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L’alveare digitale: come Meta ci ha trasformati in guardiani del nostro stesso recinto
Un anno di osservazione silenziosa sui social rivela un sistema non di bolle, ma ad alveare. Celle attive con risposta immunitaria. E tre grandi crisi ne hanno mostrato tutta la pericolosità.
Da circa un anno ho deciso di sottrarmi al dominio dell’algoritmo, non commentando e non pubblicando alcuna opinione, se non qualche breve post sul mio profilo Facebook. Questo mi ha permesso di avere un punto di vista distaccato e globale del mezzo e delle modalità con cui la larghissima parte degli utenti lo utilizza. Ciò che si nota osservando dall’esterno è un sistema di celle epistemiche auto-rinforzanti, connesse da interazioni ad alta frizione, in cui gli algoritmi amplificano coerenza interna e conflitto esterno.
In altre parole, piccoli ambienti che tendono a rafforzare continuamente le proprie convinzioni e a respingere quelle dissonanti.
Immaginate di entrare ogni giorno in un grande centro commerciale, sedervi su una panchina e osservare. Non comprare, non parlare, non reagire. Solo guardare. È quello che ho fatto per circa un anno su Facebook: accedere quotidianamente alla piattaforma senza pubblicare un commento, lasciando solo qualche like ma senza generare alcuna traccia di testo. Solo leggere, osservare, analizzare.
Quello che emerge da quest’esercizio di distacco metodologico a mio avviso non è la conferma del modello delle “bolle” — la metafora più diffusa per descrivere la frammentazione dell’informazione online. È qualcosa di strutturalmente diverso, e forse, più inquietante.
Non bolle, ma “alveari” competitivi
La bolla suggerisce passività: un contenitore che filtra per inerzia, che isola senza intenzione. Ma l’osservazione di Facebook rivela qualcosa di radicalmente diverso: una struttura attiva, con ruoli definiti e, soprattutto, una risposta immunitaria.
Ogni profilo, ogni account, funziona come una cella di un alveare; ma a differenza di un alveare vero, dove il lavoro cooperativo è fondamentale per la sopravvivenza del gruppo, qui lo è solo tra celle omogenee per sistemi di credenze e affinità culturali. Tra celle divergenti vige un sistema competitivo.
Il titolare del profilo seleziona contenuti, tono, linguaggio e soprattutto confini impliciti (cosa è accettabile e cosa no). Questo crea una sorta di “regime epistemico locale”: dentro quella cella certe interpretazioni del mondo diventano dominanti.
Le piattaforme social— come Meta, TikTok o altre— amplificano questa dinamica. Gli algoritmi tendono a rinforzare coerenza ed engagement, quindi mostrano agli utenti contenuti compatibili con ciò che già “funziona” in quella cella. Questo consolida una percezione di realtà condivisa ma estremamente parziale.
Like, commenti e condivisioni agiscono come meccanismi di validazione. Nel tempo, si crea un effetto di normalizzazione interna: ciò che è frequente diventa “vero” o quantomeno “ovvio” per chi abita quella cella.
Dal punto di vista psicologico, ogni “cella” è un ambiente di coerenza cognitiva.
Quindi possiamo dire che una della attività principali dei “proprietari” della cella è il mantenimento della stabilità cognitiva. Ogni intrusione tendente ad alterare questa stabilità viene percepita come un attacco al gruppo e all’identità social dei singoli e per questo attaccata ed espulsa.
Questo è il punto cruciale: il contenuto dissonante non viene confutato quasi mai, se non nei casi dove lo scambio avviene tra persone tra le quali si intuisce esserci un rapporto di reciproca stima. Negli altri casi viene espulso. Confutare richiederebbe ascolto, elaborazione, aggiornamento della propria posizione — un processo lento, cognitivamente costoso, economicamente inefficiente per la piattaforma. Espellere richiede solo il riconoscimento del “diverso”, è una reazione emotiva immediata. Ed è esattamente quello che l’algoritmo premia.
L’algoritmo non premia la verità.
Il meccanismo sottostante è semplice nella sua brutalità: Meta non ottimizza per la qualità del ragionamento né per la qualità dei contenuti in generale. Ottimizza per l’engagement — e le emozioni più efficaci in termini di engagement sono quelle identitarie, quelle che riguardano l’appartenenza, la minaccia, la paura.
Il risultato è che ogni utente/cella tende a produrre una versione sempre più purificata e rigida di se stesso, mentre i contatti tra utenti sui grandi temi avvengono prevalentemente in modalità conflittuale. Paradossalmente, questo conflitto non indebolisce le parti: le rafforza entrambe. Il nemico esterno compatta l’interno.
