Criminalità
Il lato oscuro dell’economia circolare: tra traffico transfrontaliero di rifiuti e greenwashing
La narrazione ufficiale della transizione ecologica e dell’economia circolare si scontra quotidianamente con una complessa architettura di frodi transfrontaliere e smaltimenti illeciti. Dove sostenibilità ambientale significa sistema strutturato di esportazione illegale
L’aria è irrespirabile. Una coltre di fumo acre, denso di diossine e furani, si leva da una distesa infernale di cavi elettrici, monitor di computer e carcasse di frigoriferi. Siamo alla periferia di Accra, la capitale del Ghana. Quella che un tempo era una zona umida rigogliosa e che oggi le mappe satellitari del programma europeo Copernicus classificano come un “hotspot di combustione persistente non autorizzata”. Qui, bambini scalzi smantellano a mani nude vecchi televisori con la dicitura “Prodotto in Italia”, alla ricerca di rame e alluminio.
Questa non è una discarica illegale locale. È il capolinea di un’immensa macchina finanziaria e logistica che trasforma l’Occidente in un campione del riciclo solo sulla carta. È il regno del traffico transfrontaliero di rifiuti speciali camuffati da materia prima secondaria.
Per mesi, questa inchiesta ha incrociato i dati del sistema Sentinel-2 del programma Copernicus con i manifesti doganali riservati e i Formulari di Identificazione Rifiuti (FIR) di diversi porti italiani ed europei. L’ipotesi investigativa era tanto semplice quanto agghiacciante: una quantità abnorme di RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) e plastiche eterogenee non riciclabili dichiarate come “end of waste” (cessazione della qualifica di rifiuto) sparisce dai radar legali europei per riapparire in discariche a cielo aperto in Nord Africa e Sud-Est asiatico.
Le immagini multispettrali di Sentinel-2 hanno fatto da bussola. Analizzando l’indice di vegetazione e la firma spettrale di specifiche aree nel porto di Tema (Ghana) e nella zona di Sihanoukville (Cambogia), abbiamo rilevato l’espansione improvvisa di superfici impermeabilizzate e cumuli di materiale con firme chimiche compatibili con polimeri plastici non trattati. Dove i documenti doganali parlavano di “macchinari usati funzionanti” o “materia prima secondaria per l’edilizia”, i satelliti mostravano montagne di rifiuti in fermentazione.
L’inganno dell’End of Waste: come il greenwashing documentale maschera l’ecomafia globale
La narrazione ufficiale della transizione ecologica e dell’economia circolare si scontra quotidianamente con una complessa architettura di frodi transfrontaliere e smaltimenti illeciti. Sotto l’insegna della sostenibilità ambientale si cela un sistema strutturato di esportazione illegale di scarti industriali, plastica eterogenea contaminata e rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE) verso Nazioni del Nord Africa e del Sud-Est Asiatico prive di infrastrutture di riciclo adeguate. Il perno operativo di questa filiera criminale risiede nel depotenziamento delle cautele ambientali attraverso il travisamento del regime giuridico di “End of Waste”, ovvero la cessazione della qualifica di rifiuto, unitamente all’uso spregiudicato della nozione di “Materia Prima Secondaria”.
La normativa europea e nazionale stabilisce con rigore che un rifiuto cessa di essere tale unicamente a seguito di un’effettiva operazione di recupero e al soddisfacimento contestuale dei quattro requisiti stabiliti dall’articolo 6 della Direttiva 2008/98/CE, recepita in Italia dall’articolo 184-ter del Decreto Legislativo 152/2006. La sostanza deve essere destinata a scopi specifici, deve esistere un mercato reale, devono essere rispettate le norme tecniche per i prodotti e l’utilizzo non deve generare impatti negativi sull’ambiente o sulla salute. Tuttavia, le inchieste giudiziarie ed ecomafionistiche dimostrano come numerose aziende ricorrano ad autorizzazioni amministrative prescritte in modo superficiale o ad operazioni fittizie di sola triturazione per declassificare formalmente materiali altamente inquinanti.
Il meccanismo di greenwashing documentale si articola nella falsificazione sistematica dei Formulari di Identificazione dei Rifiuti (FIR) e delle Dichiarazioni Doganali. Materiali complessi come il pulper di cartiera, frazioni residue da impianti di selezione e RAEE mai sottoposti a bonifica vengono catalogati sotto le voci della “lista verde” del Regolamento europeo sulle spedizioni di rifiuti (EUWSR). Questo travisamento trasforma formalmente un carico di scarti pericolosi o inservibili in una partita di merci riutilizzabili, consentendo di eludere le procedure vincolanti di notifica e preventivo consenso informato previste dalla Convenzione di Basilea. In tal modo, le imprese abbattono i costi aziendali di smaltimento in Patria e trasferiscono l’onere dell’inquinamento sui Paesi terzi, garantendo enormi margini di profitto agli intermediari e alle reti ecomafiose.
