Criminalità
Dall’Atlantico alla Sicilia, la nuova geografia della cocaina: le rotte e il potere delle narcomafie
Dall’Arconian alle rotte dell’Ecuador, dalle indagini sulla rete Assisi alle operazioni Cantabria e Corumbá, fino a Malta e alla Sicilia orientale: sequestri e indagini svelano i metodi del narcotraffico. Abisso collega il carico ritrovato in mare nel 2023 agli arresti del 2026.
Primo Maggio, Atlantico. La nave delle trenta tonnellate
Primo maggio 2026. Atlantico, a sud delle Canarie, davanti alle coste del Sahara occidentale. Una nave procede al largo, distante dai porti e dalle banchine, quando un’unità della Guardia Civil spagnola la raggiunge al termine di un’indagine sviluppata con la polizia olandese e la Drug Enforcement Administration statunitense. Si chiama Arconian e, quando gli uomini salgono a bordo, il carico che cercano non è visibile sul ponte: bisogna addentrarsi nella struttura del mercantile, raggiungere una porta metallica e scoprire ciò che è nascosto oltre quella soglia, in uno spazio sottratto alla vista nel quale i colli attendono il momento del trasbordo. La traversata non è ancora finita, ma per quella spedizione il viaggio si interrompe proprio lì, davanti a una porta che l’ispezione trasforma nell’ingresso a un deposito clandestino galleggiante.
Dietro la porta, secondo la ricostruzione dell’ispezione, si apre uno spazio occupato da colli sistemati uno accanto all’altro, in una successione che impone agli investigatori di passare dalla scoperta al conteggio, fino a trasformare la dimensione fisica del carico in un numero. Sono 1.279 colli, per un peso lordo complessivo di 30.215,84 chilogrammi di cocaina, una delle più grandi partite mai intercettate dalle autorità spagnole. Negli atti dell’Audiencia Nacional il valore commerciale stimato supera gli 812 milioni di euro: una misura del potenziale mercato della droga, non della somma effettivamente investita per acquistarla e trasportarla.
Il mercantile batte bandiera delle Comore, è riconducibile a una società con sede a Freetown, in Sierra Leone, e indica Bengasi come destinazione nei documenti di navigazione: tre riferimenti che appartengono alla geografia formale del viaggio e che, letti senza le risultanze investigative, potrebbero suggerire un itinerario diverso da quello previsto per la droga. Per gli investigatori, però, il carico avrebbe dovuto raggiungere la Spagna attraverso un trasferimento in mare: il porto libico dichiarato non costituisce, da solo, la prova di una rotta della cocaina verso la Libia o il Mediterraneo centrale.
Un altro elemento rivela come sarebbe dovuta avvenire la consegna. A bordo ci sono 2.108 contenitori da venti litri, complessivamente 42.160 litri di benzina che, secondo gli inquirenti, avrebbero rifornito imbarcazioni veloci incaricate di raggiungere la nave madre, prelevare la cocaina e portarla verso la costa spagnola, lasciando il mercantile al largo. A prua vengono individuati anche sei uomini armati, sui cui possibili collegamenti con ambienti criminali olandesi riconducibili alla cosiddetta Mocro Maffia si concentrano approfondimenti investigativi. L’intervento si conclude con ventitré arresti.
Dietro le cifre rimane ciò che il sequestro non racconta: chi abbia finanziato la spedizione, quali accordi ne avessero reso possibile l’organizzazione e che cosa comporti, nei rapporti tra gli uomini coinvolti, la perdita di una merce di quel valore. Per seguire questa domanda bisogna tornare sulle banchine sudamericane, dove le rotte della cocaina tentano di confondersi con quelle del commercio legale.
Guayaquil, il cavallo di Troia del commercio mondiale
Guayaquil, Ecuador. Sulle banchine, fra terminal, magazzini e container refrigerati, le partenze delle navi che trasportano banane e altra frutta verso l’Europa e il Nord America seguono una successione di operazioni scandita dal tempo, perché un carico deperibile non può sopportare lunghe soste senza conseguenze sulla consegna e sul valore commerciale della merce. L’Ecuador, confinante con Colombia e Perù, due tra i principali Paesi produttori di cocaina, si trova così al centro di intensi traffici agricoli che le organizzazioni criminali cercano di sfruttare, senza che la presenza di droga in una spedizione implichi di per sé la responsabilità delle imprese coinvolte.
