Società
Una ricerca sugli italiani e AI: tutti la usano ma quasi nessuno vuole i data center
Un’indagine di CSA research mostra come gli italiani usino sempre più l’intelligenza artificiale, soprattutto per per lavoro. Cresce sensibilmente la penetrazione rispetto a un anno fa, ma anche l’avversità alle infrastrutture che la alimentano.
Gli allarmi sull’intelligenza artificiale lanciati dagli stessi protagonisti del suo sviluppo, da Geoffrey Hinton a Dario Amodei, hanno acceso anche nel nostro Paese un dibattito sempre più vivace anche tra gli italiani. CSA Research ha appena concluso su Telepanel una nuova rilevazione, 1200 interviste Cawi a un campione rappresentativo della popolazione italiana, sull’opinione pubblica, che ripropone le domande dell’indagine condotta nell’agosto 2025. Il confronto permette di mettere a fuoco i temi più caldi del momento. A un solo anno di distanza, il quadro è molto cambiato, come accade quando la curva di adozione di una nuova tecnologia avanza, in tempi molto rapidi.
Innanzi tutto due italiani su tre la usano: gli utilizzatori passano dal 47% al 68%. E la crescita non riguarda più soltanto i giovani, che pure arrivano all’87% tra i 18 e i 34 anni: tra i 55-64enni si passa dal 40% al 72%, tra gli over 65 dal 23% al 41%. Aumenta anche la conoscenza dichiarata: il voto medio che gli italiani si attribuiscono sale da 5,4 a 5,7 su 10, e chi si dà un voto insufficiente scende dal 45% al 39%. I chatbot restano lo strumento più usato (54% degli utilizzatori), seguiti dai traduttori automatici (37%) e dagli assistenti vocali (30%). Il paniere degli strumenti, però, non cambia: l’IA cresce in diffusione più che in varietà d’uso.
Si conferma la funzione principale di ricerca: l’intelligenza artificiale viene ancora usata come motore di ricerca, anche se più evoluto, personalizzato e relazionale.
Ma l’IA entra più in profondità nella vita degli italiani, per attività sempre più concrete. Mentre la ricerca di informazioni sale dal 60% al 69%, raddoppia, dal 5% al 10%, la quota di chi la usa per ottenere consigli pratici nella vita quotidiana e cresce e la richiesta di pareri specialistici in medicina, diritto o finanza (dal 14% al 18%). Crescono, anche se molto più lentamente e con un peso marginale, gli usi più evoluti, come la creazione di immagini e video (dal 9% al 12%), l’analisi di dati (dal 4% al 6%).
Il ricorso all’IA nei momenti di disagio psicologico e per le scelte importanti mostra invece una lieve flessione (rispettivamente dal 34% al 29% e dal 37% al 33%), pur riguardando ancora circa un utilizzatore su tre. È un primo segnale di un approccio più maturo, meno incline a umanizzare, e fraintendere, la tecnologia. A una maggiore diffusione non corrisponde tuttavia un maggiore entusiasmo. Il giudizio sulla crescente presenza dell’IA resta fermo a 5,6 su 10: sapere di più non si traduce, per ora, in un giudizio più favorevole. Tra gli utilizzatori la soddisfazione scende da 7,0 a 6,7, e i molto soddisfatti (voti da 8 a 10) passano dal 35% al 29%.
Si raffredda soprattutto il coinvolgimento. Il desiderio di possedere una versione avanzata scende dal 54% al 41%, l’interesse per un percorso formativo dal 56% al 48%, e chi considera l’IA fondamentale passa dal 41% al 35%. La base si allarga, ma chi entra è meno coinvolto di chi c’era già. La penetrazione dell’intelligenza artificiale si accompagna a un arretramento delle emozioni positive. La curiosità resta l’emozione prevalente, ma scende dal 50% al 45%; la speranza cala dal 12% all’8%.
In un’epoca di forte incertezza generalizzata, sale la paura, dal 25% al 32%, spostandosi da una sfera personale ad una collettiva. La preoccupazione che l’IA sfugga al controllo umano sale dal 41% al 46% e si conferma di gran lunga la prima. Arretra invece la paura di perdere il lavoro o di subire tagli allo stipendio (dal 10% al 6%): il timore si sposta dalla sfera personale a quella collettiva.
È comprensibile, dunque, che il 69% degli italiani, utilizzatori compresi, chieda una maggiore regolamentazione. Meno prevedibile, e proprio per questo capace di alimentare ulteriormente i timori, è che il 76% dubiti che le autorità pubbliche siano davvero in grado di regolamentarla. È forse qui che risiede l’aspetto paradossale e spiazzante della diffusione dell’IA: si avverte il bisogno di porre limiti a una tecnologia che, nello stesso tempo, viene percepita come difficile da contenere.
A vecchie resistenze si associano inoltre nuove emozioni negative. Il fastidio riguarda ormai il 15% degli italiani, alimentato da una sensibilità più acuta nel riconoscere i contenuti prodotti dall’IA e nel percepirli come impropri. Si comincia inoltre ad avvertire un tema economico, legato al possibile aumento dei costi, e prende consistenza il tema ecologico.
La scarsa disponibilità ad accettare sul proprio territorio le infrastrutture necessarie allo sviluppo dell’IA, i data center, aggiunge un elemento concreto a questa ambivalenza: il 69% si dichiara contrario ad averne uno vicino a casa. Usiamo sempre di più l’intelligenza artificiale, ma non siamo necessariamente disposti ad accettarne tutte le conseguenze.
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