Scuola

La giunta di Como programma il declino: critica del “piano scuole”

Preda di statistiche che non comprende, la giunta di Como chiude le scuole pubbliche e desertifica la città.

30 Settembre 2026

La giunta di Como programma il declino: critica del “piano scuole”

di Luca Michelini

 

1. Calo demografico?

Il calo degli iscritti nelle scuole pubbliche di Como è un fenomeno reale. Non è però altrettanto fondata la rappresentazione di questo processo come un destino naturale, rispetto al quale l’amministrazione comunale potrebbe soltanto adeguare al ribasso la consistenza della rete scolastica. Una città non è un sistema demografico chiuso. La sua popolazione dipende dalle nascite e dai decessi, ma anche dai trasferimenti, dal mercato della casa, dalle opportunità di lavoro, dai collegamenti, dalla qualità dei servizi e dalla capacità delle politiche pubbliche di attrarre e trattenere famiglie.

I due dossier predisposti dal Comune di Como, l’Allegato 1 – Censimento degli istituti scolastici statali e l’Allegato 2 – Riorganizzazione della rete scolastica, contengono un patrimonio informativo significativo. Ricostruiscono l’andamento degli iscritti, la distribuzione della popolazione scolastica, le capienze degli edifici e le possibili evoluzioni della domanda. Proprio perché questi dati sono importanti, occorre discutere con rigore il modo in cui vengono interpretati e trasformati in decisioni.

Il primo dossier mostra che i residenti comaschi nati nel 1999 sono 935, mentre quelli nati nel 2012 sono 657. Il valore scende a 631 per il 2015, a 575 per il 2020 e a 513 per il 2025. Fra le coorti del 1999 e del 2025 la differenza è dunque di 422 residenti, circa il 45 per cento.

Il dato non coincide, tuttavia, con il semplice numero delle nascite avvenute ogni anno a Como. Riguarda le persone residenti, classificate per anno di nascita, e incorpora pertanto anche gli effetti dei trasferimenti anagrafici. È una distinzione essenziale. Se diminuiscono i giovani residenti, la causa non è necessariamente costituita soltanto dalla denatalità. Può essere intervenuta anche la partenza delle famiglie, oppure può essere mancato l’arrivo di nuovi nuclei. Naturalizzare la contrazione demografica significa quindi sottrarre all’analisi proprio la parte sulla quale la politica locale potrebbe intervenire.

 

2. Dalla previsione alla rinuncia politica

Il dossier comunale calcola il “numero teorico di residenti iscrivibili in base ai dati anagrafici”. Per la scuola dell’infanzia si passa da 2.251 potenziali iscritti nel 2012/13 a 1.621 nel 2025/26, con una previsione di 1.576 nel 2028/29. Per la primaria il valore scende da 3.875 nel 2012/13 a 3.098 nel 2025/26, per arrivare a 2.622 nel 2031/32. Per la secondaria di primo grado si passa da 2.604 a 1.989, con una proiezione di 1.582 nel 2034/35. Le contrazioni teoriche finali sono quindi del 30 per cento per l’infanzia, del 32,3 per cento per la primaria e del 39,2 per cento per la secondaria di primo grado.

Anche gli iscritti effettivi sono diminuiti. Sommando gli studenti degli otto istituti comprensivi, si passa da 6.748 nel 2012/13 a 5.210 nel 2025/26: 1.538 iscritti in meno, pari al 22,8 per cento. La contrazione raggiunge il 38,2 per cento nell’IC Como Prestino-Breccia, il 35,3 per cento nell’IC Como Nord, il 29 per cento nell’IC Como Borgovico e il 24,6 per cento nell’IC Como Centro Città. È più contenuta negli istituti di Rebbio, Lora-Lipomo e Como Lago.

Le differenze territoriali dimostrano che non esiste una traiettoria uniforme. L’IC Como Lago, per esempio, era sceso a 558 iscritti nel 2021/22, ma è risalito a 662 nel 2025/26. La primaria Filippo Corridoni era arrivata a 178 studenti nel 2023/24 ed è poi tornata a 202. La scuola dell’infanzia di Monte Olimpino è passata da 37 iscritti nel 2017/18 a 70 nel 2022/23, per attestarsi a 64 nel 2025/26. La “Vittorio Emanuele II” occupa 61 dei 65 posti disponibili, raggiungendo il 94 per cento della capienza.

