Criminalità
Mafia in Sicilia, la mappa del potere: nomi, clan e affari nel Sud Est
Da Vittoria a Gela, da Catania a Siracusa, droga, trasporti e imballaggi attraversano una geografia criminale nella quale gli arresti cambiano gli uomini, mentre gli affari tengono insieme organizzazioni e territori
«Ma chi ve l’ha data questa autorizzazione». Nelle carte dell’operazione “Robin Hood”, la domanda rivolta a un trasportatore contiene una pretesa di sovranità, perché prima di caricare la merce, attraversare una strada e raggiungere un magazzino qualcuno dovrebbe riconoscere un padrone, accettarne l’intermediazione o pagare per continuare a lavorare, dentro un mercato nel quale il nome di un clan può diventare una barriera più efficace di un cancello.
Le cassette sono quelle dell’ortofrutta, i camion percorrono le strade tra il Siracusano e il Ragusano, ma il sistema che le indagini hanno ricostruito supera le singole forniture e raggiunge le piazze della droga, le imprese, i servizi e i rapporti attraverso i quali organizzazioni diverse si riconoscono, trattano e cercano un accordo.
Nella relazione sul 2024, la DIA descrive nel Ragusano una «co-esistenza» fondata su un «patto» di reciproca convenienza tra Cosa nostra e Stidda, una formula che restituisce la logica degli affari condivisi, mentre gli arresti e le successioni modificano gli interlocutori senza interrompere necessariamente i collegamenti.
Le carte giudiziarie, la relazione antimafia e le testimonianze raccolte per questa inchiesta compongono la mappa che da Vittoria raggiunge Gela e Niscemi, risale verso Catania e attraversa il Siracusano, con una diramazione verso Licata; una geografia nella quale i ruoli vanno letti nel tempo delle rispettive indagini e gli aggiornamenti giornalistici restano distinti dagli accertamenti definitivi.
Vittoria: dopo Stracquadaini, chi tiene le piazze
A Vittoria, l’arresto di Gianfranco Stracquadaini apre uno dei passaggi decisivi della ricostruzione, perché il suo venir meno, secondo le testimonianze raccolte per questa inchiesta, avrebbe favorito il consolidamento di “u Puorcu” e dei Matriali, ai quali vengono attribuiti il controllo di piazze della droga e rapporti con interlocutori albanesi impegnati nell’approvvigionamento.
Il potere si riconosce nella persona alla quale viene portato un problema, nell’uomo che riscuote e in quello che può assicurare una nuova consegna, mentre le vecchie denominazioni diventano insufficienti a spiegare chi occupi gli spazi lasciati dagli arresti e attraverso quali relazioni riesca a mantenerli.
“U Puorcu” viene indicato come figura di raccordo, i Matriali come nucleo con interessi e relazioni nel settore degli estintori e dell’antincendio, dentro un intreccio che parte dalle piazze e dai rapporti economici.
Nel quartiere Forcone emergono Alessandro Pardo e Massimo Pardo, con due posizioni differenti che riportano il racconto dalle riscossioni alle vicende giudiziarie: Alessandro Pardo è stato condannato il 4 dicembre 2025 dalla Gup del Tribunale di Catania Carla Aurora Valenti, in primo grado e con rito abbreviato, a otto anni per associazione mafiosa, nel procedimento sviluppatosi dopo l’agguato del 25 aprile 2024 contro l’ex collaboratore di giustizia Roberto Di Martino, mentre è stato assolto dall’accusa relativa alle armi.
Il nome di Massimo Pardo compare nella trascrizione della telefonata del 12 maggio 2024 tra Alessandro Pardo e Gianfranco Stracquadaini, nel corso della quale i due discutono del mancato pagamento di somme che la ricostruzione investigativa indica come dovute all’organizzazione criminale: Stracquadaini suggerisce di evitare un nuovo accesso all’abitazione dell’uomo e indica Massimo, identificato nella nota del trascrittore come Massimo Pardo, quale destinatario della consegna del denaro, dicendo «Massimo gli dici che li dà a Massimo». Il dialogo documenta questa indicazione, senza attestare da solo che la consegna sia avvenuta né costituire una pronuncia di responsabilità nei confronti di Massimo.
