Memoria e Futuro
Tu chiamala, se vuoi, remigrazione
C’è un piccolo (e, va da sé, un po’ schifoso) gioco di prestigio che i quotidiani di destra italiani hanno messo in scena in questi giorni, e vale la pena guardarlo da vicino, perché è più interessante di quanto sembri.
La si prende da lontano. Il Sudafrica è nel caos: proteste, ultimatum, migranti in fuga verso i confini, roghi di baracche. Cronaca vera, drammatica, verificabile. Ma nel raccontarla, buona parte della stampa italiana ha scelto una parola sola, sempre la stessa, incastonata nei titoli come una gemma: remigrazione. Qualche esempio. Il Giornale scrive di “remigrazione degli zulu” e si lascia sfuggire, quasi con voluttà, il paragone che tradisce l’operazione: “gli Zulu come Vannacci”. La Verità titola che “pure i neri del Sudafrica chiedono la remigrazione”. Il Primato Nazionale, che di questo lessico è casa madre più che ospite (e per come scrive i suoi articoli dovrebbe intitolarsi “il Primate Nazionale”), ci costruisce sopra un intero editoriale sulla fine del “modello arcobaleno”.
Il meccanismo è elementare e, bisogna ammetterlo, elegante nella sua bassezza. Se in Europa la remigrazione è lo slogan di chi vuole rispedire indietro anche cittadini nati e cresciuti in Francia o in Italia solo perché percepiti come stranieri, allora trovare un episodio in cui sono degli africani neri a inneggiare contro altri africani neri diventa un assist perfetto. Vedete? Non è razzismo, è natura delle cose. Persino loro lo fanno. È l’antica tecnica retorica dell’alibi per procura: prendo un fatto lontano, gli appiccico l’etichetta che mi serve a casa mia, e la parola, ripetuta abbastanza volte, smette di sembrare un’ideologia e comincia a sembrare un dato di realtà.
Solo che il dato di realtà, quando si va a controllare, racconta un’altra storia. Le violenze xenofobe in Sudafrica non sono la sorpresa di quest’anno: sono un ciclo che si ripete da quasi vent’anni. Nel 2008 i pogrom contro i migranti fecero circa sessanta morti e sfollarono oltre centocinquantamila persone. Nel 2015 la furia si riaccese e uccise ancora. Poi ondate minori, quasi annuali, quasi rituali. Quello che è cambiato oggi è solo l’organizzazione: gruppi come Operation Dudula o March and March, nati nel 2024 come movimenti “civici” anti-immigrazione, hanno dato una cornice più strutturata e mediatica a un fenomeno che covava da decenni sotto la cenere della retorica arcobaleno di Mandela. Non è un risveglio identitario zulu, è vigilantismo organizzato che intercetta una rabbia già esistente.
E la rabbia, quella sì, ha una spiegazione, ma non ha niente a che fare con la teoria europea della remigrazione, che secondo i promotori è una faccenda di identità, sangue e appartenenza culturale. In Sudafrica la disoccupazione supera il trenta per cento, il coefficiente di Gini è tra i più alti al mondo, intere township restano senza acqua né elettricità per giorni, la criminalità è endemica, la classe politica è incollata a decenni di corruzione. In questo contesto tre milioni di migranti economici, arrivati da Malawi, Mozambico, Zimbabwe, Nigeria, diventano il bersaglio comodo per una frustrazione che nasce altrove: nello Stato che non funziona, non nel vicino di baracca. È la formula più antica della storia sociale, quella dei poveri armati contro altri poveri mentre chi detiene davvero le leve del potere resta fuori dal tiro. Marx la chiamerebbe eserciti industriali di riserva che si combattono tra loro; un cronista meno teorico direbbe semplicemente: quando lo Stato smette di distribuire, qualcuno distribuisce la colpa.
E non è un caso che accada anche in Sudafrica, perché è esattamente lo stesso meccanismo su cui si regge la remigrazione europea, al netto delle vesti ideologiche e identitarie con cui viene presentata. Basta guardare chi affolla i comizi e le liste di questi partiti, in Italia come altrove: non è la borghesia protetta dei quartieri residenziali, sono lavoratori precari, disoccupati, pensionati con l’assegno eroso dall’inflazione, cioè lo stesso bacino sociale che dovrebbe competere per la casa popolare, il posto in fabbrica, il turno in ospedale con il migrante che gli viene indicato come nemico. La remigrazione, spogliata della sua retorica sul sangue e sulla cultura, è sempre la stessa vecchia operazione: prendere una rabbia legittima, nata da uno Stato che non redistribuisce, e girarla contro chi sta un gradino più in basso invece che contro chi i gradini li ha tolti dalla scala.
Chiamare tutto questo “remigrazione” è un’operazione linguistica, non una descrizione. È il travestimento semantico di cui parlava anche la Treccani, che definisce il termine un eufemismo per il rimpatrio forzato: prendere una parola nata nei salotti della destra identitaria europea, quella di Renaud Camus e della “grande sostituzione”, e appiccicarla a un episodio di rivolta sociale in un Paese con un tasso di disoccupazione che l’Europa nemmeno immagina, serve a un solo scopo, tenere la parola in circolazione, farla sedimentare nel linguaggio comune, renderla innocua attraverso la ripetizione. Non importa se il fenomeno sudafricano non c’entra nulla con l’ideologia europea che rivendica di espellere chi è già cittadino: importa che il lettore italiano, sfogliando il giornale al bar, associ ormai remigrazione a un’idea neutra, quasi naturale, financo praticata dagli africani stessi.
È la stessa logica del “anche i neri sono razzisti”, buona per assolvere chiunque da qualunque responsabilità storica, mai per capire un fenomeno. Ma di capire i giornali italiani fanno benissimo senza da tempo.
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