Questi casi non smentiscono la contrazione complessiva, ma impediscono di trasformarla in una legge generale, applicabile indistintamente a ogni scuola e a ogni quartiere. Le dinamiche locali possono cambiare, conoscere oscillazioni e perfino invertire temporaneamente il proprio andamento. Una programmazione pubblica dovrebbe studiare queste differenze e agire su di esse. La Giunta sembra invece assumere lo scenario tendenziale come orizzonte pressoché esclusivo: conta i bambini già residenti, ne proietta la diminuzione e adatta al ribasso la rete scolastica.

Una previsione costruita sull’invarianza delle condizioni presenti non è una descrizione neutrale del futuro. È la rappresentazione di ciò che potrebbe accadere se l’amministrazione non riuscisse a modificare quelle condizioni. Quando questo scenario diviene il presupposto per chiudere scuole, la politica finisce per trasformare la propria inattività in previsione e la previsione nella giustificazione della rinuncia.

 

3. 272 studenti come obiettivo sociale

 

Il dato politicamente decisivo riguarda il futuro immediato. Secondo il dossier, gli iscritti agli otto istituti comprensivi passerebbero da 5.210 nel 2025/26 a 4.938 nel 2028/29. La perdita prevista è di 272 studenti in tre anni, poco più di 90 all’anno.

Il “piano scuole” considera questi 272 studenti soprattutto come una futura assenza: posti che resteranno vuoti, edifici giudicati sovradimensionati, spese da ridurre. È però possibile rovesciare completamente la prospettiva. I 272 studenti non devono essere soltanto contabilizzati come una perdita. Possono diventare il target demografico e sociale che il Comune dovrebbe impegnarsi a raggiungere entro il 2028/29.

La prima domanda di un’amministrazione attiva dovrebbe essere: quante famiglie occorrerebbe attrarre o trattenere per stabilizzare le iscrizioni?

Il numero esatto dipende dalla composizione dei nuclei familiari, che i dossier non specificano. È tuttavia possibile formulare scenari trasparenti. Se ogni nuova famiglia avesse un solo figlio iscritto, sarebbero necessari 272 nuclei in tre anni, circa 91 all’anno. Se ciascuna famiglia avesse due figli iscritti, ne basterebbero 136, circa 45 all’anno. Assumendo, come semplice ipotesi intermedia di programmazione, 1,3 studenti per famiglia, servirebbero circa 210 famiglie in tre anni, cioè 70 famiglie all’anno.

La stima di 70 famiglie non è una previsione demografica. È un parametro politico derivato dalla diminuzione indicata dal Comune. Proprio per questo è utile: rende visibile la scala concreta dell’intervento necessario.

Settanta famiglie all’anno equivalgono a meno di sei nuovi nuclei al mese nell’intera città. Se il target fosse idealmente distribuito fra gli otto istituti comprensivi, corrisponderebbe in media a meno di nove famiglie per istituto ogni anno. La distribuzione reale dovrebbe naturalmente essere differenziata, perché alcuni territori scolastici sono più fragili, altri più stabili e Prestino-Breccia viene addirittura previsto in crescita. Ma la dimensione complessiva del traguardo resta tutt’altro che proibitiva.

Prima di programmare la chiusura di un solo plesso, la Giunta dovrebbe presentare un piano finalizzato ad attrarre o trattenere queste famiglie. Dovrebbe indicare le risorse, gli strumenti, gli alloggi disponibili, i servizi da potenziare e i risultati attesi. Dovrebbe pubblicare ogni anno il numero delle famiglie con figli arrivate a Como, quello delle famiglie partite e l’andamento delle iscrizioni nei singoli quartieri.

Il quesito politico non è dunque quali scuole chiudere perché mancheranno 272 studenti. È quali politiche adottare per recuperare 272 studenti e circa 210 famiglie entro tre anni.

 

4. Una città inserita nei movimenti della Lombardia

L’ipotesi di attrarre nuove famiglie non nasce nel vuoto. Fra il 2014 e il 2023 Milano ha registrato 405.406 cancellazioni anagrafiche e 488.424 nuove iscrizioni. Fra coloro che hanno lasciato la città vi erano 58.714 minori, 132.364 persone fra 19 e 34 anni e 171.913 fra 35 e 64 anni. Il dato non consente di attribuire ogni trasferimento al costo dell’abitare, ma dimostra che la popolazione lombarda è attraversata da movimenti di vastissima portata.

