Senza categoria
Kyiv, cronaca di una notte di ordinaria follia
Quando i russi bombardano, c’è chi si fionda in rifugio e chi invece salta in macchina: sono i fotografi di guerra a caccia di immagini per i media di mezzo mondo. Per settimane ho seguito il lavoro di uno di loro. Questo è il racconto della nostra notte più lunga.
(KYIV – 1 agosto 2026) – In Italia, ci sono le previsioni del tempo. In Ucraina, ci sono pure quelle dei bombardamenti. Un pugno di canali Telegram – il più famoso si chiama Monitor – prova a prevedere gli attacchi russi. Ogni tanto – anzi spesso – ci azzeccano. E per oggi le previsioni sono piuttosto brutte: potrebbe esserci una pioggia di missili, l’ennesima, su Kyiv. E così anche se è notte fonda, di dormire non se ne parla.
Nel mio hotel, stiamo tutti con gli occhi incollati al telefono. All’una e ventisette, l’urlo dell’allarme antiaereo mette a tacere la musica nella hall. Un attimo dopo, la prima esplosione. Poi un’altra. E un’altra ancora.
Le scale si riempiono di rumore di passi. Parte la corsa per andare in rifugio.
Io mi fermo all’ingresso, in un corridoio, protetto da due muri. Mi sfila davanti un’umanità assonnata. Un bimbo troppo piccolo per parlare in un passeggino: la mamma, per tranquillizzarlo, lo riempie di baci. Una coppia in accappatoio bianco. Un amico che scherza: «Fosse per me io mi fumerei tranquillo una siga fuori. Ma lei – e indica la sua compagna – ha paura…». Paura, in realtà, ce l’abbiamo tutti, lui compreso.
In pochi minuti, una ventina di missili volano sulla città. Ma non è ancora finita. Un’altra ondata arriva poco dopo.
I lettori cominciano subito a mandare una raffica di foto e segnalazioni ai giornali online ucraini. Un palazzo è stato colpito. Una fabbrica. Forse anche un centro commerciale.
Macerie. Fuoco.
Corpi.
Il mio telefono fa pling. Sullo schermo compare una notifica Whatsapp: «Gonna prepare my stuff»: «Vado a preparare la mia roba», mi scrive Danylo Antoniuk. Danylo è un fotografo: lavora per la Associated Press e per Ukrinform, la principale agenzia di stampa ucraina.
Ha in mano gli indirizzi di due dei posti appena colpiti: glieli ha girati il DSNS, cioè il servizio statale per le situazioni di emergenza, un po’ l’equivalente del nostro 118. Ci è andata bene. A volte, mi ha spiegato Danylo, è molto più complicato: si sa solo il quartiere e tocca poi orientarsi seguendo magari le colonne di fumo degli incendi.
Comunque.
È tempo di mettersi in moto e andare là. Ma come?
Tempeste di fuoco
Sono solo le 2 e quaranta del mattino. Il bombardamento potrebbe essere finito, come anche no. Da un po’ di tempo a questa parte, infatti, i russi usano una nuova strategia. Prima colpivano poco – pochi droni, pochi missili per volta – ma spesso. Ora no. A Kyiv, per giorni interi, l’allarme antiaereo tace. Ma quel silenzio, alle orecchie di chi vive qui, suona terrificante: è la quiete che precede una tempesta di fuoco che di solito dura una notte intera.
Tutto è cominciato in quel che sembrava un mercoledì come tanti.
La notte tra il 13 e il 14 maggio, sui radar ucraini – nel giro di poche ore – comparve prima un gigantesco sciame di quasi 700 droni; poi decine di missili. Le difese aeree fecero il loro dovere, abbattendo quasi tutto. Quasi, però: 15 missili e una ventina di droni andarono a segno.
A fare le spese di questa pioggia di fuoco furono anche – soprattutto – civili. Un palazzo nel quartiere di Darnytsa, nella zona Sud-Ovest di Kyiv, si sbriciolò, manco fosse un castello di sabbia. In quella notte, nella sola capitale, morirono 24 persone, tra cui 3 bambini. I feriti furono 47.
