Memoria e Futuro

Superbonus libera tutti

di Marco Di Salvo 23 Aprile 2026

Ieri mattina, certificata la stasi del deficit italiano al 3,1% invece del 3%, Giorgia Meloni ha rispolverato lo slogan elettorale sulla “sciagurata misura del governo Conte II”, accusata di bloccare l’uscita dalla procedura d’infrazione UE ed erodere spazi per sanità, scuola e redditi bassi. Tutta colpa di Conte e del Superbonus 110%. “Fa arrabbiare”, ha detto la premier. Non è una novità: è una narrazione logora, che riemerge puntualmente quando i risultati concreti scarseggiano. Una specie di “tana libera tutti”, soprattutto dalle responsabilità di gestione che fanno capo a questo governo oramai da quasi quattro anni.

Il punto, però, non è il peso del Superbonus sui conti pubblici, pur avendo un costo accertato (ma non sappiamo ancora se definitivo) oltre i 126 miliardi. Il nodo è  l’altrettanto accertata assenza (da parte di questo governo) di una politica industriale capace di innalzare il PIL. Non esiste un piano strutturale sulla crescita, né sulla produttività, né sulla transizione ecologica. È più semplice accusare il predecessore di aver fatto troppo, piuttosto che ammettere di non aver fatto nulla. La narrazione serve a coprire un vuoto: il Superbonus non è una benedizione, ma Meloni, il suo governo, Fratelli d’Italia e l’intera coalizione lo hanno ampliato quando erano all’opposizione, lo hanno confermato una volta al governo e ora lo trasformano nel capro espiatorio perfetto.

La storia parlamentare lo dimostra. Nel maggio 2020, al momento del Decreto Rilancio, M5S, PD e Italia Viva votarono a favore, mentre Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia si schierarono contro. Ma già pochi mesi dopo, FdI iniziò a presentare emendamenti espansivi: nella manovra di dicembre 2020 i deputati Ciaburro, Caretta, Lucaselli, Cannata, Giorgianni, Mascaretti, Rampelli, Trancassini e Tremaglia chiesero la proroga al 31 dicembre 2023. Nell’aprile 2021, durante il passaggio del Pnrr, ancora Ciaburro propose una cabina di regia e l’estensione al 2023, mentre Trancassini e altri presentarono ulteriori modifiche. A dicembre 2021 Lollobrigida alla Camera e Ciriani al Senato sostennero proroghe fino al 2023-2025; Fazzolari spinse per estendere il fotovoltaico al 2024; Rampelli arrivò a dichiarare che “migliaia di aziende hanno ricominciato grazie al bonus”. In quel periodo, FdI criticava Draghi non per l’eccesso del Superbonus, ma per i tagli, rivendicandone l’utilità economica. E infatti alla fine votavano contro i provvedimenti oltre che per onore di (op)posizione, anche perché erano meno ampi di quanto da loro proposto.

Lega e Forza Italia, allora in maggioranza con Draghi, votarono proroghe dirette: Salvini rivendicò l’assenza del tetto Isee come “promesso e fatto”, mentre Tajani sostenne l’estensione al 2023. Dopo il 2022, con Meloni al governo, il Superbonus è stato confermato nei bilanci 2023-2025: sono state introdotte restrizioni sulle cessioni, ma le detrazioni sono rimaste invariate. È stato persino prorogato al 2026 per le zone sismiche con il decreto 95/2025. Quando ieri lo stesso ministro Giorgetti ha ammesso che, senza i dati del Superbonus, il debito sarebbe oggi in discesa avrebbe dovuto aggiungere una cosa del tipo “un debito che è anche figlio del mio essere ministro dell’economia da ben sei anni”. Solo così sarebbe stato più onesto intellettualmente.

Per questo la retorica dello strappo appare comico-tragica. Meloni descrive il Superbonus come un macigno ereditato, ignorando che il suo partito ha presentato emendamenti espansivi quando era all’opposizione, lo ha confermato e prorogato una volta al governo, lo ha mantenuto nei bilanci triennali e lo ha “utlizzato” come problema ogni volta che ho avuto da discutere con Bruxelles, come dopo la recente certificazione del deficit al 3,1%. Il peso del Superbonus non è nato ieri: grava sui conti da sei anni, e Fratelli d’Italia lo ha sostenuto per quattro.

Il vero scandalo, però, non è il bonus in sé. È il vuoto industriale che lo circonda. Il Superbonus diventa il capro espiatorio ideale perché permette di evitare la domanda più imbarazzante: cosa è stato fatto per la crescita? La risposta, finora, è nulla. Non esiste una strategia per il PIL, né per la competitività manifatturiera, né per la ricerca, né per le infrastrutture. La produzione industriale è in calo e non c’è un piano alternativo. Giorgetti lo ha detto apertamente: non esiste un sostituto del Superbonus, solo tagli, soprattutto a sanità e scuola.

Lo slogan continua a funzionare perché riempie un silenzio. Se smettesse di essere ripetuto, resterebbe da spiegare il vuoto: l’assenza di una politica economica capace di generare crescita reale. E questo, per il governo, sarebbe molto più difficile da raccontare.

Allora sì, vale la pena parlare di deficit. Ma non è una scena da melodramma con Conte come villain e Meloni come eroina che scopre il danno. È una storia in cui tutti, dal 2020 in poi, hanno avuto un ruolo. M5S e Pd nel lanciarlo, Lega e Forza Italia nell’ampliarlo, Fratelli d’Italia nel chiederne l’estensione, Draghi nel non abrogarlo, Meloni nel confermarlo per quattro anni.

La rabbia della premier è legittima, se il deficit è il problema. Ma dire “fa arrabbiare” il Super Bonus — come se fosse una scoperta di stamattina, non una scelta sottoscritta anche dal tuo partito ogni anno dal 2021 — non è analisi. È sedazione. È il disco che gira, ancora, quando il disco si è già rotto.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.