Per contaminare un container non occorre controllare l’intera filiera: possono bastare un accesso al terminal, la conoscenza dei tempi di movimentazione o la collaborazione di chi interviene in un singolo passaggio. Nel sistema rip-on/rip-off la cocaina viene inserita in una spedizione commerciale e recuperata successivamente; altri occultamenti utilizzano intercapedini, doppi fondi o le stesse casse di frutta.
Per gli investigatori, dunque, trovare i panetti è soltanto una parte del lavoro: occorre stabilire chi li abbia introdotti, chi potesse accedere alla merce e chi dovesse recuperarli, distinguendo le eventuali complicità dalla posizione di esportatori e destinatari rimasti estranei al traffico.
Nel luglio 2026, sulle due sponde dell’Atlantico, la vulnerabilità di questa catena commerciale emerge in due operazioni separate da appena tre giorni.
Vado Ligure, 21 luglio. La cocaina tra le banane
21 luglio 2026. Porto di Vado Ligure, in provincia di Savona. La Guardia di Finanza, insieme al Nucleo di Polizia economico-finanziaria di Genova e all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, ispeziona un container refrigerato proveniente dall’Ecuador. Tra i pallet di banane compaiono 650 panetti di cocaina ad alto grado di purezza: oltre 770 chilogrammi complessivi, al lordo del confezionamento, ai quali la Guardia di Finanza attribuisce un potenziale ricavo al dettaglio di circa 250 milioni di euro, cifra che non coincide con i costi sostenuti dai trafficanti.
Tre giorni dopo, il 24 luglio, la scena si sposta sull’altra sponda dell’oceano, a Puerto Bolívar, nella provincia ecuadoriana di El Oro. Qui la Polizia nazionale scopre 2.488 chilogrammi di cloridrato di cocaina nascosti tra casse di frutta in un container diretto in Europa, un carico che secondo le stime rese pubbliche il 26 luglio avrebbe potuto raggiungere sui mercati europei un valore di 136,6 milioni di dollari.
A Vado Ligure la merce ha già attraversato l’Atlantico; a Puerto Bolívar non ha ancora lasciato il porto di partenza. Le tecniche di occultamento si somigliano, ma nulla negli elementi qui esaminati consente di attribuire i due carichi alla stessa rete: è la vulnerabilità della filiera commerciale a unirli nel racconto, non una regia criminale dimostrata.
Il container mostra come la droga può viaggiare; non rivela necessariamente chi ne abbia finanziato l’acquisto, chi abbia organizzato la spedizione e quali rapporti abbiano reso possibile il trasporto. Sono domande che ritornano, nel settembre 2026, nelle indagini su una rete già nota alle autorità italiane e brasiliane.
Brasile, l’eredità degli Assisi e la rete che sopravvive agli arresti
17 settembre 2026. In Brasile la Polícia Federal interviene contro una presunta rete internazionale di narcotraffico e riciclaggio, in collaborazione anche con le autorità italiane. L’operazione Eredità, indicata anche come Concordia, porta a sette misure cautelari personali, cinque perquisizioni e provvedimenti patrimoniali; il 30 settembre la Direzione investigativa antimafia la descrive come un intervento contro una rete ritenuta collegata alla ’Ndrangheta, attraverso rapporti tra Brasile ed Europa.
Per comprenderne il significato bisogna tornare al 2019, quando in Brasile vengono arrestati Nicola Assisi e il figlio Patrick, ritenuti dagli investigatori figure importanti di una struttura dedita a grandi spedizioni di cocaina. Quell’intervento colpisce due persone individuate come centrali, ma non consente ancora di conoscere fino in fondo l’insieme dei rapporti finanziari, commerciali e logistici che avrebbero reso possibili i traffici contestati. Gli arresti colpiscono gli uomini, ma la domanda che guida gli accertamenti successivi riguarda la sorte dei loro contatti, delle risorse economiche e delle relazioni logistiche: si sono interrotti o altri soggetti avrebbero potuto continuare a utilizzarli?
