Criminalità
Sud Est siciliano: dove la cocaina diventa invisibile. Puntata 7 la rete delle forniture
Quando la droga diventa economia. Il controllo delle forniture, i nuovi equilibri criminali e il punto cieco del sistema.
L’estintore, da solo, non basta a spiegare il sistema, perché racconta il metodo con cui la cocaina può confondersi dentro un oggetto ordinario, obbligatorio e apparentemente innocuo, ma non racconta ancora la rete di forniture, imprese, rapporti commerciali e accessi periodici alle aziende che permette a quell’oggetto di muoversi nel territorio senza destare sospetti.
È da qui che comincia la Parte VII: non più dall’estintore come possibile contenitore, ma da ciò che gli sta intorno, perché quando il narcotraffico smette di cercare soltanto un nascondiglio e comincia a inserirsi nei servizi necessari alla vita quotidiana delle imprese, il problema non riguarda più soltanto la droga, ma l’economia che le consente di diventare invisibile.
Capitolo 1 — La rete delle forniture
È seguendo questi collegamenti che il quadro cambia ancora, perché l’azienda che movimenta estintori, secondo quanto raccolto nel corso dell’inchiesta, sarebbe riconducibile al clan do “Puorcu” e dei Matriali, e dunque non può essere osservata soltanto come una normale attività di fornitura, dal momento che un’impresa di questo tipo entra per sua natura in una rete di clienti, consegne, revisioni, manutenzioni, scadenze, documenti, obblighi di legge e accessi periodici a capannoni, magazzini, aziende agricole, attività commerciali e imprese di trasporto, cioè dentro quella parte dell’economia quotidiana che nessuno percepisce come anomala proprio perché serve a far funzionare tutto.
Dentro questa rete si inserisce anche la vicenda della nuova impresa di imballaggi sorta in contrada Arcerito, acquistata all’asta per centosessantamila euro, formalmente da un imprenditore albanese, ma nella quale, secondo più fonti raccolte sul territorio, avrebbero avuto un ruolo diretto Luzim Ndreu, indicato come l’uomo che si sarebbe occupato prima della ristrutturazione dei locali e poi dell’acquisto degli estintori necessari all’avvio dell’attività, acquisto che sarebbe avvenuto proprio presso l’azienda riconducibile al clan dei Matriali.
Il passaggio è delicato e va letto per quello che è: non una prova automatica dell’utilizzo degli estintori per il trasporto di droga, né la dimostrazione che ogni fornitura sia sospetta, ma un elemento che, inserito in un quadro più ampio, farebbe emergere una relazione economica significativa tra soggetti appartenenti ad ambienti criminali diversi, da un lato il gruppo locale dei Matriali e dall’altro l’area della criminalità albanese riconducibile a Ndreu.
Il nome di Ndreu, del resto, non entra in questa storia come quello di un semplice intermediario commerciale, perché il suo profilo è già stato attraversato da vicende giudiziarie pesantissime legate al traffico di stupefacenti e, se il riferimento agli arresti del 2019 e al ritrovamento di circa cinquanta chili di droga nel bagagliaio della sua auto è confermato dagli atti processuali e da fonti giudiziarie verificabili, quel precedente consente di leggere il suo eventuale interessamento alle forniture non come un dettaglio marginale, ma come un passaggio da osservare dentro la più ampia trasformazione dei traffici: dalla gestione del carico alla gestione degli accessi, delle imprese e delle infrastrutture ordinarie del territorio.
È qui che la rete delle forniture smette di essere un fatto puramente commerciale e diventa una possibile chiave di lettura dei nuovi equilibri, perché se un soggetto indicato come vicino alla criminalità albanese segue lavori, acquisti e dotazioni obbligatorie per un’impresa di imballaggi, e se quelle dotazioni vengono acquistate presso un’azienda riconducibile ad ambienti criminali locali, allora il dato giornalisticamente rilevante non è più soltanto l’estintore, ma il rapporto che quell’estintore rivela tra logistica, imprese, forniture e gruppi capaci di incontrarsi non sul terreno della violenza visibile, ma su quello molto più silenzioso della convenienza economica.