È lungo questi passaggi che si misura la continuità del sistema vittoriese, mentre Stracquadaini rimane il riferimento della fase precedente e la gestione quotidiana degli interessi passa attraverso altri uomini, altre mediazioni e altri equilibri.
Vittoria e Comiso: Ndreu, Lalollari e gli approvvigionamenti
Tra Vittoria e Comiso ricorrono i nomi di Luzim Ndreu, Auglent “Denny” Lalollari e Daiu Lorenc, all’interno di una rete che, secondo le fonti dell’inchiesta, consente a gruppi differenti di cooperare su interessi comuni conservando propri margini di autonomia, perché chi procura la droga, chi custodisce una partita e chi la distribuisce non rispondono necessariamente a un comando unico.
Per comprendere il rapporto tra Ndreu e Lalollari bisogna tornare al febbraio 2019, al casolare sul confine tra Vittoria e Gela dove vengono sequestrati hashish e cocaina e arrestati, insieme a Ndreu, Pandeli Prifti e Kujtim Rapushi.
Secondo le testimonianze raccolte, Ndreu assume su di sé il debito del carico sequestrato e dal carcere affida a Lalollari il compito di rappresentarlo all’esterno, aprendogli uno spazio nel quale Denny comincia a costruire il proprio peso, tratta con gli interlocutori e accumula esperienza, fino a quando Ndreu torna in libertà e Lalollari fa un passo indietro, riconoscendogli nuovamente il ruolo.
Tra loro ricorrono le parole «zio» e «nipote», che non indicano una parentela ma esprimono, nel racconto delle fonti, un riconoscimento reciproco: la crescita di Lalollari durante la detenzione di Ndreu non si sarebbe tradotta nella pretesa di sostituire definitivamente l’uomo che gli aveva affidato quella responsabilità.
Nella ricostruzione emergono anche Elton Laraku, Ferit Hoxholli, Erjon Seferi e i fratelli Tosku, con posizioni e relazioni differenti, mentre sul versante degli approvvigionamenti Comiso introduce un altro nome, quello di Emanuele Lauretta, al quale gli investigatori dell’inchiesta che ha portato al suo arresto attribuiscono una funzione di fornitore stabile, capace di procurare gli stupefacenti attraverso interlocutori di Catania e di altre aree della Sicilia.
Le dichiarazioni di Giuseppe Cavallo, esponente della Stidda gelese, già richiamate nelle precedenti puntate, allargano lo sguardo sui rapporti attribuiti a Lauretta, descrivendo contatti con ambienti della Stidda, della ’ndrangheta e della criminalità albanese, con appoggi commerciali nella città casmenea e un deposito di cocaina e hashish a Vittoria. Nel racconto del collaboratore prende così forma un collegamento tra le due città, nel quale le relazioni con i fornitori si accompagnerebbero alla disponibilità di luoghi destinati alla custodia della merce, prima del suo trasferimento verso la distribuzione locale.
Comiso assume quindi rilievo nella geografia dell’inchiesta per la funzione di raccordo attribuita a questi interlocutori, il cui peso dipenderebbe dalla possibilità di raggiungere chi dispone della droga fuori provincia e di assicurare continuità alle consegne; le dichiarazioni di Cavallo e le contestazioni degli investigatori contribuiscono a descrivere questo segmento della filiera, mantenendo ciascuna il proprio distinto valore probatorio.