La Polícia Federal collega alla struttura investigata almeno undici sequestri effettuati tra il 2019 e il 2020, per oltre 4,6 tonnellate di cocaina destinate a diversi Paesi europei. È una ricostruzione accusatoria sviluppata anche attraverso le indagini Retis e Spiderweb, proseguita con Samba e Mafiusi nel dicembre 2024 e approdata nel settembre 2026 all’operazione Eredità, nella quale la possibile continuità della rete dopo gli arresti è il tema centrale. La successione delle date non serve soltanto a ordinare i fascicoli: mostra perché gli inquirenti cerchino di capire se rapporti creati in una fase del traffico siano stati poi utilizzati, secondo l’ipotesi investigativa, anche da persone diverse.
Nelle ricostruzioni riprese dalla stampa brasiliana compaiono Paula Simões Assisi, indicata come moglie di Patrick e nuora di Nicola, Patrick Raasch Cardoso e Franklin Rodrigues de Oliveira, conosciuto come BXX. Le loro posizioni richiedono una valutazione individuale: la parentela o la presenza nei rapporti investigati non prova, da sola, responsabilità nel traffico.
Tra gli scali esaminati compare Paranaguá, nello Stato del Paraná, senza che questo riferimento geografico provi collegamenti con i sequestri di Vado Ligure o Puerto Bolívar.
Eredità cerca dunque di stabilire se una parte dell’organizzazione economica e logistica possa essere sopravvissuta agli arresti del 2019: un’ipotesi riferita a quella specifica rete, non la prova che tutte le spedizioni raccontate appartengano alla stessa struttura criminale.
Cantabria, quarantatré tonnellate e la rete nascosta dietro la frutta
8 ottobre 2026. In Ecuador un’altra operazione internazionale porta ad arresti e perquisizioni nell’ambito dell’indagine Cantabria; il giorno successivo Europol comunica che alla rete investigata vengono collegati tredici sequestri distinti, effettuati tra il 2022 e il 2026, per oltre quarantatré tonnellate di cocaina complessive. Non un unico carico, come quello dell’Arconian, ma una successione di interventi attribuiti dagli inquirenti a una presunta struttura criminale: la cifra non fotografa una nave o un container, bensì quattro anni di indagine e una serie di spedizioni che gli investigatori ritengono collegate.
L’indagine attraversa Ecuador, Perù, Belgio, Spagna e Paesi Bassi, con contatti individuati anche negli Emirati Arabi Uniti. Secondo Europol, alcune società di importazione ed esportazione sarebbero state utilizzate per nascondere cocaina nelle spedizioni di frutta tropicale, mentre le comunicazioni criptate Sky ECC avrebbero contribuito a ricostruire i rapporti tra gli indagati e la distribuzione dei compiti nei diversi Paesi.
Cantabria ed Eredità offrono così due prospettive distinte: la prima riguarda l’uso contestato di aziende commerciali e comunicazioni riservate per organizzare spedizioni ripetute; la seconda la possibile persistenza di relazioni criminali dopo gli arresti degli Assisi. Non esistono, negli elementi considerati, prove sufficienti per riunire le due indagini sotto una sola organizzazione.
Ma il traffico non nasce necessariamente nei porti: prima della partenza delle navi, altre indagini incontrano la cocaina e le sostanze impiegabili nella sua lavorazione lungo le frontiere terrestri del Sud America.
Corumbá, la frontiera dove comincia il viaggio
10 ottobre 2026. A Corumbá, sul confine brasiliano con la Bolivia, la Receita Federal e la Polícia Federal intercettano circa diciassette tonnellate di acetato di etile trasportate su un camion con documentazione che, secondo le autorità, non corrisponde al prodotto effettivo. Il solvente, utilizzato anche in attività industriali lecite, può essere impiegato nella lavorazione della cocaina; la Receita Federal ne stima una capacità teorica di impiego nella trasformazione di circa trentaquattro tonnellate di droga. Non sono trentaquattro tonnellate prodotte o sequestrate: la sostanza materialmente intercettata è l’acetato di etile.
