Innovazione
Lavoro artificiale: le proposte in campo per mitigarne l’impatto
Reddito universale, tassa sui robot, posti di lavoro inventati: le tre proposte principali per affrontare la trasformazione, analizzate più da vicino. Una valutazione critica e una proposta alternativa.
Nell’articolo della scorsa settimana chiudevo con una domanda: le risposte già pronte che circolano tra gli specialisti, il reddito universale e la tassa sui robot, funzionerebbero? Le esamino qui, e con loro una terza, la più diffusa e la meno dichiarata di tutte.
L’ascensore non può salire oltre l’ultimo piano
Per due secoli un ascensore settoriale ha spostato il lavoro un piano più su: dai campi alle fabbriche, dalle fabbriche agli uffici, dagli uffici al terziario avanzato. Ogni ondata tecnologica tagliava mansioni a valle e ne apriva a monte, e i posti creati superavano quelli distrutti. Ma l’ascensore ha finito i piani: oltre il terziario avanzato non c’è un altro settore pronto ad assorbire chi resta a terra, c’è solo il settore del non-lavoro. Le tre risposte in circolazione servono a governare questo momento.
Le tre proposte principali
La prima è la tassa sui robot, rilanciata da Bill Gates nel 2017: se una macchina prende il posto di un lavoratore, l’impresa paga come se quel lavoratore ci fosse ancora. Ma il rimedio si morde la coda. Punisce la produttività che dovrebbe portare alla crescita economica; apre un problema di definizione, perché cos’è un robot, un braccio meccanico sì, e un software che svolge il lavoro di dieci impiegati? E restringe la base che pretende di colpire, perché frena l’adozione della tecnologia da cui vorrebbe trarre gettito fiscale. Si tassa l’ingresso della macchina, non il valore che produce.
La seconda è il reddito di base universale (UBI): una cifra uguale per tutti, dal disoccupato al miliardario, finanziata dalla fiscalità generale. Attinto dalle entrate di bilancio, ridistribuisce la torta esistente senza intercettare quella nuova, che cresce con le macchine, e compete con sanità, scuola e sicurezza nelle leggi di bilancio annuali.
Restano poi tre dubbi. L’equità: dare la stessa somma a chi non ha reddito e a chi ne accumula, tratta come condizioni uguali delle condizioni che non sono uguali, e correggere questo squilibrio a valle con le imposte sui redditi è più una trovata per farlo accettare da tutti, perché tutti ne beneficerebbero in qualche misura, che un rientro nel principio di equità. Potrebbe inoltre generare inflazione: un reddito in più non ancorato a nuova produzione rischia di scaricarsi sui prezzi, e i prezzi colpiscono soprattutto i redditi bassi e fissi. Mantiene inalterate le distanze sociali: un importo uguale per tutti le trasla soltanto verso l’alto senza accorciarle, come aveva mostrato Fred Hirsch con i beni posizionali, il cui prezzo sale non appena tutti hanno più denaro.
Su un punto, del resto, la stessa universalità di questo reddito potrebbe venir meno: la selettività torna a farsi strada, e non solo tra noi. In Italia non è una scoperta, il reddito di cittadinanza era già selettivo e lo abbiamo smontato quasi a furor di popolo; ma la direzione riaffiora: nel volume collettivo di Piano B, «L’Italia che verrà» (Ed. Donzelli 2026), si propone un reddito di base selettivo, esteso alla sola povertà assoluta. Un testo su cui vorrei tornare a lettura completata.
La terza risposta non ha un nome ufficiale, ed è la più praticata: inventarsi del lavoro improduttivo. Che l’occupazione sia una scelta politica lo ricorda il giurista ed economista Ewan McGaughey: dopo la Seconda guerra il 42 per cento della forza lavoro britannica si ritrovò di colpo in esubero, uno shock più rapido di qualsiasi automazione, e la piena occupazione fu comunque mantenuta. Vero, ma allora il lavoro da ricollocare era lavoro vero, ricostruire e curare. Difendere la piena occupazione quando sono le macchine a poter lavorare significa invece, sempre più spesso, creare occupazione che non serve alla produzione.
Da noi la si è creata per decenni moltiplicando i posti pubblici come ammortizzatore sociale, e la si è fatta proliferare anche nel settore privato, costretto ad assumere addetti per adempiere a sempre nuovi obblighi normativi e fiscali. Solo a titolo di esempio: la gestione dell’IVA, in molte aziende, richiede personale apposito. Curiosamente, il gettito di questa unica imposta è dello stesso ordine di grandezza del costo del lavoro della nostra pubblica amministrazione. La creazione di posti di lavoro per decreto è, dei tre rimedi qui elencati, quello più opaco, perché distribuisce un reddito per nascondere il problema. Le macchine, intanto, continuano a svolgere il proprio lavoro artificiale, non fittizio, senza ricevere un reddito come corrispettivo e senza poter alimentare i consumi umani finali con questo reddito. Quindi si potrebbe continuare a creare lavoro umano per dare un reddito a chi non produce il valore che dovrebbe giustificarlo. In queto modo il lavoro che produce valore viene sempre più automatizzato, ma per avere un reddito spendibile creiamo lavoro umano improduttivo.
Un’altra strada
Tre risposte diverse, un’unica falla. Nessuna affronta la domanda di fondo: come far circolare il reddito quando la produzione si riflette sempre meno su salari e stipendi. Si rischia così di riparare la sola falla, finendo per sussidiare il sottoconsumo, la carestia di domanda che si espande quando la produzione viene garantita dalle macchine, ma vengono a mancare i redditi per comprare quello che le macchine producono così copiosamente. La robot tax frena la fonte della maggiore produttività, ossia il lavoro artificiale; il reddito universale non considera proprio questa fonte, se non per chiedere l’ennesimo sussidio di sussistenza; il lavoro fittizio nasconde il problema alla bell’e meglio, ma questo continua a esistere e a crescere anche se occultato.
Esiste tuttavia almeno un’altra strada: agganciare il reddito alla produttività delle macchine e usarlo per alimentare la domanda, invece di intaccare la torta esistente o penalizzare chi produce. Se ben congegnata, è l’unica proposta che riduce il rischio di finire nel sottoconsumo, un rischio a cui le altre proposte sembrano andare incontro a braccia aperte. Non è una formula magica: è un progetto, con i suoi parametri da tarare. Ma almeno risponde alla questione fondamentale, invece di tentare di aggirarla.
Nell’articolo precedente ci si chiedeva: «Dobbiamo agire ora; sì, ma come?». Le tre proposte principali in circolazione, analizzate un po’ più da vicino, non appaiono molto convincenti. Se vogliamo vederne il solo lato positivo, possiamo accontentarci di constatare che si iniziano a richiedere con urgenza delle misure per gestire la transizione dal lavoro umano a quello artificiale; ma le risposte elaborate da questa triade potrebbero essere inadeguate per uscire da una crisi permanente e prolungata, in cui alle recessioni si potrebbero alternare soltanto le stagnazioni, e non la crescita.
I temi qui accennati, il lavoro artificiale, il sottoconsumo, un reddito agganciato alla produttività delle macchine, sono sviluppati nel mio libro «Scritti di ALTER EGOnomia».
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