La ricostruzione si estende infine verso Santa Croce Camerina e Casuzze, dove ricorrono Ismet Totraku ed Elis Rustami, destinatari, insieme a Dashnor Tosku, delle misure cautelari eseguite il 23 marzo 2018 nell’operazione “Casuzze”, relativa a un traffico di cocaina tra la frazione costiera e Marina di Ragusa.
Scicli e Modica: Gesso e Mormina
Procedendo verso Scicli e Modica, la ricostruzione incontra le vicende storiche delle famiglie Gesso e Mormina, con i nomi di Roberto, Mauro e Massimiliano Gesso, Franco, Fulvio e Ignazio Mormina, richiamati anche in un’interrogazione parlamentare del 2015 relativa a precedenti indagini che li collocano nella storia criminale del territorio.
Le vicende giudiziarie descrivono estorsioni, stupefacenti e una proiezione sulle frazioni di Sampieri, Cava d’Aliga e Donnalucata, dove il radicamento si sarebbe tradotto nella possibilità di intervenire sulle attività economiche e sulle condizioni di lavoro degli altri, attraverso uomini, relazioni e disponibilità di strumenti intimidatori.
Il collegamento con Modica ritorna più avanti attraverso Rosario Agosta, indicato nella cronaca dell’operazione “Robin Hood” come residente a Frigintini, sul percorso che unisce il Ragusano agli interessi dei Trigila.
Gela: il clan Emmanuello e la confluenza dei Rinzivillo
A Gela, secondo le testimonianze raccolte per questa inchiesta, Cosa nostra si sarebbe ricomposta attorno al clan Emmanuello, nel quale sarebbero confluiti i Rinzivillo, concentrando uomini e interessi dentro un unico riferimento organizzativo.
La relazione sull’amministrazione della giustizia della Corte d’appello di Caltanissetta, presentata nel gennaio 2024, aveva già segnalato il superamento della precedente divisione tra i due gruppi; la direzione e le modalità dell’assorbimento appartengono invece alla ricostruzione giornalistica.
La concentrazione descritta riguarda Cosa nostra e non cancella la presenza della Stidda, con le componenti Cavallo, Di Giacomo e Fiorisi, distinte per storia e struttura anche quando gli interessi convergono.
Aurelio Cavallo viene richiamato come esponente di lungo corso, mentre Giuseppe Cavallo è collaboratore di giustizia e le sue dichiarazioni contribuiscono a ricostruire rapporti e protagonisti dell’organizzazione; per i Di Giacomo emergono Bruno Di Giacomo, Giovanni Di Giacomo e Rocco Di Giacomo, attraverso indagini sulla riorganizzazione del gruppo, sulle forniture commerciali, sulle estorsioni e sulla droga.
Carmelo Fiorisi e Angelo Fiorisi compaiono nelle precedenti vicende giudiziarie della componente Fiorisi, dentro una geografia nella quale la permanenza del nome del gruppo e l’identità degli uomini che ne esercitano le funzioni devono essere ricostruite separatamente.
Niscemi: chi spaccia deve chiedere il permesso
A Niscemi, la pretesa di decidere chi possa lavorare assume anche la forma delle «autorizzazioni» allo spaccio, concesse secondo l’accusa in cambio di denaro oppure della «messa a disposizione» della famiglia mafiosa, mentre chi non accettava le condizioni veniva obbligato a «fermarsi».
Sono le espressioni utilizzate dai Carabinieri nel comunicato sull’operazione del 22 aprile 2026, che indica Alberto Musto come capo della famiglia e attribuisce a lui e al fratello Sergio Musto un ruolo nell’organizzazione del traffico di cocaina, dentro un sistema capace di intervenire tanto sulla vendita della droga quanto sulle attività commerciali.
Uno dei settori al centro dell’indagine è la raccolta degli oli vegetali esausti, servizio nel quale i fratelli avrebbero imposto la propria presenza attraverso rapporti con imprese e pressioni sugli esercenti, trasformando un’attività ordinaria in un’occasione di guadagno e controllo.