Il 14 ottobre l’operazione Bifronte porta a ventitré mandati di arresto e venti perquisizioni contro una presunta organizzazione accusata di acquistare cocaina in Bolivia e Perù, trasferirla in Brasile e gestirne i proventi attraverso rapporti economici e societari; i provvedimenti patrimoniali arrivano fino a 187 milioni di reais.
Nello stesso giorno, ma nello Stato del Paraná, l’operazione Thursday riguarda un’altra struttura investigata, alla quale vengono collegati tredici sequestri precedenti per complessive 2,4 tonnellate di cocaina, oltre a marijuana e armi.
Il 15 ottobre, con l’operazione Capolinea, gli inquirenti ricostruiscono invece le presunte negoziazioni di circa ventiquattro tonnellate di stupefacenti attraverso il confine tra Corumbá e Puerto Quijarro, destinate a diversi Stati brasiliani. Tra le tonnellate di solvente effettivamente fermate, i sequestri precedenti attribuiti a Thursday e il volume dei traffici contestati a Capolinea, cambiano dunque non soltanto le organizzazioni investigate, ma anche il significato dei numeri. È il volume dei traffici contestati, non la quantità di droga sequestrata durante l’intervento.
Queste attività non possono essere attribuite automaticamente a una sola rete: il loro accostamento mostra piuttosto funzioni differenti del mercato, dalla circolazione di sostanze chimiche all’approvvigionamento, fino al trasporto e alla distribuzione della droga.
Per raggiungere il Mediterraneo occorre ora cambiare continente e anche fascicoli investigativi: nessuna delle operazioni brasiliane appena descritte dimostra, da sola, che i relativi carichi fossero destinati alla Sicilia.
Malta, il Mediterraneo e le rotte che attraversano il mare
Il racconto torna sul mare, ma attraverso altri sequestri. Nel Mediterraneo centrale, il Malta Freeport è uno degli scali di transhipment nei quali i container possono passare da una nave all’altra prima di raggiungere la destinazione commerciale.
Nel novembre 2024, a Malta, le autorità sequestrano 146 chilogrammi di cocaina provenienti da Guayaquil: 105 vengono individuati nella cabina di un camion in uscita dal Freeport, altri 41 in un container. Quattro uomini vengono arrestati nell’ambito dell’intervento e le indagini successive portano all’identificazione di un’ulteriore persona sospettata di coinvolgimento.
Nel marzo 2025, sempre al Freeport, vengono scoperti 98 chilogrammi di cocaina tra scatole di gamberi surgelati, in un container proveniente da Guayaquil e destinato a Genova.
Sono vicende distinte, che non provano l’esistenza di una rete comune tra Malta e Sicilia. Nelle acque siciliane, però, le indagini documentano un metodo diverso dai container: il drop-off, nel quale il carico viene lasciato in mare per essere recuperato da imbarcazioni più piccole.
Sicilia orientale, dal carico del 2023 agli arresti dell’operazione Abisso
17 aprile 2023. Mare della Sicilia orientale. Al largo non c’è un mercantile da abbordare, né un container da aprire sotto gli occhi dei doganieri: la Guardia di Finanza individua circa settanta colli galleggianti, uniti da reti e dotati di dispositivi luminosi che ne facilitano l’individuazione, come se il mare dovesse custodire la merce fino all’arrivo degli uomini incaricati di prelevarla. Dentro quei colli ci sono oltre 1.600 panetti di cocaina, per un peso lordo complessivo vicino alle due tonnellate e un valore potenziale al dettaglio stimato dalle autorità in oltre 400 milioni di euro.
