A.I.

Milei, Oracle e la creazione distruttrice

L’automazione elimina i redditi da lavoro (umano). Ma chi comprerà quello che le macchine producono?

26 Giugno 2026

Ora è ufficiale: l’AI licenzia i lavoratori

Il 22 giugno Oracle ha depositato la relazione annuale alla SEC, l’autorità dei mercati americana. In quel documento, dove le società quotate sono obbligate a dire la verità, ha scritto una cosa che nessuna grande azienda tecnologica aveva mai messo nero su bianco: l’adozione dell’intelligenza artificiale ha già ridotto, e potrà ancora ridurre, la sua forza lavoro.

In un anno l’organico è sceso da 162.000 a 141.000 dipendenti. Ventunomila posti, il tredici per cento. Nello stesso anno i ricavi hanno toccato il record di 67,4 miliardi di dollari. Le due curve, profitti su e occupati giù, corrono in direzioni opposte, e la relazione lo dice senza giri di parole. Nessun eufemismo da comunicato, niente “riorganizzazione” o “ottimizzazione”.

Un atto legale che indica l’automazione come causa. Il tramonto del lavoro umano smette di essere una formula da convegno e diventa una riga in un documento ufficiale, firmata da chi quei posti li ha tagliati. Oracle non è sola: dall’inizio dell’anno quasi duecento aziende tech hanno eliminato oltre centomila posti. È solo la prima a scriverne la ragione.

…e liberaci dal cervello. Amen

In questo scenario entra Javier Milei. A inizio giugno, sul Financial Times, il presidente argentino ha firmato con il ministro Sturzenegger un intervento che è già un disegno di legge depositato al Congresso. Nasce una nuova figura giuridica, la “società non-umana”: un’impresa governata da agenti di intelligenza artificiale a responsabilità limitata e tassazione bassa, in cui la presenza di soci umani è possibile ma non necessaria.

Milei apre celebrando la fondazione, nel 1602, della Compagnia delle Indie Orientali olandese. Poi annuncia la sua tesi: come la rivoluzione industriale ci liberò dai limiti del muscolo, l’AI ci libererà dai limiti del cervello. L’accelerazionista di destra accetta esattamente la diagnosi che molti temono, l’abolizione del lavoro umano. La differenza è che lui ci brinda sopra.

C’è chi dice no

La proposta ha trovato subito il suo contraddittore. Sullo stesso Financial Times lo storico Yuval Noah Harari ha avvertito: dare personalità giuridica a società guidate da agenti non-umani significa consegnare a quegli agenti un passe-partout per i sistemi finanziari, economici e politici. Non una compagnia che diventa Stato, ma uno Stato che diventa intelligenza artificiale.

Milei ha replicato a stretto giro: concedere personalità giuridica agli agenti non è lanciare il Giudizio Universale di Terminator, e comunque bancarotta, confisca e liquidazione forzata bastano a dissuadere una macchina che tenga alla propria sopravvivenza. Discussione legittima. Ma è l’asse sbagliato.

Milei realizza la profezia di Schumpeter

Perché c’è una domanda che, nel rumore sui robot in tribunale, non fa nessuno. Ed è economica. Schumpeter, il liberista austriaco, chiamava “distruzione creatrice” il motore del capitalismo: l’innovazione brucia le imprese vecchie, ma ne genera di nuove, e ricolloca il lavoro spostandolo verso l’alto. Il meccanismo regge per una ragione precisa: chi perde un posto da una parte lo ritrova trasformato dall’altra, continua a percepire un reddito, e quindi a comprare. Il modello di Milei spezza l’anello. L’automazione distrugge i posti, ma le società non-umane non ne creano di umani in cambio. Resta la distruzione, evapora la creazione. La distruzione creatrice rovesciata in creazione distruttrice. E qui l’ironia più affilata: Schumpeter, da liberista, l’aveva previsto. Pensava che il capitalismo sarebbe morto non per i suoi fallimenti, ma per i suoi successi. Milei, che si proclama suo erede, realizza la profezia alla lettera e la chiama liberazione.

Chi compra ciò che si produce?

La domanda resta lì, semplice. Se le società non-umane producono senza pagare salari, chi compra quello che producono? Il salario non è solo un costo per l’impresa. È la domanda che assorbe la produzione, ed è la base che finanzia fisco e contributi. Togli il reddito da lavoro e non arriva l’utopia. Arrivano due carestie in una: niente domanda per le merci, niente gettito per lo Stato. Una risposta Milei ce l’ha: i mercati esteri che sembrano infiniti. Ma sposta il problema oltre confine, e dà per scontato che altrove, chissà perché, si continui a pagare redditi da lavoro. Se il modello vince, viene adottato a livello globale. E allora non restano molti che possono acquistare l’iperproduzione dell’economia artificiale.

«I lavoratori spendono quello che guadagnano, i capitalisti guadagnano quello che spendono» (Michał Kalecki)

La società non-umana non è sbagliata perché alla macchina manca un’anima. Quella discussione lasciamola alla filosofia. È sbagliata perché sega il ramo su cui è seduta. L’automazione va accolta, non frenata: il problema non è che le macchine lavorano, è che il guadagno di produttività resta tutto da una parte sola. La cura è ridistribuirlo, perché la domanda sopravviva all’abbondanza che la rende possibile. Tenetevi pure i profitti e fateli crescere. Ma ridistribuite il dividendo della produttività, o crollerete insieme al sistema che vi nutre.


Questi temi, l’automazione che abolisce il lavoro umano e la ridistribuzione della produttività che la rende sostenibile, sono al centro di “Scritti di ALTER EGOnomia” di Fabio Massimo Rampoldi.

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