Pareva una cosa abbastanza eccezionale anche per una guerra sanguinosa e senza esclusione di colpi come quella tra Russia e Ucraina. È diventata normalità.
Negli ultimi due mesi Kyiv è stata colpita, assieme al resto del paese, da altre sei violentissime tempeste di fuoco. L’effetto, in termini di vite, è stato devastante. Da gennaio ad oggi – secondo i dati raccolti dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati – il numero di vittime civili in Ucraina è andato costantemente in un’unica direzione: all’insù. Ma maggio ha fatto segnare un vero e proprio picco. E giugno è stato – in assoluto – il mese più sanguinoso addirittura dall’inizio della guerra: 2.081 tra morti e feriti: solo a marzo 2022, cioè allo scoppio del conflitto, ce n’erano stati di più.
Ma queste sono solo statistiche. E come scrisse il poeta e soldato ucraino, Maksym Kryvtsov: «Quando mi chiederanno cosa è la guerra, io risponderò senza esitare: nomi».
Nomi: persone: esseri umani: che non ci sono più o che non sono più gli stessi. E Danylo, appunto, non vuole numeri. E nemmeno io. Ecco perché, alle 3, quando finalmente, l’allarme antiaereo si spegne e troviamo un taxi disposto a caricarci, non ci stiamo a pensare troppo. E partiamo per andare a vedere con i nostri occhi.
Direzione: Ovest
Il traffico è zero: le strade sono letteralmente deserte. Ma il viaggio verso il distretto Solomianskyi, a Ovest di Kyiv – dove è stato colpito un quartiere residenziale – è comunque abbastanza lungo. E così Maksim, il mio tassista, ha tempo di spiegarmi il suo metodo: «Se ho paura? No, io faccio sempre il turno di notte e mi regolo così: se ci sono allarmi, non vado in rifugio. Semplicemente mi fermo: aspetto in macchina o magari a casa. Ma sai, io sono del Donbas, vengo da Sloviansk, lì – aggiunge scrollando le spalle – è così praticamente ogni giorno».
Qualche chilometro dopo, però, l’allarme antiaereo torna a suonare.
Controlliamo sui canali Telegram delle previsioni dei bombardamenti: a quanto pare due Zircons, due missili ipersonici, stanno per piombare su Kyiv. Maksim rallenta. Mi guarda nello specchietto retrovisore, l’aria spavalda di prima evaporata in un attimo, in questa notte di ordinaria follia, a Kyiv. «E adesso? Cosa facciamo? Cerchiamo un rifugio?». Allargo le braccia, come a dire: fai tu. E lui, senza stare a pensarci troppo, si ferma sotto un viadotto. Guardo sopra di me il ponte di cemento che dovrebbe farci da scudo, ma potrebbe pure cascarci in testa. E faccio l’unica cosa che posso: sperare.
È un attimo. Primo botto. Secondo botto, violentissimo. Mi scappa un porcaputtana. Maksim, che conosce tre parole di italiano, capisce e ride. È andata. Piede di nuovo sull’acceleratore e ripartiamo.
«Il mondo non ci deve dimenticare»
I tassisti non sono gli unici a lavorare sotto queste tempeste di fuoco. Ci sono anche i pompieri che corrono a spegnere gli incendi. Le ambulanze che soccorrono i feriti. E appunto i fotografi, come Danylo che oltre a correre rischi, a volte si beccano pure gli insulti. E tutto per un pugno di euro.
