appello Stanford intelligenza artificiale

Innovazione

AI: dobbiamo agire ora. Sì, ma come?

Da Stanford un appello con oltre duecento firme e sedici Nobel: sull’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro: «dobbiamo agire ora». Altri invece rassicurano che andrà come sempre tutto bene. Manca però la sola domanda che conta.

20 Luglio 2026

Il 13 luglio, dal Digital Economy Lab di Stanford, è partito un appello dal titolo perentorio: «We Must Act Now». Dobbiamo agire ora. Oltre duecento firmatari, sedici premi Nobel, dirigenti e ricercatori delle stesse aziende che l’intelligenza artificiale la stanno costruendo. Il testo ammette due cose che fino a ieri, dette da altri, venivano archiviate come catastrofismo: la trasformazione in corso è più rapida della nostra capacità di adattamento, e la sostituzione del lavoro umano su larga scala non è un’ipotesi di scuola, ma uno scenario da prendere sul serio.

Qualcosa si muove, dunque. Non tutti, però, si allarmano. Mentre dai piani alti arriva l’appello, da un’altra parte ci si affretta a rassicurare che andrà come è sempre andata, brandendo dati recenti e opinabili: le aziende americane che più investono in intelligenza artificiale, riporta il Financial Times, assumono di più, perfino tra i neolaureati. Dati veri, che però appaiono un po’ come degli scongiuri. La curva di adozione di ogni tecnologia ha due fasi: nella prima si crea lavoro, perché deve essere inserita nei processi, capita, corretta, validata; è nella seconda, quando la nuova tecnologia diventa organica, che il lavoro umano viene sostituito. Misurare oggi l’effetto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione è come misurare nel 1925 l’effetto del trattore sull’occupazione agricola. Chi tocca ferro con i dati della primissima fase non sta descrivendo il futuro: lo sta esorcizzando.

Ciò che l’appello ammette

Torniamo all’appello, che merita più attenzione degli scongiuri. La sua importanza non sta in ciò che chiede, ma in ciò che concede. Per anni chi segnalava la disoccupazione tecnologica si è sentito rispondere che la tecnologia ha sempre creato più posti di quanti ne abbia distrutti, e che sarebbe andata così anche stavolta. Ora sedici premi Nobel e i vertici dei laboratori che costruiscono questi sistemi mettono nero su bianco che stavolta potrebbe andare diversamente, e che la velocità del cambiamento supera quella dell’adattamento. Quando la diagnosi arriva da chi ha creato la nuova tecnologia, la disoccupazione tecnologica prossima ventura smette di essere una tesi eterodossa e diventa un dato con cui fare i conti.

Ciò che l’appello non dice

Se però si cerca una proposta, si trova poco. «Agire» viene declinato soprattutto come studiare, monitorare, prepararsi: verbi da osservatorio, non da governo o da parlamento. E quando il testo indica una direzione, è quella di «affiancare» il lavoro umano invece di sostituirlo: nobile intenzione, che però punta giusto a salvare i posti di lavoro e non i redditi ad essi collegati. Come se il problema fosse trattenere le persone dentro mansioni che le macchine sanno già svolgere, e non garantire loro lo stesso reddito quando quelle mansioni non ci saranno più.

La cronaca economica, intanto, continua a registrare notizie come questa: il 30 luglio Amazon Mechanical Turk, la piattaforma simbolo del microlavoro umano al servizio delle macchine, chiude ai nuovi clienti. Amazon non spiega perché. C’è chi ipotizza che l’AI sappia ormai svolgere da sola il lavoro che la addestrava, e chi osserva che il mercato dell’addestramento cresce ma si concentra in piattaforme specializzate, che del cottimo generico non sanno che farsene. La gavetta digitale si congeda senza preavviso, proprio mentre a Stanford si raccolgono firme per prepararsi a un’uscita di scena del lavoro umano che, ai piani bassi, è già cominciata.

La domanda inevasa

Ed eccoci al punto che non viene toccato né dall’appello degli studiosi né dagli scongiuri sui dati del Financial Times. Se le macchine producono ma non sostituiscono i consumi umani, chi comprerà ciò che producono, e con quali redditi? Il lavoro artificiale, a differenza di quello umano, non percepisce un salario e non fa la spesa. E se i redditi da lavoro si erodono, cosa ne sarà del gettito fiscale e contributivo che si regge in gran parte su questi redditi e che sostiene pensioni, sanità, e il welfare in generale? È quella che chiamo doppia carestia (di lavoro e di consumi umani): una carestia nell’abbondanza, in cui la capacità di produrre cresce mentre la domanda di beni e servizi si restringe. Lo scrivevo a marzo, su queste pagine: l’apocalisse annunciata non dovrebbe sorprenderci, perché non è un evento improvviso, ma un processo silenzioso, già misurabile da chi abbia voglia di misurarlo.

Va bene quindi invitare i governi ad agire, ma è essenziale capire come è meglio farlo. Chi cerca dati rassicuranti evita, oltre al rischio che esorcizza, anche l’opportunità: quella di liberare l’umanità dal lavoro, lasciando la libertà di scegliere se e dove lavorare. Chi chiede di agire senza aggiungere altro lascia il campo alle risposte già pronte che circolano tra gli specialisti: il reddito universale, la tassa sui robot. Funzionerebbero? Lo esamineremo nel prossimo articolo. Intanto teniamoci la notizia: ai piani alti hanno smesso di negare il problema. Adesso manca solo che qualcuno lo affronti.


I temi qui solo accennati: il lavoro artificiale, la doppia carestia, la libertà dal lavoro, sono sviluppati nel mio libro “Scritti di ALTER EGOnomia“.

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