L’origine dei virus è antichissima, comparsi sulla terra ben 3 miliardi e mezzo di anni fa, si sono replicati in parallelo alla vita cellulare, attraverso sempre nuovi adattamenti evolutivi, attaccando le specie animali che man mano comparivano sul pianeta. Pur essendo 300 volte più piccoli di una cellula umana possono causare milioni di contagi nel mondo e sopravvivendo come parassiti nell’organismo riescono a scatenare reazioni distruttive fino alla morte dell’individuo. Era il 31 dicembre 2019, data in cui la Commissione Sanitaria di Wuhan (Cina) segnalava all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) casi di polmonite a eziologia ignota nella città di Wuhan, nella provincia cinese di Hubei. La maggior parte dei casi aveva un legame epidemiologico con il mercato di Huanan Seafood, nel sud della Cina, un mercato all’ingrosso di frutti di mare e animali vivi. Era un grande mercato umido che offriva una vasta gamma di animali vivi e macellati sul posto, considerati prelibatezze nella cucina regionale. Questi market sono da sempre oggetto di grande dibattito medico e scientifico, non solo per l’assenza di condizioni igieniche adeguate, ma perché la vendita di questi animali, appartenenti a diverse categorie animali, dai pesci ai mammiferi selvatici ai rettili, è considerata l’origine di diverse epidemie zoonotiche. Cani, zibetti, procioni, lontre, ratti, istrici, cervi e marmotte, pipistrelli, salamandre giganti, cobra, vipere e alligatori, pavoni, rientrano nell’ampia panoramica della cucina dello Huhan nella preparazione di queste carni esotiche usate nella medicina tradizionale, per alcune popolazioni mangiare animali esotici genera prosperità e buona fortuna ed è un modo per ostentare la ricchezza.
Le immagini, negli anni del Covid, hanno fatto il giro del mondo osservando con sgomento l’utilizzo alimentare di animali o parti di animali quali il cervello di scimmia, la gobba di cammello. Nei mercati dell’orrore era di uso comune imprigionare animali ammassati in gabbie strettissime, il cui stress a cui erano sottoposti non era solamente etico, piuttosto favoriva virus, batteri e parassiti, a trasmettersi rapidamente tra tutte le specie conviventi. A partire dall’animale infetto fino all’uomo il virus del Covid è mutato geneticamente evolvendo in nuove forme di parassitosi con conseguenze e ripercussioni sulla salute umana che abbiamo tristemente vissuto. Dopo l’epidemia di SARS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stabilito un divieto totale di vendita di animali vivi nei mercati alimentari di tutto il mondo, al fine di prevenire future pandemie. Ma il Covid-19 non è l’ultima di una serie di epidemie e pandemie che, dal Novecento a oggi, hanno sconvolto il nostro pianeta: dall’influenza spagnola all’HIV, dall’influenza aviaria all’attuale minaccia dell’Ebola. Quest’ultimo virus venne scoperto nel 1976, in un laboratorio di microbiologia di Anversa da un giovane scienziato, oggi 77enne, Peter Piot, quando sotto la lente del microscopio trovò il virus Ebola analizzando fiale di sangue prelevate da una suora fiamminga missionaria in Zaire, ora Repubblica democratica del Congo: il decesso della suora, avvenne a causa di una misteriosa malattia che stava uccidendo decine di persone sulle rive del fiume Ebola.
Dalla sua scoperta, il virus dell’Ebola sta creando una nuova allerta: crescono nel Paese africano del Congo i casi di epidemia, con sempre più casi confermati e numerosi casi tra sospetti e decessi. L’epidemia è causata dal ceppo Bundibugyo di Ebola, per il quale non esistono vaccini o trattamenti approvati: l’Oms ha dichiarato emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale per il focolaio nel Paese africano che si è triplicato in una settimana e la cui situazione sembra destinata a peggiorare. Senza creare allarmismi, questa malattia rappresenta una sfida seria perché, sebbene il contenimento dei focolai che in passato si sarebbero diffusi più rapidamente e, per quanto grazie all’impegno di medici e ricercatori sempre nuovi vaccini e trattamenti sono sviluppati, il progresso nella gestione di quest’ultima forma virale non è stato ancora perfezionato, vista la resistenza di questi parassiti e la loro rapida evoluzione.