Mentre in macchina torna il silenzio, guardo fuori dal finestrino e ripenso a una conversazione di qualche giorno fa. Io e Danylo stavamo parlando di questi attacchi aerei e io gli avevo chiesto a bruciapelo quanti soldi faceva un fotografo in una notte così. Lui, schietto come sempre, non aveva esitato: «Sempre meno di quello che guadagna un informatico lavorando un giorno in qualche azienda high-tech. 100 dollari? Dipende. Ma sì, per un fotografo ucraino, siamo su quell’ordine di grandezza». Eppure, mi aveva detto: «Certe persone dicono che siamo solo… come si chiama quell’animale?». Danylo con le mani aveva mimato due ali. Avvoltoi? Perché in un certo senso vi nutrite dei problemi e delle tragedie altrui, e ci fate letteralmente dei soldi sopra? «Avvoltoi, esatto. Pensa: durante un attacco, qualche giorno fa, un uomo se l’è presa con noi. Ci fa: ‘Oh, siete qui solo per fotografare roba!’.» E tu? «E io gli ho detto: ‘Okay, ma se smettiamo di farlo, il mondo occidentale si dimenticherà del nostro Paese, smetterà di aiutarci e per l’Ucraina sarà finita’. Tutto qui. È semplice: è come fare due più due. Il fatto è che non tutti si rendono conto dell’importanza del nostro lavoro e del perché lo facciamo. Non è per i soldi; è per mostrare al mondo cosa succede davvero».
C’è il rischio ce l’Ucraina cada nel dimenticatoio? «Se non parli di qualcosa – mi aveva risposto Danylo – tutti iniziano a dimenticarsene. E c’è anche il problema opposto: se lo fai continuamente, tutti si stufano e smettono comunque di prestare attenzione — finché un bel giorno non succede un qualche enorme disastro. Magari suona cinico, ma è così. Prendi anche la guerra a Gaza, per esempio. Tutti erano concentrati su quello, subito dopo il 7 ottobre 2023. Un paio di mesi dopo, a quasi nessuno importava più niente, anche se la guerra andava avanti. Poi c’è stata la grande escalation in Palestina e il ciclo si è ripetuto. Qui è la stessa storia: se c’è solo la vita quotidiana, tutti si scordano del nostro Paese. E poi arriva il grande attacco qui a Kyiv, tipo 30 morti, e allora tutti fanno: ‘Oh, c’è un Paese in guerra che si chiama Ucraina!’. Ma cavolo, c’era anche prima».
Notti bianche
Io e Danylo avevamo parlato a lungo: dovevamo pranzare e avevamo finito per passare tutto il pomeriggio assieme. Per tenere alta l’attenzione, mi aveva spiegato, servono immagini forti, potenti, che comunichino emozioni. Ma per scattarle, per girarle, bisogna esserci quando le cose accadono: quando gli incendi bruciano e le vittime vengono soccorse; non dopo. Ma questo vuol dire, a volte, uscire – come oggi – nel cuore della notte, magari ad allarme e attacco ancora in corso. E non tutti hanno il coraggio e la voglia di farlo. A Kyiv ci saranno un centinaio di fotografi professionisti. Più o meno la metà copre gli attacchi aerei. Ma molti, mi aveva detto Danylo, arrivano solo al mattino: «É che è dura anche perché finisci per stare in piedi anche 48 ore di fila. Ti faccio un esempio: ricordi l’attacco nella notte tra il 1° e il 2 luglio (quando morirono 13 persone nel crollo di un palazzo, ndr)? Ecco: io avevo fatto una giornata intera di lavoro; e dopo ho ricominciato a lavorare verso le 2 di notte continuando per altre 15 ore. Siamo andati sul posto, abbiamo fatto tutto ciò che dovevamo fare, poi sono tornato a casa e… aspetta, era durante l’ultimo attacco? Non ricordo già più: sono mesi che andiamo avanti così; è tutto diventato un po’ confuso».
A proposito di numeri, aveva aggiunto Danylo, anche qui a Kyiv, il numero di giornalisti e fotografi – però – è sempre direttamente proporzionale alle dimensioni del disastro. Se dopo un attacco aereo c’è giusto qualche danno e qualche ferito, molti manco si muovono. Se invece è una catastrofe, se un palazzo crolla e i morti si contano sulle dita di tre mani, a doppia cifra, beh, tutto cambia. Perché? Un modo di dire, arcinoto, del giornalismo anglosassone recita: if it bleeds, it leads: se fa sangue, fa notizia: anzi oggi diremmo fa clic, fa views. Così funziona l’industria dei media. Giornalisti e fotografi – compreso chi scrive – non sono avvoltoi. Ma nemmeno dei San Francesco.
