Memoria e Futuro

Tu chiamale, se vuoi, percezioni

di Marco Di Salvo 20 Aprile 2026

C’è un momento preciso in cui sai che le cose non vanno bene: non è quando leggi gli articoli di economia, non è quando guardi i telegiornali che parlano di guerra e crisi internazionali varie. È quando vedi il modo in cui due estranei si guardano in giro per la città, per strada o nei mezzi pubblici. Quella gentile indifferenza tra sconosciuti che c’era fino a qualche anno fa è evaporata. Rimane solo una vigilanza ostile, una propensione al peggio, un’aggressività sottotraccia Sempre sul punto di esplodere. È così quando la gente comincia davvero a soffrire. Non lo dice, non lo confessa nei sondaggi dell’Istat. Lo vedi negli occhi, nella tensione delle spalle. Lo vedi quando la cassiera del supermercato non sorride più, non perché scortese, ma perché il sorriso è un lusso che non riesce a pagarsi mentre calcola mentalmente quanta parte dello stipendio avrebbe speso, guardando il tuo carrello.

Nel giugno del 2022, mentre l’amministrazione Biden combatteva l’inflazione e i dati economici mostravano una ripresa, un’economista americana, Kyla Scanlon, ha inventato una parola per spiegare il pessimismo diffuso a quel tempo: vibecession. Il sentimento di crisi quando i numeri dicono il contrario. Una vibrazione, un’aria di negatività nonostante le statistiche positive. Era allora una questione di percezione distorta, di media critici, di cattivi umori ingiustificati.

Ma negli Stati Uniti, dopo quattro anni, la situazione è cambiata. Non è più vibecession. È la percezione di una recessione che verrà davvero. Perché gli errori di politica estera—le tariffe commerciali che risalgono, la guerra dei dazi, l’incertezza geopolitica—si stanno trasformando in realtà economica concreta. E gli errori di politica economica iniziano a mostrare i risultati previsti dai “catastrofisti”, dalle “Cassandre”. La vibecession era il disagio di chi non riusciva a comprendere perché si sentisse male mentre i dati ufficiali dicevano di stare bene. Oggi c’è l’ansia di chi sa esattamente perché le cose stanno per peggiorare.

L’Italia, dal canto suo, non ha mai avuto il lusso della vibecession. Dal 2019 al 2024, mentre l’inflazione ha divorato il 21,6% del denaro, le buste paga sono cresciute appena del 10,1%. Nel primo trimestre del 2026, il potere d’acquisto reale resta inferiore rispetto al 2021. Non è un sentimento passeggero: è una sottrazione effettiva di ricchezza.

Il carrello della spesa è aumentato del 24%. L’energia è schizzata a rialzi del 30% e oltre. I prezzi delle abitazioni salgono del 4,1% all’anno, gli affitti lievitano ogni anno, le persone rinunciano al medico. È cresciuto del 7,5% il numero di chi non si cura perché non ha i soldi. Oltre due milioni di famiglie in povertà assoluta, numero che cresce ogni trimestre. Questo non è percezione distorta. Questo è il semplice rendiconto della spoliazione lenta.

La fiducia dei consumatori e delle imprese in Italia oscilla, non per colpa dei media e non per mancanza di comunicazione positiva.di per sé segue un andamento contraddittorio e fragile. Dal dicembre 2025 al febbraio 2026, i numeri sembravano rassicuranti: a gennaio la fiducia dei consumatori sale a 96,8 e quella delle imprese a 97,6. A febbraio migliora ancora: la fiducia dei consumatori raggiunge 97,4, con il clima economico che passa da 97,4 a 99,1 e il clima futuro da 92,3 a 93,1.

Ma a marzo è arrivato il colpo. La fiducia dei consumatori crolla da 97,4 a 92,6, una perdita di 4,8 punti in un mese. È un precipizio. L’Istat commenta che il clima di fiducia mostra un andamento a due velocità: i consumatori diventano più pessimisti, mentre le imprese nel complesso tengono.

Questo è il profilo di una fiducia costruita su sabbia: due mesi di debole recupero cancellati da un mese di crollo. Non è stabilità. È oscillazione senza fondamenta. Rimane bassa perché la gente sa, con la precisione che insegna solo la sofferenza quotidiana, che gli ultimi anni hanno rappresentato lo spartiacque. Prima c’era ancora qualcosa di cui disporre. Adesso non c’è più.

Quel che non riusciamo a comprendere, noi in Italia, è come si possa ancora discutere di questa situazione in termini di percezione o di comunicazione scadente. Come se il problema fosse spiegare meglio ai cittadini che tutto va bene, quando invece il lavoro dovrebbe essere inverso: ammettere che la gente ha ragione, che gli stipendi hanno perso valore davvero, che sempre più persone rinunciano alla salute, che il cibo costa il doppio. Non è un problema di umore collettivo. È un problema di contabilità, semplice e cruda. La vibecession richiede una società ricca abbastanza da permettersi il lusso di soffrire di pessimismo infondato. L’Italia non è più quella società, qualora lo sia mai stata. Siamo nella regione della recessione vera, senza bisogno di parole eleganti per vederla. I numeri ce lo diranno tra qualche mese, quando sarà troppo tardi per agire. E quando saremo in piena campagna elettorale, terreno ideale di falsificazioni ed illusioni.

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