Costume
Selfando sulle onde
La tempesta come sfondo, mai come esperienza. Trenta minuti per un’inquadratura, zero secondi per il mare vero. Se n’è andata con lo scatto giusto — convinta di aver visto qualcosa che, in realtà, ha solo fotografato.
Il mare è in tempesta, le onde si mangiano ll spiaggia a morsi, e lei è lì da mezz’ora — non a guardare, a “inquadrare”. Il vento le strappa i capelli in una direzione, il telefono glieli rimanda dall’altra, e in mezzo c’è il problema vero: il decimo scatto ha la schiuma “giusta” ma il mento raddoppiato, l’undicesimo ha il mento perfetto ma sullo sfondo un tizio in mutande che si stiracchia come se il Finisterre fosse il suo giardino di casa.
Passa un pescatore, la guarda, pensa alla nonna che diceva “il mare non si fotografa, si teme”. Lei non lo sente: sta già scrivendo la didascalia. “Quando la natura ti chiama e tu rispondi 🌊✨” — poi la cancella, troppo lunga, la riduce a “#Wild.” Un’onda più cattiva delle altre le bagna il costume rovinandole l’effetto immaginato. Non se ne accorge: sta scegliendo il filtro che renda il grigio del cielo un po’ più drammatico di quanto la realtà, generosamente, glielo stia già offrendo gratis.
È la stessa logica, in fondo, di chi torna dalla Grecia giurando di aver trovato la spiaggia deserta con i pescatori gentili e la grigliata sulla sabbia — quella storia che Bisio, in “Rapput“, smontò facendo notare che la raccontano tutti, letteralmente tutti, al punto da chiedersi quante isole deserte possa avere una Grecia che di isole ne ha già fin troppe. Il selfie sulla riva in tempesta è lo stesso depliant, versione 2026: non il mare che hai visto, ma il mare che serve per farti vedere mentre dici di averlo visto.
La tempesta come sfondo, mai come esperienza. Il mare si alza un centimetro all’anno, le coste arretrano, i pescatori di quell’isola contano le stagioni sempre più storte — e lei è lì, trenta minuti, a caccia dell’onda che ‘buca’ meglio nel quadratino in alto a destra. Il pianeta cambia, si scioglie, protesta a modo suo con onde sempre più cattive; l’unica cosa che non si è mai mossa di un millimetro, in tutto questo, è la vanità umana davanti a uno specchio che si chiama fotocamera. Se n’è andata con lo scatto giusto, forse, convinta di aver visto qualcosa che, in realtà, ha solo fotografato — mentre il mare, quello vero, continuava a mandare avvisi che nessuno inquadra mai.
Alla fine lei se ne va senza aver guardato il mare nemmeno una volta. Il mare, va detto, non se n’è accorto: aveva altro a cui pensare.
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