Un sentiero stretto
La cosa peggiore di tutte, mi aveva confessato, però forse non è la fatica o la paura. No. É quello che gli succede dentro quando si trova a fare – o non fare – certe foto.
Per farmi capire aveva tirato fuori il telefono e mi aveva fatto vedere una dei suoi scatti più famosi: una donna estratta dalle macerie dell’ospedale pediatrico Okhmatdyt di Kyiv, crollato sotto un bombardamento.
«Questa – mi aveva detto – l’ho fatta 2 anni fa. L’agenzia turca Anadolu, per cui l’avevo scattata, la inserì tra le foto più importanti dell’anno. Ma ti dico la verità: mi ero sentito molto a disagio, quando avevo scattato. Voglio dire: lei aveva vissuto un’esperienza vicina alla morte e io, sinceramente, avevo come paura di…». Danylo si era perso, per un attimo, a cercare la parola giusta: «Disturbarla, ecco». Gli avevo chiesto: ci sono situazioni in cui dici: ‘Questa potrebbe essere un’ottima foto, ma non la faccio perché la persona potrebbe esserne ferita, potrebbe starci male’? E lui: «Sì. Scattare in una situazione in cui una persona è molto vulnerabile, per me, è sempre difficile sul piano proprio emotivo. Ma d’altra parte c’è questo paradosso: sono lì per mostrare le cose. Il confine è molto sottile, il sentiero è stretto». E c’è poco da fare: prendere decisioni, a volte in pochi secondi, non è facile. E il peso di quelle decisioni, anche se invisibile, poi ti rimane appiccicato addosso. «Non so – aveva aggiunto Danylo senza che glielo domandassi – se quella donna sia sopravvissuta, l’infortunio era molto grave. Ogni tanto ci ripenso e me lo chiedo». Hai mai cercato di sapere? «No».
Fine corsa
Un poliziotto si sbraccia. Maksim abbassa il finestrino e prova a spiegare e contrattare. Nulla da fare: siamo arrivati nell’area investita dall’esplosione e qui la macchina non entra. Lo tranquillizzo: «Vado da solo, non ti preoccupare».
L’illuminazione è completamente saltata, ma la luna, pienissima, rischiara la strada. Mi incammino. C’è puzza: di esplosivo, di fuoco, di bruciato. Pochi minuti e arrivo praticamente a destinazione. I pompieri sono già al lavoro. I fotografi – almeno una decina, Danylo compreso – scattano a raffica.
Il missile ha scavato un cratere grosso come un camioncino e incendiato un caseggiato. Mi avvicino.
In una situazione del genere, mi aveva spiegato Danylo, finire sotto una pioggia di vetri e calcinacci è un attimo. E le auto, con i serbatoi pieni di benzina, se prendono fuoco, possono anche esplodere. Negli ultimi quattro anni, in Ucraina – secondo Reporters Sans Frontiers – almeno 17 giornalisti sono morti e alcune decine sono rimasti feriti. Io francamente non ci tengo ad aggiungermi alla lista, per cui cerco di fare attenzione.
Camminando su un tappeto di macerie, occhi bene aperti, arrivo fin dove posso. Guardo all’insù: saranno 5 piani e non so quante scale: non c’è una finestra intera. I muri di un appartamento al primo piano sono completamente sfondati. L’onda d’urto ha letteralmente sparato i mobili in strada: una sedia a dondolo, però, è rimasta miracolosamente intatta.
Chissà quante persone, dopo stanotte, sono rimaste praticamente senza tetto. E chissà se quel tetto riusciranno a ripararlo mai.