La crisi abitativa milanese è documentata separatamente. Secondo l’Osservatorio Casa Abbordabile, nel 2024 i prezzi delle abitazioni a Milano sono cresciuti dell’8,5 per cento e i canoni del 6,8 per cento, mentre i salari medi sono aumentati del 4,2 per cento. Gli affitti brevi sono cresciuti del 36 per cento e l’offerta destinata alla locazione stabile è scesa dal 66 al 51 per cento in cinque anni.

Il rapporto 2025 dello stesso osservatorio studia precisamente l’“abitare fuori Milano” in un territorio composto da circa trecento Comuni appartenenti a sette province lombarde. La ricerca mostra che il problema dell’accessibilità della casa non riguarda più soltanto il capoluogo, ma investe una vasta regione urbana.

Como non potrebbe e non dovrebbe cercare di intercettare indistintamente questi movimenti. Per stabilizzare la propria popolazione scolastica avrebbe però bisogno, nello scenario intermedio, di circa 70 famiglie all’anno. Si tratta di una frazione minima dei nuclei che cambiano residenza nella regione.

Non è quindi l’assenza di popolazione in movimento a rendere inevitabile la contrazione comasca. Ciò che manca è una politica capace di offrire condizioni credibili di insediamento: abitazioni accessibili, collegamenti adeguati, nidi, mense, tempo pieno, sostegni alla frequenza e scuole di prossimità.

 

5. La scuola come fattore di attrazione

La Giunta sembra considerare la scuola come una variabile dipendente dalla demografia: diminuiscono i bambini, dunque devono diminuire i plessi. La relazione può invece essere rovesciata. Una rete scolastica capillare rende la città più attrattiva per le famiglie, facilita l’organizzazione della vita quotidiana, sostiene l’occupazione e rafforza i quartieri.

Chiudere una scuola non significa eliminare una spesa. Significa perdere un presidio pubblico, indebolire un territorio e ridurne la capacità di accogliere nuovi abitanti. Significa cancellare un focolaio di intelligenze, che Carlo Cattaneo ci ha insegnato essere anche il cuore dell’industria. Una sede dismessa, alienata o destinata ad altre funzioni non torna automaticamente disponibile se le condizioni demografiche mutano. Recidere un tessuto sociale comporta una perdita che non è contabilizzabile nei “costi” e “benefici” di mercato. Recidere un tessuto sociale significa desertificare. Il Comune di Como programma la desertificazione.

Si delinea così il rischio di una profezia che si autoavvera. Si prevede il calo degli studenti, si riducono i servizi e la riduzione dei servizi rende la città meno attrattiva per le famiglie. Alla fine, l’amministrazione presenta come inevitabile un futuro che le proprie decisioni hanno contribuito a produrre.

Gli spazi disponibili, inoltre, non rappresentano necessariamente uno spreco. Possono consentire classi meno numerose, laboratori, biblioteche, attività pomeridiane, formazione permanente e servizi aperti al quartiere. La questione non è soltanto quanti studenti possano essere collocati dentro un edificio, ma quale funzione sociale possa svolgere una scuola in una città che intenda contrastare l’invecchiamento e la perdita di popolazione.

 

6. Una programmazione priva di partecipazione

Il limite del “piano scuole” riguarda anche e soprattutto il metodo. I dossier documentano un’elaborazione fondata su dati anagrafici, iscrizioni, capienze e distribuzione territoriale. Nelle parti consultate non emergono però scenari alternativi elaborati insieme alle scuole, alle famiglie, al personale, alle associazioni e ai quartieri.

Questa osservazione deve essere formulata con precisione. L’assenza nei dossier di una ricostruzione del confronto pubblico non dimostra, da sola, che non vi sia mai stata alcuna interlocuzione. Dimostra però che la partecipazione non è una componente riconoscibile del processo documentato e che non viene restituito alcun contributo della società cittadina alla definizione degli obiettivi.