L’operazione segue la precedente inchiesta “Mondo Opposto” e ricostruisce una fase della famiglia dopo quella nella quale il riferimento era Giancarlo Giugno, mentre il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca, illustrando i trentacinque arresti, afferma che «con l’attività odierna Cosa nostra a Niscemi è ridotta ai minimi termini».
Catania: le correnti dei Cappello e il nodo Nizza
A Catania, Santapaola-Ercolano e Mazzei rappresentano le famiglie di Cosa nostra accanto alle quali operano Cappello-Bonaccorsi, Laudani, Cursoti, Piacenti e Nicotra, dentro un panorama nel quale gli accordi economici possono convivere con le contrapposizioni e le nuove generazioni possono mettere in discussione la disciplina dei vertici.
Richiamando gli esiti dell’operazione “Leonidi”, la DIA contrappone la «vecchia guardia» alla «mafia giovane» e descrive il rischio di «iniziative d’impulso, non ragionate, aggravate dall’uso indiscriminato di armi», una tensione che aiuta a leggere il peso della violenza negli equilibri cittadini.
Nell’area Cappello, accanto al riferimento storico di Salvatore Cappello, le carte sulla sparatoria dell’11 giugno a Trappeto Nord permettono di seguire correnti, spostamenti e decisioni interne, ricostruiti da Laura Distefano sulla Sicilia attraverso le ordinanze del giudice per le indagini preliminari di Siracusa e della giudice catanese Marina Rizza, insieme alle dichiarazioni del collaboratore Giovanni Sozzi.
Secondo il racconto di Sozzi riportato dalla giornalista, Sebastiano Miano e Pietro Gagliano, alla guida della squadra contrapposta ai giovani di via Capo Passero, il cui riferimento viene individuato in Andrea Calabretta, avrebbero provocato tensioni per il ricorso alle armi, sino alla decisione di farli passare nell’articolazione diretta da Giovanni Crisafulli, detto “u turcu”.
La detenzione di Crisafulli non ne avrebbe annullato il peso, mentre lo spostamento sarebbe stato deciso da Orazio Finocchiaro, detto “iattaredda”, arrestato nell’operazione “Abisso”, e Pietro Guerrera, detto “pummaroru” che circola liberamente per Catania.
La frammentazione aveva già trovato riscontro nell’operazione “Camaleonte” del 2020, che aveva investito il nucleo storico allora guidato da Giovanni Pantellaro, la componente militare dei Bonaccorsi, i “Carateddi”, e la squadra degli Strano di Monte Po, mostrando come sotto la medesima denominazione convivessero articolazioni con una propria capacità d’azione.
Nel gruppo Nizza compaiono Giovanni Nizza, Daniele Nizza, Salvatore Nizza, Andrea Luca Nizza e Natalino Nizza, mentre Fabrizio Nizza è collaboratore di giustizia; l’alleanza Nizza-Cappello indicata dalle testimonianze di questa inchiesta si affianca all’inquadramento nell’area Santapaola-Ercolano riportato dalla comunicazione dei Carabinieri del 2025, senza che una cooperazione negli affari dimostri da sola un cambiamento formale di appartenenza.
Lentini, Carlentini, Francofonte e Augusta: Nardo-Sambasile
Da Catania, la rete raggiunge Lentini, Carlentini, Francofonte e Augusta, comprensorio nel quale le relazioni antimafia collocano la famiglia Nardo-Sambasile e i suoi collegamenti con i Santapaola-Ercolano.
Sebastiano Nardo ne costituisce il riferimento storico, mentre Alfio Sambasile viene identificato come appartenente al clan anche nella documentazione pubblica sui beni confiscati, dentro un radicamento che le indagini hanno seguito nei lavori pubblici e nel trasporto dei prodotti ortofrutticoli.
