Scuola
La scuola non si governa con la calcolatrice
A Como prevale una concezione ragionieristica della scuola, che porta alla desertificazione culturale della città
La scuola non si governa con la calcolatrice: la politica del comune di Como
di Luca Michelini
1. Cronache di una dismissione
Il nuovo piano scolastico del Comune Como contiene una scelta destinata a suscitare un conflitto politico e sociale forse ancora più vasto di quello esploso intorno alla scuola Corridoni, oggetto di un vasto conflitto istituzionale e cittadino.
La relazione predisposta dal settore Servizi alla persona del Comune, firmata il 31 agosto 2026, propone di ridurre gli istituti comprensivi cittadini da otto a cinque e di unire l’Istituto comprensivo Como Prestino-Breccia con quello di Como Rebbio. Nascerebbe così il nuovo Istituto comprensivo “Como Spina Verde”, con 1.002 alunni calcolati sulla situazione attuale. I plessi di San Fermo della Battaglia e Cavallasca verrebbero invece separati e aggregati all’istituto di Faloppio (La Provincia di Como)
Occorre chiarire una questione politica preliminare. Il sindaco Alessandro Rapinese, che governa la città con una lista civica che vede all’opposizione tutti i partiti nazionali, sembrerebbe attribuire alla Regione Lombardia la responsabilità del dimensionamento scolastico. Le fonti normative e amministrative mostrano, tuttavia, una procedura più complessa. La Regione definisce i criteri generali e approva il piano conclusivo, ma le proposte territoriali vengono costruite attraverso i Comuni, le Province, le istituzioni scolastiche e gli uffici scolastici. Per le scuole dell’infanzia e del primo ciclo, gli interventi sono espressamente indicati come competenza comunale.
Le indicazioni regionali per l’anno scolastico 2027/2028 affermano inoltre che il dimensionamento deve essere realizzato attraverso un “ampio, trasparente ed efficace sistema di concertazione”. La programmazione deve considerare non soltanto il numero degli alunni, ma anche il contesto sociale, economico e territoriale, le dinamiche sociali, i bisogni degli studenti, il sistema dei trasporti, le condizioni strutturali degli edifici e l’organizzazione dei servizi complementari (si legga qui).
2. Numeri magici
La soglia dei 600 alunni, quindi, non costituisce un ordine regionale di chiudere una scuola. È la soglia ordinaria per il riconoscimento dell’autonomia di un’istituzione scolastica e per l’assegnazione stabile del dirigente e del direttore dei servizi generali e amministrativi. Non comporta automaticamente la soppressione dei singoli plessi. La stessa documentazione regionale prescrive che i numeri siano inseriti in una valutazione sociale e territoriale più ampia. Presentare il piano comasco come una decisione semplicemente calata dall’alto dalla Regione significherebbe occultare il ruolo della proposta elaborata dal Comune e, con esso, la responsabilità politica di chi l’ha predisposta.
La vicenda attuale deve essere distinta dal piano approvato nell’autunno 2024. Nel settembre di quell’anno il Comune aveva elaborato e trasmesso alla Provincia una propria analisi della rete scolastica, fondata sulla riduzione degli iscritti, sul grado di occupazione degli edifici e sui costi della loro manutenzione. Il documento censiva 49 plessi comunali e 5.620 alunni: 1.185 nella scuola dell’infanzia, 2.542 nella primaria e 1.893 nella secondaria di primo grado. Prevedeva chiusure, trasferimenti e accorpamenti, compreso quello dell’infanzia di Prestino con la primaria Luigi Bianchi (si legga qui, qui).
I primi provvedimenti furono approvati dalla giunta il 15 ottobre 2024. Quel piano riguardava principalmente la chiusura, il trasferimento o l’accorpamento di singoli plessi. Non coincide, pertanto, con la nuova proposta del 31 agosto 2026 di ridurre da otto a cinque gli istituti comprensivi.
