Scuola
Ripartire dalle scuole dell’infanzia
Il dibattito sull’integrazione scolastica di questi giorni deve partire da questa proposta: rendere obbligatorie le scuole dell’infanzia.
«Prima viene il bambino con il suo mondo e le sue idee sul mondo e solo dopo è possibile e opportuno offrire proposte educative e didattiche capaci di arricchire e nutrire quel mondo. Proposte che risultano tanto più efficaci quanto più sono capaci di stabilire un confronto tra modi di guardare il mondo diversi» (Alessandra Ginzburg)
Si fa un gran parlare di classi e figli di immigrati. Qual è il numero giusto che favorisce l’integrazione? Ce l’abbiamo la ricetta?
Piuttosto che cercarla con proposte di propaganda in cerca di consenso, uno sguardo alla storia potrebbe essere utile.
L’integrazione nelle scuole italiane iniziò con gli anni ’70. Ancora avevamo le scuole speciali per i disabili (e molti restavano in realtà a casa), e fino al 1977 c’erano i ghetti delle classi differenziali nelle scuole pubbliche.
Una pioniera di quel cammino che avrebbe portato ad abolire le scuole speciali e le classi differenziali fu, a Roma, Alessandra Ginzburg, formatrice e psicoanalista.
Nel 1970, a Trastevere, nella scuola dell’infanzia comunale di piazza della Scala, iniziò un’avventura educativa audace, quando una ventina di bambine e bambini “deficitari” furono accolti in un rapporto di uno a uno con alunni cosiddetti “normali”. I cambiamenti progettati da Ginzburg, che di quella scuola fu coordinatrice, furono molto importanti e attraverso questa sperimentazione si arrivò a scoperte in grado di migliorare le scuole di tutti.
«Alessandra Ginzburg, al cui pensiero abbiamo ancora tanto da chiedere, sosteneva con lungimiranza che la disomogeneità nei luoghi educativi, oggi arricchita anche dalle molteplici provenienze di chi li abita, è la migliore condizione per costruire fiducia e apertura verso ogni differenza, perché, se affrontata con cura, competenza e attenzione, crea i presupposti per una crescita intellettuale e umana di tutte e tutti» (F. Lorenzoni).
Ecco il dibattito sull’integrazione di questi giorni potrebbe partire da qui: le scuole dell’infanzia.
E’ la proposta del pedagogista Daniele Novara che ne ha parlato su Avvenire: iniziamo l’integrazione dalle scuole dell’infanzia.
«Si tratta della necessità di rendere obbligatoria la scuola dell’infanzia, ossia il ciclo dai tre ai sei anni. Scuola che ritengo – e non solo io – la più importante in assoluto per la crescita personale e anche sociale di un individuo. È dai tre ai sei anni che si creano gli apprendimenti di base che poi servono per tutta la vita, compresa una padronanza adeguata della lingua. Ma non solo, perché le basi per le competenze socio-affettive, le competenze socio relazionali e tutto l’adattamento ai valori e alle esigenze di una comunità, si formano in questo periodo.
La Francia già da alcuni anni ha preso giustamente questa strada, e anche la nostra vicina Svizzera sta seguendo la stessa direzione. L’Italia, che fu nel 1978 artefice della rivoluzione pedagogica che portò alla chiusura delle classi differenziali e all’integrazione scolastica de gli alunni con disabilità, può diventare capofila di un’ulteriore rivoluzione pedagogica, proprio a partire dalla necessità che i bambini stranieri godano di una competenza comunicativa che li metta in grado di vivere in pieno tutte le loro potenzialità e responsabilità, una rivoluzione volta ad anticipare costruttivamente il percorso scolastico, facendolo partire dai tre anni e non più dai sei».
Lo abbiamo imparato da don Milani: «È solo la lingua che rende uguali. Uguale è chi sa esprimersi e intendere l’espressione altrui».
E’ su questo punto e non altro che dovrebbe articolarsi il dibattito oggi: quali sono le condizioni possibili perché i bambini e le bambine che arrivano in Italia da ogni parte del mondo possano godere delle migliori condizioni per imparare la nostra lingua, diventare cittadini con tutti i diritti e sapersi collocare adeguatamente all’interno delle regole, delle norme e delle leggi della nostra società.
Ripartire dalla scuola dell’infanzia è la mossa giusta.
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