Chiedere alle scuole il numero degli iscritti o il numero di aule destinate all’insegnamento o il numero di aule vuote non equivale a coinvolgerle nella programmazione. La partecipazione non consiste nella trasmissione di dati a un’amministrazione che ha già stabilito quali domande porre. Comincia quando i soggetti interessati possono discutere l’impostazione del problema e confrontare soluzioni differenti.

Prima di decidere che gli spazi siano eccedenti, bisognerebbe discuterne i possibili usi. Prima di programmare una chiusura, bisognerebbe valutarne gli effetti sul quartiere. Prima di assumere il calo come inevitabile, bisognerebbe presentare un piano di attrazione demografica.

Una programmazione pubblica avrebbe dovuto confrontare almeno tre scenari: la prosecuzione delle tendenze attuali; l’attrazione di 45-91 famiglie all’anno mediante politiche abitative, scolastiche e sociali; la rifunzionalizzazione degli spazi disponibili per ampliare l’offerta educativa. Considerare soltanto il primo scenario non costituisce neutralità tecnica. Significa assumere il declino come orizzonte politico senza averne discusso le alternative con la città.

 

7. Il “mortale orologio statistico” e quel punto che non chiude la storia

La logica che informa il “piano scuole” richiama quella rappresentata da Charles Dickens in Tempi difficili. Il romanzo si apre con l’ingiunzione di Thomas Gradgrind a insegnare ai bambini soltanto fatti: “nient’altro che fatti”. Gradgrind è un uomo di calcoli, convinto che ogni frammento della natura umana possa essere pesato e misurato. Il suo errore non consiste nell’utilizzare i dati, ma nel ritenere che la conoscenza quantitativa sia sufficiente a comprendere la società e a governarla. Dickens colloca Gradgrind nella stanza del suo “mortale orologio statistico”, intento presumibilmente a dimostrare che il buon samaritano fosse un cattivo economista. L’immagine definisce con straordinaria precisione una razionalità amministrativa che, dopo avere tradotto la vita sociale in cifre, finisce per considerare irrazionale tutto ciò che non produce un risparmio immediatamente contabilizzabile. Coloro che si occupano di scuola senza conoscerne la natura intrinseca, operano in questo modo. Non conoscono i meccanismi della conoscenza: eppure si ergono a loro dominatori assoluti. Il mondo capovolto.

Qualcosa di simile sembra accadere nei documenti della Giunta. Il Comune conosce il numero dei residenti per anno di nascita, degli iscritti, delle aule e dei posti disponibili. Misura la percentuale di occupazione degli edifici e proietta nel futuro le tendenze osservate. Ma il calcolo non contempla adeguatamente il valore sociale della scuola, la funzione svolta nei quartieri e la capacità della rete educativa di attrarre nuove famiglie. Soprattutto, non prende in considerazione una politica pubblica capace di modificare i numeri dai quali muove.

La statistica dovrebbe costituire l’inizio della decisione politica. Nel “piano scuole” rischia invece di diventarne la conclusione. I 272 studenti previsti in meno non vengono assunti come un obiettivo sociale sul quale mobilitare le politiche della casa, dei trasporti e dei servizi. Vengono contabilizzati come posti destinati a rimanere vuoti e, implicitamente, come argomento a favore della riduzione della rete.

La Giunta misura le conseguenze dell’assenza di una politica di attrazione, ma non include nei propri modelli la possibilità di adottarla. Conosce il prezzo degli edifici scolastici, ma non il costo sociale della loro perdita. Registra il numero degli alunni che potrebbero mancare, ma non riconosce nella possibilità di recuperarli il compito fondamentale dell’amministrazione.

Non si tratta di opporre ai dati una protesta sentimentale, né di negare la diminuzione degli iscritti. Si tratta di impedire che lo strumento statistico venga utilizzato per “naturalizzare” scelte politiche. Una previsione fondata sulla prosecuzione delle condizioni attuali può descrivere ciò che accadrebbe se il Comune non facesse nulla per modificare la traiettoria. Non può dimostrare che quella traiettoria sia inevitabile.

Gianni Rodari ci ha raccontato di un piccolo punto “superbioso e iracondo”, che vociferava che dopo di lui, nientemeno, “la fine del mondo”. Le parole si guardarono in faccia e lo “piantarono in asso”: e “il mondo continuò una riga più in basso”. Una previsione non è la fine della storia. È soltanto il punto dal quale la politica potrebbe andare a capo.

 

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