La documentazione del 2026 registra una diminuzione complessiva degli iscritti da 5.620 a 5.210 in tre anni, pari al 7,3 per cento, e indica per Prestino-Breccia una contrazione del 24,7 per cento. Ma la proposta separa contemporaneamente dal comprensivo gli alunni di San Fermo e Cavallasca, destinandoli all’aggregazione con Faloppio. Il rischio di un ragionamento circolare è evidente: si restringe il bacino di un istituto e poi si invoca la sua minore consistenza per giustificarne il ridimensionamento (si legga qui).
3. Alla ricerca di omogeneità sociali (micro-patrie)?
La decisione del Comune di San Fermo della Battaglia non risulta finora adeguatamente giustificata sul piano politico. I documenti disponibili permettono di conoscere la destinazione amministrativa dei plessi, ma non chiariscono quale idea di scuola, di territorio e di integrazione sostenga la scelta. Una spiegazione pubblica sarebbe necessaria, anche perché l’attuale istituto comprensivo riunisce da tempo scuole appartenenti ai territori di Como, San Fermo e Cavallasca, collocate in un’area geograficamente continua ed entro un raggio di pochi chilometri.
In assenza di una motivazione politica esplicita, è legittimo domandarsi se si tratti soltanto di una diversa soluzione amministrativa oppure se vi sia anche la volontà di separare le scuole di San Fermo da quelle appartenenti a quartieri comunemente rappresentati come “periferici”. Il piccolo comune, del resto, è diventato relativamente “ricco”, anche grazie agli introiti derivanti dal parcheggio dell’Ospedale pubblico, che insiste sul suo territorio: che infatti sta conoscendo un boom demografico eccezionale, a dispetto del calo demografico generalizzato che spesso viene richiamato come la vera ragione della chiusura delle scuole. Come se le “migrazioni interne” non avessero contraddistinto il nostro Paese.
La domanda che pongo non costituisce un’accusa e non può essere trasformata in una conclusione priva di prove. Proprio per questo spetterebbe all’amministrazione di San Fermo dissipare ogni dubbio, spiegando pubblicamente le ragioni educative, territoriali e sociali della propria decisione.
4. Il ruolo della scuola e della città
Il dimensionamento scolastico non consiste soltanto nel combinare numeri, edifici e confini comunali. Ogni accorpamento modifica le occasioni d’incontro tra gruppi sociali, territori e ambienti culturali differenti. Per questa ragione deve essere valutato anche in termini antropologici e pedagogici.
La stessa questione riguarda l’orientamento che sembra trasparire dalle scelte dell’amministrazione di Como. L’idea di trasformare le scuole comunali comasche in un bacino destinato soprattutto ai residenti del capoluogo esprime una concezione ragionieristica della scuola. Gli studenti provenienti dai Comuni circostanti non rappresentano un costo improprio, un’anomalia statistica o una popolazione estranea di cui liberarsi per rendere più ordinati i conti. La loro presenza testimonia una delle funzioni storiche fondamentali della città: essere luogo di convergenza, scambio e formazione per un territorio più vasto dei propri confini amministrativi.
Dal punto di vista pedagogico, una scuola non è soltanto un servizio collocato il più vicino possibile all’abitazione. Naturalmente il problema dei trasporti esiste. Tuttavia, deve essere interpretato come un servizio o nel contesto di una pianificazione urbanistica di ampio respiro, non come il perno della politica scolastica. La scuola è un ambiente educativo nel quale gli studenti apprendono anche attraverso la relazione con persone provenienti da esperienze familiari, sociali e territoriali differenti. La composizione plurale della popolazione scolastica amplia gli orizzonti, riduce la chiusura entro ambienti troppo omogenei e abitua a interpretare il mondo da prospettive diverse dalla propria.
L’incontro quotidiano tra studenti della città e della provincia permette anche alle famiglie di oltrepassare consuetudini, reti relazionali e rappresentazioni esclusivamente locali. In questo senso consente a entrambi i mondi di “sprovincializzarsi”, non perché la provincia sia culturalmente inferiore, ma perché ogni comunità che rimane chiusa entro sé stessa rischia di trasformare le proprie abitudini in un orizzonte naturale e indiscutibile.