Il traffico, così, smette di apparire come un’attività separata dall’economia legale e comincia a muoversi dentro i suoi passaggi ordinari.
Capitolo 2 — Le infrastrutture invisibili
A questo punto il racconto cambia definitivamente prospettiva.
Per tutto il tempo abbiamo seguito il viaggio della cocaina, cercando di capire come attraversi oceani, coste, campagne e reti logistiche senza lasciare tracce. Ma forse la domanda è sempre stata quella sbagliata. Perché il punto non è come si muova la droga. Il punto è chi controlla ciò che le permette di muoversi.
È qui che il traffico smette di essere soltanto un problema criminale e diventa un problema economico.
Perché gli estintori non sono droga. Gli imballaggi non sono droga. Le cassette di cartone non sono droga. I trasporti, le manutenzioni, le forniture obbligatorie, le aziende che ogni giorno entrano ed escono dai capannoni del mercato ortofrutticolo non sono droga. Sono le infrastrutture invisibili dell’economia quotidiana, quelle senza le quali un territorio produttivo semplicemente non potrebbe funzionare.
Ed è proprio dentro queste infrastrutture che, secondo gli elementi raccolti nel corso dell’inchiesta, si concentra oggi una parte decisiva della competizione criminale.
Perché controllare una fornitura significa controllare un accesso. Controllare una manutenzione significa entrare periodicamente dentro un’azienda. Controllare gli imballaggi significa occupare un passaggio obbligato della filiera agricola. Controllare i trasporti significa decidere quali merci partono, quando partono e attraverso quali direttrici raggiungono il resto d’Italia e dell’Europa.
Il potere, allora, non si misura più soltanto nella capacità di importare cocaina.
Si misura nella capacità di governare i servizi senza i quali quella cocaina non potrebbe mai confondersi con il funzionamento ordinario dell’economia.
È questa la trasformazione più profonda.
Il traffico non vive più ai margini del sistema produttivo.
Ne occupa progressivamente le funzioni essenziali.
Ed è proprio in questo passaggio che la cocaina smette di essere soltanto una sostanza stupefacente.
Diventa economia.
Non perché sostituisca l’economia legale, ma perché utilizza le sue stesse infrastrutture, i suoi stessi tempi, le sue stesse necessità e le sue stesse regole per continuare a muoversi senza alterarne apparentemente il funzionamento.
È probabilmente questa la forma più evoluta dell’infiltrazione criminale: non imporre un sistema alternativo, ma abitare quello esistente fino a diventarne una componente quasi invisibile. Perché quando il potere controlla ciò che è indispensabile, non ha più bisogno di mostrarsi. Gli basta continuare a far funzionare tutto come se nulla fosse cambiato.
Capitolo 3 — Il sistema cambia padrone
Quando un’organizzazione criminale riesce a controllare le infrastrutture invisibili dell’economia, il potere cambia natura.
Non coincide più con il possesso della droga, con il numero delle piazze di spaccio o con la forza militare di un clan. Coincide con la capacità di governare i passaggi obbligati attraverso i quali merci, servizi e denaro continuano a circolare ogni giorno senza interrompere il funzionamento del territorio.
È dentro questo cambiamento che si comprendono anche i nuovi equilibri criminali del Sud Est siciliano.
Le informazioni raccolte nel corso dell’inchiesta descrivono uno scenario molto diverso da quello conosciuto fino a pochi anni fa. Accanto ai tradizionali gruppi mafiosi siciliani emerge con sempre maggiore forza il ruolo della criminalità albanese, non più soltanto come organizzazione impegnata nell’importazione e nella distribuzione della cocaina, ma come soggetto capace di inserirsi stabilmente nei gangli della logistica e delle forniture che accompagnano il traffico.
È in questo quadro che ricorrono con frequenza i nomi di Luzim Ndreu, Denny Lalollari, Daiu Lorenc, indicati sia dalle inchieste giudiziarie che dalle fonti riservate come figure centrali nei nuovi assetti criminali che interessano Vittoria e il Sud Est siciliano. Non sono soltanto uomini legati al traffico di droga. Il loro ruolo appare sempre più connesso alla gestione di relazioni economiche, imprese, forniture e collegamenti che consentono al sistema di funzionare con continuità.