Il potere economico si esercita sulla possibilità degli altri di accedere al mercato, perché l’intermediazione imposta e la minaccia possono accompagnare un’impresa anche fuori dal comune nel quale lavora, seguendo la merce e le relazioni attraverso cui viene trasportata.
Siracusa: Santa Panagia, Bottaro-Attanasio e Borgata
A Siracusa, la geografia descritta dalla DIA distingue la parte settentrionale di Santa Panagia, collegata al cartello Nardo-Aparo-Trigila e all’orbita Santapaola-Ercolano, dalla parte meridionale e da Ortigia, dove il riferimento è il clan Bottaro-Attanasio, legato ai Cappello.
Alessio Attanasio è il nome richiamato nelle ricostruzioni del gruppo, mentre Salvatore Bottaro rimane un riferimento storico della denominazione; nella Borgata, l’indagine del marzo 2024 indica Giuseppe Guarino come presunto reggente di un’articolazione ritenuta espressione di Attanasio.
Gli arresti cambiano la disponibilità degli uomini e possono aprire spazio ad altri, mentre gli affari attraversano le divisioni territoriali e rendono meno rigida la linea che separa una zona dall’altra, soprattutto quando il guadagno richiede un accordo.
Nella fascia di Floridia, Solarino e Sortino si colloca l’influenza degli Aparo, mentre a Cassibile compare la componente Linguanti, inserita nei rapporti dell’area Aparo-Trigila, con Antonino Linguanti presente in diverse operazioni di polizia e carabinieri.
Noto: la famiglia e gli ordini dal carcere
A Noto, il comando ricostruito dall’operazione “Robin Hood” attraversa i colloqui familiari, le comunicazioni e gli uomini di fiducia, raggiungendo il territorio anche durante la detenzione dei riferimenti principali del clan Trigila.
L’indagine comincia alla fine del 2016, prosegue sino all’estate del 2018 e conduce l’11 maggio 2021 a tredici misure cautelari, dentro una ricostruzione nella quale Antonio Giuseppe Trigila, conosciuto come “Pinnintula”, nato a Noto nel 1951, avrebbe mantenuto la direzione del sodalizio.
Accanto ad Antonio Giuseppe Trigila compaiono il figlio Giuseppe e un altro omonimo, mentre Nunziatina Bianca e Angela Trigila, rispettivamente moglie e figlia del capo, avrebbero assicurato la trasmissione degli ordini e partecipato alle dinamiche dell’organizzazione. Ad Angelo Monaco, indicato come nipote del capomafia, gli investigatori attribuiscono invece gli affari relativi all’acquisizione e al controllo dei fondi agricoli.
All’esterno, Giuseppe Crispino, detto “u barbieri”, viene descritto dagli investigatori come «reggente in libertà» sino al 4 luglio 2018, quando viene arrestato dopo essere stato trovato in possesso di circa 650 grammi di cocaina e quattro pistole, mentre l’indagine gli attribuisce raccolta dei proventi, sostegno alle famiglie dei detenuti e gestione di estorsioni e traffico di stupefacenti.
Tra i destinatari delle misure compaiono anche Marcello Boscarino e Francesco De Grande, con contestazioni individuali che contribuiscono a comporre il quadro di un’organizzazione interessata ai trasporti, agli imballaggi, ai prodotti caseari e ai terreni agricoli.
Avola: Caruso e il permesso di trasportare
Ad Avola, Michele Crapula viene indicato come riferimento della componente collegata ai Trigila, mentre l’operazione “Robin Hood” porta ai nomi di Giuseppe Caruso, detto “u caliddu”, ed Emanuele Eroe, dentro una ricostruzione che raggiunge i trasportatori del sud del Siracusano e del Ragusano, costretti secondo l’accusa a sottostare a un’intermediazione imposta oppure a versare denaro per continuare a lavorare.