In termini antropologici, il confine amministrativo non coincide con quello culturale. Le persone costruiscono la propria identità attraverso spostamenti, relazioni, appartenenze molteplici e frequentazioni quotidiane. La scuola rappresenta uno dei principali luoghi nei quali tali appartenenze entrano in comunicazione. Separare rigidamente gli studenti secondo il Comune di residenza significa invece rafforzare una rappresentazione localistica del territorio, come se ogni comunità dovesse riprodurre al proprio interno la medesima composizione sociale e culturale. Una scuola pubblica dovrebbe compiere l’operazione opposta: creare luoghi comuni nei quali differenze territoriali e sociali possano conoscersi e trasformarsi reciprocamente.
5. Prestino e Rebbio: le “periferie” di Como
Il caso diventa ancora più delicato se, dopo lo scorporo degli alunni di San Fermo e Cavallasca, la diminuzione numerica viene utilizzata per giustificare la fusione tra Prestino-Breccia e Rebbio.
Prestino e Rebbio appartengono a quelle che la vox populi comasca definisce “periferie”. Ma proprio nelle periferie il presidio scolastico dovrebbe essere maggiormente diffuso. Meglio due scuole radicate nei quartieri, che una sola struttura concentrata. La scuola territoriale non può essere amministrata soltanto attraverso un foglio di calcolo.
L’area comprendente Rebbio, Camerlata, Prestino e Breccia, peraltro, non risulta demograficamente in declino. Tra il 2019 e il 2026 è passata da 18.704 a 18.960 residenti, mentre il centro e altri quartieri economicamente più esclusivi hanno perso popolazione .
Prestino-Rebbio rischia così di diventare una nuova Corridoni.
Nel caso Corridoni sono intervenuti il ministro per le Disabilità Alessandra Locatelli, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara e la sottosegretaria Paola Frassinetti. Alessandra Locatelli e Paola Frassinetti si sono recate a Como all’inizio delle lezioni, mentre il Consiglio di Stato ha sospeso il provvedimento di chiusura.
Il giorno seguente alla decisione del Consiglio di Stato, Alessandro Rapinese ha comunicato che non avrebbe più partecipato a «Etg+ Sindaco», la trasmissione di EspansioneTv che da oltre vent’anni consentiva il confronto diretto con i cittadini. Il sindaco ha fatto riferimento al venir meno della «reciproca stima»; il direttore Andrea Bambace ha sottolineato la coincidenza temporale con il pronunciamento sfavorevole sulla Corridoni. La coincidenza non dimostra da sola un rapporto causale, ma segnala la profondità dello scontro politico.
Una politica scolastica degna di questo nome dovrebbe domandarsi non soltanto quanti studenti siano iscritti a ciascun istituto, ma quali relazioni sociali vengano rafforzate o interrotte da ogni accorpamento. Dovrebbe valutare se la nuova geografia scolastica favorisca l’incontro o la separazione, l’integrazione territoriale o la frammentazione, la mobilità culturale o la chiusura localistica. Senza questo livello di riflessione, l’”efficienza” rischia di diventare il termine dietro il quale si nasconde la rinuncia a ogni progetto educativo della città. Radicalizzare l’emarginazione di un quartiere, significa creare una grave inefficienza di sistema.
È esattamente la direzione opposta a quella indicata dalla proposta del Reddito Scolastico Comunale e dal progetto di un fondo comunale per valorizzare la scuola pubblica e finanziare il lavoro degli insegnanti. La scuola è un’infrastruttura sociale, culturale e produttiva. Una città che ne riconosce la centralità non sottrae presidi ai quartieri più delicati applicando meccanicamente una soglia numerica. Investe nelle scuole, negli insegnanti, nella pluralità della popolazione scolastica e nella presenza educativa diffusa.
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