere gli stessi tre concetti che ripete ovunque venga chiamato, con l’unica competenza richiesta che è saper riempire una sala o generare qualche migliaio di visualizzazioni. È un talento sepolto e insieme spacciato per talento fruttato: la contraddizione perfetta di un’epoca che ha bisogno delle parole grandi proprio perché ha smesso di fare le cose grandi che quelle parole un tempo descrivevano.

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