Memoria e Futuro
Ubi minor
A un anno e poco più dalle elezioni del 2027, il panorama politico italiano somiglia a una scacchiera dove le case vincenti non dipendono dalle torri né dai cavalli, ma dalle pedine. In una situazione dove nessuno è in grado di esprimere una maggioranza autonoma, il peso effettivo della politica si è spostato progressivamente verso quelli che i sondaggisti relegano ancora alle note a piè di pagina. C’è una prateria che giace fra il quarantuno per cento del centrodestra e il quarantuno per cento del campo largo, e in mezzo, a fare da ago della bilancia con straordinaria consapevolezza della propria rilevanza, una costellazione di stelle piccole che potrebbe trasformare in vittoria una sconfitta annunciata. Azione di Carlo Calenda al tre per cento, Italia Viva di Matteo Renzi al due virgola cinque, Futuro Nazionale di Roberto Vannacci al tre virgola cinque per cento. Numeri destinati a sparire dai radar di chi guarda solo gli aggregati nazionali, eppure contengono forse la chiave reale della composizione della prossima legislatura.
La storia dei piccoli partiti nella democrazia italiana non è mai stata storia di potere effettivo ma di peso specifico, di funzione strutturale dentro il sistema. Negli anni settanta spesso furono i radicali a dettare l’agenda quando pesavano meno del tre per cento. Prima ancora, nei primi governi del dopoguerra furono i liberali a definire i termini della democrazia italiana quando la maggioranza degli italiani di fatto li ignorava non votandoli. Ciò che conta non è il voto in termini numerici assoluti, ma la posizione che il piccolo partito occupa nei rapporti fra i grandi. Ed è qui che la situazione nel 2026 diventa interessante, quasi drammatica nella sua trasparenza.
Azione emerge come il vero ago della bilancia, ma non per la ragione che appare ovvia. Secondo la supermedia YouTrend del sedici aprile, il campo largo formato da Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra raggiunge il quarantuno virgola quattro per cento. Aggiungendo Italia Viva e PiùEuropa sale al quarantacinque virgola quattro. Ma è proprio l’ingresso di Azione a fare la differenza: in quel caso il centrosinistra arriverebbe al quarantotto virgola quattro per cento, sfiorando la vittoria. Il meccanismo è semplice: nessuno dei tre micropartiti è decisivo da solo, ma insieme disegnano la maggioranza che manca. Calenda ha capito tutto questo. Da mesi ripete di decidere «volta per volta», territorio per territorio. Secondo lui non è ambiguità, è la consapevolezza che il suo partito è l’ultimo tassello senza cui il puzzle non si chiude. Nel centrodestra, uno scenario analogo potrebbe portare il totale al quarantasette virgola sette per cento se Azione decidesse di allearsi con Forza Italia, ma ancor più determinante sarebbe l’apporto di Vannacci che porterebbe il centrodestra al quarantotto virgola due per cento.
Roberto Vannacci rappresenta il caso più interessante dei micropartiti contemporanei: non solo racchiude il carisma personale trasformato in movimento, ma incarna una scissione reale nella coalizione di centrodestra. Se un anno fa Vannacci era lo strumento attraverso cui la Lega intercettava il voto sovranista che le sfuggiva, oggi è il pericolo concreto per la stessa Lega, il fratello “cainico” del centrodestra che potrebbe costare la prossima legislatura ai colonnelli meloniani. La sua Futuro Nazionale, nata a febbraio 2026, si prepara all’assemblea costituente di giugno non ancora in forma definitiva, eppure già rastrella consensi fra quell’elettorato che cerca una destra senza compromessi istituzionali. Ha girato la Campania questa settimana per consolidare presenza sui territori, rivendicando spazi nuovi dentro la coalizione di governo.
Italia Viva di Matteo Renzi rimane al due virgola cinque per cento, cifra che esprime il declino ineluttabile di chi credette di vivere di rendita su una scissione mai metabolizzata dalla sua base storica. Renzi è il fantasma elegante nel salotto della politica: colto, persino necessario talvolta nelle trattative di coalizione, ma incapace di tornare a pesare veramente. Eppure il suo partito, nel calcolo aggregato delle coalizioni, contribuisce ad oggi con quei due virgola cinque punti che separano il campo largo dall’irrilevanza.
Guarda caso, i due ultimi esempi hanno cominciato a battere il terreno comunicativo insieme; prova ne sia l’ospitatata al podcast di Fedez. I termini della coppia del prossimo anno ci sono tutti. Renzi è il Totò: elegante, colto, sa tutte le mosse, il ciarlatano raffinato che sa di essere ciarlatano e ammicca allo spettatore. Parla bene, ti smonta l’avversario con una battuta, e quando Vannacci dice “O cambiate o me ne vado”, Renzi gli traduce il bluff in tempo reale (“Se te ne vai perdi la faccia”) e Vannacci ride perché sa che lo ha visto.
Vannacci è il Peppino: il personaggio più spigoloso, più diretto, che crede davvero alle sue “linee rosse” e al suo ultimatum a Meloni, ma che poi ammette subito quando lo smascherano. C’è una ingenuità in lui, nonostante il generale dell’Esercito, una disponibilità a dire “Hai capito” che è puro Peppino De Filippo.
La differenza è che Totò e Peppino sapevano entrambi che stavano facendo teatro e lo facevano perfettamente. Qui Renzi sa benissimo che è teatro, Vannacci forse ci crede un po’ ancora. Ma l’effetto è lo stesso: due uomini che recitano una commedia dove fingono di litigare su cose serie (migranti, destra, coalizioni) ma dove il vero gioco è mantenere vivi entrambi i personaggi per guadagnare voti via visibilità fino a quando non serve farli davvero scegliere dalle coalizioni maggiori. Pulp Podcast è diventato l’altro giorno il nuovo teatro Trianon, insomma.
Scherzi a parte, qui risiede il vero dramma della democrazia elettorale contemporanea italiana. In un paese dove non si vota con il proporzionale, dove la legge rimane il Rosatellum con i suoi collegi uninominali e le mefitiche liste bloccate, questi piccoli partiti sarebbero condannati all’irrilevanza legislativa. Ubi minor, possiamo dire parafrasando gli antichi. Dove c’è il minore, dove cioè la quantità è ridotta, non c’è potere vero ma solo visibilità tattica. Ma nel 2027, quella visibilità tattica potrebbe però significare dare le chiavi del governo dell’Italia.
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