La moderazione, il dubbio, la sfumatura sono invisibili. Non perché non esistano, ma perché sono economicamente inefficienti.
L’individuo all’interno di un cluster non sta scegliendo cosa credere: sta segnalando appartenenza. Il post non è un’opinione. È un gesto identitario.
Tre stress test. Tre conferme.
La natura di questo sistema diventa particolarmente evidente quando viene sottoposto a pressione.
La pandemia da SARS-CoV-2, la guerra in Ucraina, il conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran: tre eventi di portata globale che hanno funzionato come banchi di prova progressivi per questo sistema. E in ognuno, la logica dell’alveare si è ripetuta — con intensità crescente.
Il caso pandemico era epistemicamente ambiguo in tempo reale: la scienza si aggiornava, i dati erano incerti, le istituzioni comunicavano male. Questo ha creato uno spazio enorme in cui le “celle madri” — i nodi di diffusione primaria dell’informazione — hanno potuto operare con una certa plausibilità iniziale. Lo scontro “pro-vax”/“no-vax” non avveniva su dati oggettivi, ma su credenze strutturate attraverso la moltiplicazione di contenuti prodotti da queste celle madri, cui attingevano tutti coloro che, per cultura, capacità di discernimento o sistemi di credenze pre-esistenti, cercavano conferme. Quando i dati si sono chiariti, la cristallizzazione identitaria era già avvenuta: nessun aggiornamento era più possibile, soprattuto per quegli individui attestatisi su posizioni reciprocamente antitetiche.
La guerra in Ucraina ha introdotto una variabile nuova: la geopolitica come identità. Le celle non si sono formate sul merito della questione, ma su sistemi di credenze già strutturati — atlantisti, sovranisti, pacifisti, anticomunisti — che hanno semplicemente rivestito il conflitto con narrative già pronte. La guerra reale è diventata quasi irrilevante: era uno schermo su cui proiettare posizioni preesistenti ma anche stati psicologici estemporanei.
Ora, il conflitto in Medio Oriente rappresenta forse il caso più estremo, perché sovrappone simultaneamente livelli religiosi, etnici, geopolitici e storici. Le celle madri attingono qui a reservoir di credenze profondissimi. La complessità reale è tale che praticamente nessun fruitore medio ha gli strumenti per valutarla autonomamente: la scelta dei canali da cui prendere le informazioni avviene più per assonanza psicologica/emozionale che per analisi dei contenuti postati e relativa verifica delle fonti.
Il sistema apprende. Ma nella direzione sbagliata.
Il pattern che emerge da questi tre casi è una progressione nella profondità delle credenze pre-esistenti che il sistema attiva e mobilita. La pandemia toccava la fiducia nelle istituzioni scientifiche. L’Ucraina toccava l’identità geopolitica. Il Medio Oriente tocca l’identità culturale, il senso di profonda ingiustizia e l’impotenza davanti alla arroganza di due Stati che in spregio a qualunque legge nazionale e sovranazionale decidono di aggredire uno Stato sovrano con motivazioni palesemente false.
Ogni stress test ha reso l’ambiente social più tossico, più rigido, non più capace. Le persone che hanno attraversato i tre eventi all’interno delle loro celle ne sono uscite più radicalizzate, non più informate. Il sistema apprende — ma apprende a escludere meglio, a compattarsi più rapidamente, a riconoscere il nemico più in fretta.
Chiunque provi a introdurre complessità o un punto di vista alternativo in questo contesto non viene percepito come qualcuno che ragiona, che analizza. Viene percepito come qualcuno che tradisce perché non aderisce alla narrazione di una parte.
Per cui, sui social, lo spazio tra le polarizzazioni non esiste o esiste in quanto spazio di “traditori” o ignoranti, vittime della propaganda.
Il silenzio come atto politico
C’è un’ironia nella posizione dell’osservatore silenzioso: l’astensione dalla pubblicazione non è solo igiene personale. È anche un piccolo atto di resistenza al meccanismo, perché sottrae combustibile al sistema senza generare il contraccolpo che genererebbe una critica esplicita. Non alimenta l’engagement. Non produce conflitto utile all’economia della piattaforma.
Ma è una resistenza individuale e come tale insufficiente se non praticata da molti. Il problema non è risolvibile dall’interno della piattaforma — e probabilmente nemmeno dall’interno di ciascuna piattaforma singolarmente. Richiede una riflessione collettiva sul ruolo che questi strumenti stanno svolgendo nella formazione dell’opinione pubblica, in un momento storico in cui la qualità dell’informazione, probabilmente, non è mai stata così decisiva e messa in pericolo. Adesso anche dall’utilizzo sempre più attivo delle IA.
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