La storia del carico, tuttavia, comincia prima del ritrovamento. Nelle attività ricostruite nell’operazione Abisso compaiono contatti risalenti al marzo 2023, quando, secondo l’ipotesi accusatoria, alcuni soggetti cercano uomini e imbarcazioni per localizzare la cocaina e recuperarla in mare, organizzando una fase del trasporto nella quale l’impiego dei mezzi, la disponibilità degli equipaggi e i rapporti fra le persone coinvolte diventano determinanti. Il 17 aprile, con l’intervento della Guardia di Finanza, quel progetto incontra un ostacolo definitivo: la merce è ormai sotto sequestro. Le modalità del ritrovamento restano compatibili con il drop-off.
Secondo l’accusa, il promotore della presunta organizzazione catanese avrebbe coordinato le attività necessarie al recupero, mentre alcuni soggetti calabresi, originari di Locri e Siderno, avrebbero dovuto raggiungere la partita e trasferirla verso la Calabria in cambio di un compenso. I ruoli sono oggetto delle contestazioni investigative e non equivalgono a responsabilità definitive.
Il 12 giugno 2026 la DDA di Catania coordina la prima fase dell’operazione Abisso, che porta a quindici misure cautelari per reati contestati, a vario titolo, in materia di stupefacenti, minacce e armi; per alcune posizioni vengono richiamate anche l’aggravante della transnazionalità e l’agevolazione mafiosa, con riferimenti al clan Cappello-Bonaccorsi di Catania e al gruppo Santa Panagia di Siracusa.
Il 22 luglio seguono altre sei misure cautelari nella stessa inchiesta, con nuovi sviluppi sul tentativo di recuperare la partita già sequestrata nel 2023. Tre anni separano il ritrovamento dai provvedimenti del 2026, ma è in questo intervallo che, secondo la ricostruzione investigativa, prendono forma le attribuzioni dei ruoli e i rapporti operativi che il semplice recupero dei panetti non poteva mostrare. È la successione di un’unica vicenda investigativa, nella quale le responsabilità individuali restano affidate alla verifica giudiziaria.
Diversi, invece, gli altri precedenti della Sicilia orientale: nel settembre 2024 vengono recuperati circa 540 chilogrammi di cocaina suddivisi in diciotto colli e arrestate cinque persone, con una localizzazione esatta nelle acque di Portopalo di Capo Passero ancora da riscontrare; nell’ottobre 2022, nel porto di Catania, erano stati intercettati oltre 110 chilogrammi di cocaina nascosti nella struttura di un container refrigerato contenente frutta tropicale proveniente dall’Ecuador.
Metodi differenti, procedimenti autonomi: la successione dei sequestri documenta tentativi di trasporto della cocaina lungo la Sicilia orientale, non prova una rotta unica o una struttura criminale comune.
Per capire quali interessi esistano dietro i carichi occorre tornare ai singoli fascicoli, ricostruendo chi abbia finanziato le spedizioni, chi dovesse recuperare la merce e quali rapporti siano effettivamente emersi dalle indagini.
La cocaina scompare. Gli interessi restano.
Le navi vengono fermate, i container aperti, i colli recuperati dal mare. Restano le cifre dei sequestri e le fotografie dei panetti, ma non necessariamente i nomi di chi ha finanziato la merce, definito gli accordi e organizzato il trasporto, né le risposte sulla sorte degli interessi economici quando la spedizione viene interrotta.
Le trenta tonnellate dell’Arconian, i container di banane e la partita recuperata al largo della Sicilia appartengono a vicende distinte ma il loro accostamento rivela la varietà delle modalità di occultamento e movimentazione della cocaina, dall’Atlantico al Mediterraneo.
Il sequestro interrompe il viaggio della droga e sottrae al mercato un carico che poteva generare profitti enormi, ma non permette, da solo, di stabilire che cosa accada a chi aveva finanziato quell’operazione, quali accordi rimangano eventualmente in piedi e quali contatti possano essere riutilizzati per tentare un’altra spedizione. È lì che comincia la domanda più difficile per chi indaga: non soltanto quanta cocaina venga intercettata, ma chi abbia sostenuto il rischio economico e quali risorse o contatti possano essere rimasti disponibili dopo la perdita della merce.
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