«Ma chi ve l’ha data questa autorizzazione» è la domanda riportata nella cronaca dell’indagine, alla quale si affianca la minaccia «Io sto prendendo i bins e gli sto dando fuoco», parole che fanno dei contenitori dell’ortofrutta un bersaglio e del danno economico un avvertimento, perché la pretesa attribuita a Caruso riguarda la possibilità di decidere chi possa trasportare la merce e a quali condizioni.
Il 12 luglio 2024 la vicenda si allarga al patrimonio, con il sequestro di conti correnti, tre veicoli e della Caruso Group s.r.l.s., disposto dalla Sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Catania su proposta del questore di Siracusa e finalizzato alla confisca; la società, costituita con il figlio, avrebbe consentito a Caruso di inserirsi formalmente nel comparto, mentre gli investigatori ricostruivano estorsioni consumate o tentate ai danni degli operatori agricoli, commerciali e dei trasporti. La difesa contesta i presupposti del provvedimento, sostenendo la provenienza lecita dei beni e la regolarità dell’attività aziendale.
Nel settembre dello stesso anno arriva la sentenza di primo grado del processo “Robin Hood”, con la quale il Tribunale di Siracusa infligge a Giuseppe Caruso diciassette anni e sei mesi e a Emanuele Eroe sei anni, nell’ambito di un giudizio concluso con tredici condanne e tre assoluzioni, distinto dal procedimento di prevenzione patrimoniale.
Nella ricostruzione accusatoria, il pagamento avrebbe così assicurato un’entrata e consolidato una subordinazione, accompagnando i camion diretti verso i mercati nazionali con una condizione stabilita prima della partenza: prima ancora di mettere in moto, il trasportatore avrebbe dovuto piegarsi a chi pretendeva di concedergli il diritto di caricare.
Pachino e Portopalo: Giuliano e la filiera agricola
A Pachino e Portopalo il riferimento individuato dalla DIA è il clan Giuliano, collegato ai Cappello di Catania, con Salvatore Giuliano al centro della ricostruzione territoriale e Gabriele Giuliano presente nelle cronache dell’operazione “Araba Fenice”.
Pachino rientra anche nel raggio degli interessi dei Trigila ricostruiti da “Robin Hood”, tra i cui destinatari figura Salvatore Porzio, mentre Rosario Agosta porta il collegamento verso Frigintini e Modica, lungo relazioni che attraversano la filiera agricola.
Gli interessi possono sovrapporsi senza cancellare le appartenenze, perché una fornitura o un trasporto possono mettere in comunicazione organizzazioni differenti, ognuna con i propri uomini e con la capacità di far pesare il proprio nome nel momento della trattativa.
Vizzini e Licata: gli uomini dei collegamenti
Nei raccordi che dal Ragusano raggiungono altri territori compaiono Salvatore Giarrusso, indicato come uomo di collegamento tra Vittoria e Vizzini, e Salvatore Rinaldi, detto “Turi u Meccanico”, nei rapporti verso Catania e l’area Santapaola-Ercolano.
Il percorso verso Licata conduce invece ad Angelo Salvatore Stracuzzi, attraverso i rapporti e le interlocuzioni della filiera degli imballaggi. Il suo nome aiuta a ricostruire la formazione dei collegamenti oltre i confini provinciali.
Nell’agosto 2024, la polizia tunisina arresta Stracuzzi ad Hammamet in esecuzione di una misura cautelare italiana relativa a presunte condotte estorsive, turbativa delle aste e trasferimento fraudolento di valori, in un procedimento distinto dalle precedenti vicende concluse anche con assoluzioni definitive e dalle misure di prevenzione patrimoniale che lo avevano riguardato.
La mappa arriva fin qui attraverso uomini, incontri e denaro, mentre nei piazzali dell’ortofrutta le cassette vengono caricate e i camion si preparano a partire, portando sulle stesse strade il lavoro di chi vende il raccolto e la pretesa di chi vorrebbe decidere, prima ancora della consegna, a chi appartenga il diritto di trasportarlo.
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