Parallelamente, la vecchia geografia mafiosa sembra attraversare una fase di profonda trasformazione. La Stidda, che per decenni ha rappresentato uno degli attori principali degli equilibri criminali tra Gela e Vittoria, continua a esercitare un peso simbolico e relazionale, ma il controllo operativo dei nuovi traffici appare sempre più frammentato e distribuito tra soggetti diversi, capaci di collaborare quando gli interessi coincidono e di competere quando cambiano gli equilibri.
Non è la sostituzione di una mafia con un’altra.
È la costruzione di un sistema più fluido.
Le appartenenze tradizionali contano ancora, ma non bastano più da sole a spiegare il funzionamento del narcotraffico contemporaneo. Attorno alle rotte della cocaina si sviluppano alleanze temporanee, rapporti d’affari, mediazioni e convergenze che superano i confini delle organizzazioni storiche, perché ciò che conta non è più il controllo esclusivo del territorio, ma la capacità di garantire continuità al movimento delle merci e del denaro.
È probabilmente questo il cambiamento più difficile da cogliere. Il sistema non cambia padrone perché qualcuno conquista militarmente il territorio. Cambia padrone perché cambiano le funzioni strategiche da controllare. E quando il potere si sposta dalla violenza visibile alla gestione invisibile dell’economia, il passaggio avviene quasi sempre senza rumore. Per questo oggi la domanda non è più quale organizzazione comandi Vittoria. La domanda è chi controlla i passaggi indispensabili attraverso i quali il sistema continua a funzionare. Ed è proprio seguendo quei passaggi che la geografia del potere criminale rivela il proprio volto più recente.
Capitolo 4 — Il punto cieco
Il viaggio era cominciato migliaia di chilometri più lontano, sulle coste del Pacifico sudamericano, aveva attraversato l’Atlantico, trovato nell’Africa occidentale una piattaforma di transito, sfruttato le fragilità della Libia e del Mediterraneo centrale, seguito quei corridoi adattivi che cambiano continuamente forma per sfuggire ai controlli, raggiunto il Canale di Sicilia e, da lì, le coste del Sud Est siciliano, dove il mare aveva progressivamente ceduto il passo alle campagne, le campagne alla logistica e la logistica all’economia ordinaria, senza mai interrompersi davvero, ma cambiando continuamente forma insieme ai territori che attraversava.
Lungo questo percorso la cocaina non aveva semplicemente cambiato luogo. Aveva cambiato natura. Da carico oceanico era diventata recupero costiero, dal recupero era passata alle campagne, dalle campagne era entrata nelle reti della distribuzione e, infine, dentro gli oggetti, le forniture e i servizi che ogni giorno attraversano aziende, magazzini, capannoni e imprese senza destare alcun sospetto, fino a confondersi completamente con il funzionamento ordinario dell’economia.
È proprio qui che il viaggio raggiunge il suo punto cieco.
Perché quando la droga finisce dentro un estintore, dentro un imballaggio o dentro una fornitura destinata a entrare in centinaia di aziende, smette definitivamente di sembrare droga. Diventa una consegna, una manutenzione, un servizio, un passaggio apparentemente necessario, un frammento della vita economica quotidiana di un territorio nel quale nessuno ha più motivo di fermarsi a guardare ciò che appare perfettamente normale.
Ed è questa, probabilmente, la trasformazione più profonda del narcotraffico contemporaneo.
Non nascondere meglio la cocaina, ma farla scomparire dentro la normalità.
È in quel momento che il viaggio si conclude davvero. Non quando il carico raggiunge la Sicilia, ma quando riesce a confondersi con il funzionamento ordinario dell’economia, trasformandosi da merce illegale in presenza invisibile, da corpo estraneo in parte integrante del sistema che attraversa.
È qui che la cocaina diventa davvero invisibile.
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