Medicina

Congresso FISM 2026. La sclerosi multipla non si rincorre più

25 Maggio 2026

Roma. Primo giorno del Congresso scientifico di AISM e FISM. C’è un’energia strana nell’aria, difficile da definire se non si è abituati ai congressi medici: una miscela di dati, prudenza scientifica, aspettative misurate e quella forma di emozione trattenuta che si produce quando la ricerca smette di raccontare soltanto limiti e comincia, con cautela, a spostare l’orizzonte.

La sensazione, uscendo dalle prime sessioni, è che il 2026 rischi di essere ricordato come un anno spartiacque per la sclerosi multipla. Non perché siano arrivati farmaci miracolosi o annunci clamorosi – nessuno qui indulge in trionfalismi – ma perché sembra essere cambiata la domanda stessa della ricerca. Per decenni il punto è stato rallentare la malattia, contenerla, arginarne gli effetti più devastanti. Oggi, invece, il lessico è un altro: prevenire, anticipare, riparare.

Può sembrare un dettaglio semantico, non lo è. È un cambio di paradigma.

Fino a pochissimi anni fa parlare di prevenzione nella sclerosi multipla sarebbe sembrato quasi improprio. Si interveniva quando la malattia era già lì, spesso dopo un percorso diagnostico lungo, dopo i primi segni neurologici, quando una parte del danno aveva già iniziato il suo lavoro silenzioso. Oggi, invece, la ricerca comincia a ragionare sull’idea di arrivare prima.

Prima della diagnosi. Prima della progressione. Prima della disabilità.

Dietro questa accelerazione c’è un accumulo di conoscenze che finalmente comincia a produrre una direzione. Il virus di Epstein-Barr, ormai considerato un fattore necessario per lo sviluppo della malattia. Il ruolo del fumo. Dell’obesità infantile. Della vitamina D. L’intreccio tra predisposizione genetica e ambiente. Nessuno, naturalmente, pensa a una formula semplice: la sclerosi multipla resta una malattia multifattoriale e ostinatamente complessa. Ma il punto è che oggi la scienza ha abbastanza elementi per immaginare una strategia che non si limiti a rincorrere il danno.

Marco Salvetti, tra i protagonisti del congresso, lo dice in modo quasi disarmante: fino a poco tempo fa non avevamo le conoscenze per parlare seriamente di prevenzione. Adesso sì. E la parola “prevenzione”, in questo congresso, ricorre quasi con ostinazione. Non più soltanto come prevenzione della malattia, ma della disabilità. Che è forse il nodo più drammatico della sclerosi multipla: l’erosione progressiva dell’autonomia, qualcosa che spesso continua a muoversi anche quando l’infiammazione sembra sotto controllo.

Qui emerge il secondo grande scarto del 2026: non basta più fermare le ricadute. Non basta più rallentare. La nuova ossessione della ricerca è proteggere il sistema nervoso e, dove possibile, ripararlo.

Per anni la neurologia della sclerosi multipla si è concentrata quasi esclusivamente sull’infiammazione, sul sistema immunitario che attacca la mielina. Una strategia che ha prodotto risultati enormi, cambiando radicalmente la prognosi di migliaia di persone. Ma nelle forme progressive della malattia qualcosa continuava a sfuggire: il cervello e il midollo continuavano a consumarsi in silenzio, come se sotto la superficie restasse acceso un incendio invisibile.

Ed è qui che il congresso di Roma mostra il suo volto più ambizioso. Si parla apertamente di neuro-riparazione. Di rimielinizzazione. Di medicina rigenerativa. Di cellule staminali neurali. Parole che fino a qualche anno fa sembravano appartenere al vocabolario delle promesse lontane e che oggi entrano invece nella concretezza degli studi clinici.

Gianvito Martino, dal San Raffaele, racconta una ricerca che non punta più soltanto a spegnere il danno ma a recuperare funzioni perdute. Il progetto STEMS, che ha già avviato una seconda fase, prova a verificare se cellule staminali neurali possano proteggere il sistema nervoso e riattivare processi riparativi. Nessuno vende illusioni. I ricercatori sono i primi a usare cautela. Ma il dato politico e culturale è che la domanda scientifica è cambiata: non solo contenere il peggioramento, ma restituire qualcosa.

Nel frattempo, mentre si prova a immaginare il futuro delle cure, cambia anche il presente della diagnosi. Un altro dei messaggi forti usciti dal congresso riguarda i biomarcatori: segnali biologici e radiologici che promettono di intercettare la malattia molto prima e con maggiore precisione. Le nuove tecniche di imaging, i segni rilevati nella risonanza magnetica, le analisi del liquor e del sangue stanno ridefinendo ciò che significa “diagnosi precoce”.

La vera ambizione, in fondo, è quasi spiazzante: riuscire a capire chi rischia di peggiorare prima ancora che peggiori davvero. Passare da una medicina che osserva il danno a una medicina che lo prevede.

In controluce, però, questo congresso racconta qualcosa di ancora più grande della sclerosi multipla. La parola che torna continuamente è brain health, salute del cervello. E i numeri raccontati dagli esperti internazionali sono tali da imporre un salto di scala: oltre tre miliardi di persone nel mondo convivono con una patologia neurologica e una persona su tre svilupperà un disturbo neurologico nel corso della vita. La neurologia non è più una nicchia specialistica. È una questione sociale, economica, politica.

Non a caso Ibrahim Abdelfatah, Chair di OneNeurology Partnership, insiste su un punto apparentemente semplice ma in realtà radicale: la neurologia deve diventare una priorità globale. Per troppo tempo le malattie neurologiche sono rimaste fuori dal radar delle grandi politiche sanitarie, pur rappresentando una delle principali cause di disabilità al mondo. Oggi il tema è investire nel cosiddetto brain capital: proteggere il cervello significa proteggere capacità cognitive, lavoro, autonomia, cittadinanza.

Dentro questa massa di dati, di ricerche, di promesse ancora tutte da verificare, il primo giorno del congresso ha avuto anche momenti di evidente commozione. La consegna del Premio Rita Levi Montalcini – che quest’anno va a Roberta Magliozzi – ha avuto qualcosa di diverso dal rituale celebrativo. La percezione, piuttosto, di una comunità scientifica che si sente dentro un passaggio.

Forse è troppo presto per dire che siamo davanti a una svolta. La ricerca sulla sclerosi multipla insegna prudenza: troppi entusiasmi si sono ridimensionati nel tempo. Ma sarebbe altrettanto miope non cogliere ciò che sta accadendo.

La novità del 2026 non è l’annuncio salvifico che tutti aspettano e che ancora non c’è. È qualcosa di più sottile ma, forse, più importante: il fatto che la sclerosi multipla non venga più pensata soltanto come una malattia da gestire. Per la prima volta in modo così esplicito, la ricerca prova a immaginarla come una malattia da anticipare, da disinnescare, e almeno in parte da riparare.

E già questo, per chi conosce la storia della sclerosi multipla, è un cambiamento enorme.

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