La dichiarazione di emergenza internazionale da parte dell’OMS va letta con i dati storici alla mano che aiutano a capire quanto questo focolaio di Ebola stia destando una preoccupazione particolare: nel 2007 i casi documentati erano 2, ad oggi sono 246 i casi sospetti registrati che richiedono una risposta coordinata e urgente, sperando di evitare un’ulteriore drammatica realtà con cui il mondo potrebbe fare i conti. La rarità del ceppo di questo virus, in grado di causare forme gravi nell’uomo, è uno degli aspetti più critici della situazione sanitaria attuale il cui rischio resta sì molto basso per la popolazione europea ma rimane allarmante per alcune aree africane altamente vulnerabili, segnate da conflitti armati, flussi migratori della popolazione e sistemi sanitari fragili. La preoccupazione per l’UNICEF, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, è elevata pensando ai rischi crescenti per i bambini. Molte comunità dell’Africa, in condizioni di povertà estrema e ancora dedite alla stregoneria, attribuivano i sintomi del virus a malattie mistiche, spingendo i malati a rivolgersi a guaritori privi di conoscenze scientifiche. Gli intingoli medicamentosi erano proposti piuttosto che ricorrere agli ospedali, ritardando l’intervento sanitario adeguato e favorendo la trasmissione del contagio. L’Africa è considerata la culla della civiltà: le scoperte paleontologiche hanno individuato in questo continente l’origine dell’essere umano, tuttavia la medicina tradizionale africana attinge ancora da palliativi antropologici ancestrali con l’utilizzo di formule e rituali: la presenza di sciamani, guaritori e stregoni, dimostra che il concetto di salute e cura della malattia è ancora affidato al ricorso all’animismo, i medicamenti provengono dalla natura ed estratti da piante e animali. I trattamenti a cui sono ancora sottoposti gli ammalati sono a base di zuppe a base di radici, cortecce, capre macellate con il contenuto dell’intestino tenue bollito nel sangue di pangolino e somministrato “ai pazienti” favorendo la diarrea e la febbre per rimuovere i protozoi dallo stomaco.
Per quanto queste pratiche sono ancora radicate e quasi inamovibili in alcuni Paesi dell’Africa, fortunatamente una rete scientifica accelera nella ricerca vaccinale in risposta alle future emergenze sanitarie. Il ruolo dell’Italia in questo scenario si consolida sempre di più in campo farmaceutico e nelle biotecnologie, per rafforzare la rete europea nella ricerca avanzata dedicata alle scienze della vita. L’Italia dispone oggi di grandi competenze scientifiche, la ricerca in campo biomedico avanza grazie allo studio di giovani ricercatori che rappresentano un vanto per la nostra nazione ma che spesso, per la mancanza di prospettive lavorative e per il sistema universitario sottofinanziato, sono costretti ad emigrare all’estero dove il merito scientifico è altamente remunerato. Ma non bisogna dimenticare che l’origine delle pandemie è la conseguenza della distruzione degli ecosistemi naturali. Quando le foreste vengono distrutte, non solo gli animali selvatici vengono messi in pericolo, gli ecosistemi risultano indeboliti e anche gli esseri umani vengono esposti ad agenti infettivi sconosciuti che possono minacciarne la vita. I pipistrelli, il famigerato serbatoio di molti virus, sono stati ricollegati dagli etologi all’emergenza di malattie mortali come l’Ebola e il Marburg in Africa. Ciò che emerso dalle loro osservazioni è che, a causa degli incendi e delle deforestazioni, alcune specie di pipistrelli della frutta, che si nutrivano di fiori e frutta nelle foreste, erano stati costretti a cercare nuove fonti di cibo, i maiali, ma questi ultimi si erano già cibati degli escrementi contaminati dei pipistrelli. Dunque una catena alimentare che non è il semplice argomento studiato sui banchi di scuola ma sottolinea come molte malattie negli anni siano passate dagli animali all’uomo come diretta conseguenza della devastazione umana della natura.
“Più distruggiamo la natura, più è probabile che vedremo emergere altre malattie” come sostenuto da Kate Jones, professoressa di ecologia e biodiversità alla University College di Londra. L’Ebola è associato alla deforestazione che avviene su vasta scala e con esso facilitiamo l’incontro tra una fauna selvatica che mai sarebbe entrata spontaneamente in contatto con gli esseri umani che rappresentano l’ultimo anello debole, vittima di malattie mortali: la natura si sta ribellando alla devastazione dell’uomo stesso e ci espone a malattie mai conosciute prima. L’Intelligenza Artificiale è entrata a far parte della nostra quotidianità. Oggi, quasi tre quarti della popolazione mondiale è connessa a Internet, le persone sono costantemente esposte a informazioni e fake news che “grazie” all’utilizzo dell’IA dilagano e sono sempre più diffusi contenuti e video “realistici” che ritraggono esponenti politici e medici che diffondono false informazioni o promuovono cure sui nuovi virus. É il caso di riflettere sull’uso indiscriminato dell’IA, di questo strumento che se non correttamente usato può essere causa di propagande virali pericolose. Forse inserendo il prompt più funzionale l’IA potrebbe essere utilizzata per la ricerca e la prevenzione delle malattie, favorire laddove possibile la rigenerazione dell’ambiente in cui viviamo per salvaguardare il genere umano e il pianeta, ma rimangono speranze futuristiche: questo obiettivo è lontano dall’essere raggiunto, c’è ancora molto da manipolare e inventare!
Devi fare login per commentare
Accedi