«Questo non è un film»
I pompieri continuano a sparare acqua per spegnere le ultime fiamme. Un capannello di persone guarda in silenzio. Mi avvicino e chiedo cos’è esattamente che è successo. Una ragazzo gentilissimo si presenta e mi spiega tutto, per filo e per segno. Si chiama Valik Zubal, ha 27 anni, studia all’università e per pagarsi le spese lavora come informatico: «Io abito qui. Questa è ormai o la quarta volta in quattro anni che ci colpiscono». Annuisco. Il penultimo missile me lo ricordo bene anch’io: è piombato qui solo due settimane fa e ha distrutto un chiosco che ospitava dei negozi: io e Danylo eravamo arrivati quando ancora le fiamme erano alte. «Guarda – mi dice Valik puntando il dito – prima hanno colpito là, poi là. Pensa che in una notte, sono morte più di 20 persone…». La voce si incrina. Cerca parole che in inglese fa fatica a trovare: «Alcuni erano miei amici. Questo – scrive sul suo telefono con l’aiuto di Google – non è un film. Noi piangiamo ogni giorno». Ma come mai i russi continuano a colpire sempre questo pugno di case? Valik scuote la testa: «L’unica cosa che abbiamo nei dintorni, a parte le case, è una fabbrica che fa limonate. Per una qualche ragione, però, i russi pensano che siamo pericolosissimi…». Una signora, che ci stava ascoltando, interviene in ucraino: «È che Putin è un cazzone. Diglielo». Scoppiamo tutti e tre a ridere e per un attimo la tensione si allenta.

Due ragazze in pigiama ci passano davanti. Un uomo coccola il suo cane, terrorizzato. Un ragazzo sta seduto a terra, in disparte, la testa chissà dove.
Sono ormai le quattro. Danylo se ne è già andato e anche per me il lavoro, qui, è ormai finito. Ma Valyk mi prende per un braccio e mi fa vedere di nuovo il telefono: «I soccorritori sono arrivati in solo 6 minuti e quando ancora c’era l’allarme e potevano essere colpiti di nuovo. Questi rischiano la vita tutti i giorni per salvare la gente. Mi prometti che lo scrivi, vero?».
I Morti di Darnytsia
Ci metto mezz’ora ad arrivare a Darnytsa, Sud-Est di Kyiv, un altro quartiere letteralmente martoriato dai bombardamenti. Qui di missili, stanotte, ne sono venuti giù due. Danylo mi aspetta al centro della strada, la faccia tirata. A terra, a pochi metri da noi, ci sono due corpi. «Erano madre e figlia – mi spiega -. Stavano correndo per andare in rifugio».
Non ce l’hanno fatta.
I soccorritori sollevano i teli che coprono i cadaveri e cominciano a spostarli. Lentamente, con cura: come avessero paura di potergli fare ancora male.
Nessun fotografo si azzarda a scattare, tranne uno. Danylo gli si fa sotto: «Guarda che non è il modo e non te le pubblicherà mai nessuno». Ma lui, imperterrito, continua.
Una piccola folla sta a guardare, muta. Una bambina – avrà 10 o 11 anni – nasconde la testa tra le braccia della madre.
E mentre sono lì anch’io che osservo, una domanda, all’improvviso mi assale: mi chiedo: e io che cosa sto facendo esattamente qui, in questa ennesima mattina da cani, a Kyiv? E penso che la risposta di Danylo – mostrare al mondo quello che accade – ci sta. Ma non basta. Se siamo qui a nuotare in questo mare di dolore – io, lui e gli altri – è anche per via di un qualche groviglio che abbiamo dentro e che è molto più difficile da spiegare. Ammesso che sia possibile farlo.
Per scacciare il pensiero, guardo il telefono: alle 5 e mezza del mattino, i feriti sono una trentina; i morti 9. Sapevamo tutti – all’inizio dell’ennesimo attacco aereo – che sarebbe successo. E ognuno si augurava che non fosse il suo turno, con un misto di speranza e senso di colpa. Ma nessuno lo diceva ad alta voce. E non ne parliamo e non ne parleremo neanche adesso che è tutto finito e che noi salvati – noi che non abbiamo perso la casa, la pelle – tiriamo un sospiro di sollievo.
Comincia finalmente ad albeggiare.
Io e Danylo, per tenerci svegli, beviamo una Coca-Cola.
Il sole che sorge è di un rosso che incendia l’aria.
Danylo prende il telefono e gli scatta una foto. Si gira. Mi guarda: «Come può essere tutto così bello, dopo una notte così?».
——————
Le foto di Danylo del 1 agosto sono state pubblicate da “Telegraph” e “The Times”






Devi fare login per commentare
Accedi