La rotta del Maghreb: l’asse illecito Campania-Tunisia e il collasso delle garanzie ambientali
L’operazione condotta dal Nucleo Operativo Ecologico (NOE) dei Carabinieri di Salerno e dalla Direzione Investigativa Antimafia (DIA) di Potenza, sotto il coordinamento della Procura Distrettuale Antimafia lucana, ha squarciato il velo su uno dei più gravi casi di traffico internazionale di rifiuti tra Europa e Nord Africa. Al centro dell’inchiesta si colloca l’impianto della Sviluppo Risorse Ambientali S.r.l. (S.R.A.) di Polla, in provincia di Salerno, che tra il maggio e il luglio del 2020 ha organizzato la spedizione di 282 container verso il porto di Sousse, in Tunisia, per un quantitativo complessivo di quasi 7.900 tonnellate di rifiuti speciali e urbani.
I carichi, imbarcati dal porto di Salerno e mascherati da materiale plastico destinato al recupero presso una società tunisina rivelatasi un’entità priva delle necessarie capacità industriali, contenevano in realtà rifiuti indifferenziati, frazioni organiche in decomposizione e scarti non riciclabili. Una volta giunti a destinazione, i container erano destinati ad essere abbandonati, sotterrati o incendiati all’aperto, in aperta violazione delle norme ambientali tunisine e dei trattati internazionali come le Convenzioni di Basilea e Bamako, che vietano l’importazione in Africa di rifiuti non destinati a un reale e tracciabile riciclo.
L’indagine ha svelato una rete di complicità istituzionali e frodi ai danni della pubblica amministrazione che ha fruttato un illecito profitto stimato in 1,5 milioni di euro. Le ordinanze cautelari emesse dal Giudice per le Indagini Preliminari di Potenza hanno colpito non soltanto gli imprenditori e gli intermediari della gestione scarti, ma anche funzionari della Regione Campania responsabili di aver rilasciato autorizzazioni all’esportazione palesemente illegittime e in contrasto con i provvedimenti rilasciati allo stesso impianto di Polla. L’inchiesta ha messo in luce persino il coinvolgimento di figure diplomatiche estere attive nel confermare alle amministrazioni italiane la falsa idoneità delle autorità ambientali tunisine, a dimostrazione di come il traffico verso il Maghreb poggi su una struttura organizzata capace di infiltrarsi nei gangli burocratici per garantire copertura formale alle spedizioni illecite.
L’asse con il Sud-Est Asiatico e la triangolazione delle navi fantasma
A seguito delle restrizioni all’importazione di scarti plastici imposte dalla Cina a partire dal 2018, le direttrici del traffico illecito si sono ridefinite verso i Paesi del Sud-Est Asiatico, in particolare Malesia, Thailandia, Vietnam e Indonesia. I dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Controllo della Droga e la Prevenzione del Crimine (UNODC) e dell’Ufficio Europeo per la Lotta Antifrode (OLAF) indicano che una quota compresa tra il 15% e il 30% di tutte le spedizioni transfrontaliere di rifiuti risponde a logiche di illegalità, alimentando un mercato nero globale il cui valore stimato oscillare tra 1,5 e 9,5 miliardi di euro all’anno. L’Italia e la Slovenia figurano tra i punti di origine europei con i volumi più elevati di esportazioni illegali di plastica dissimulate sotto codici merceologici leciti.
L’azione investigativa promossa da OLAF in sinergia con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e il Comando Carabinieri per la Tutela Ambientale e la Transizione Ecologica ha consentito di bloccare centinaia di tonnellate di rifiuti stoccati nei principali porti italiani. Nel solo 2021, l’incrocio di banche dati doganali e informazioni di intelligence ha evitato il contrabbando internazionale di oltre 800 tonnellate di rifiuti plastici verso la Malesia. In un’operazione condotta nello scalo di Genova sono state sequestrate 71 tonnellate di ritagli plastici contaminati respinte e reindirizzate al produttore per il corretto smaltimento. Contestualmente, i funzionari doganali di Napoli hanno intercettato 350 tonnellate di rifiuti plastici stipati in 12 container diretti sempre in Malesia tramite una società intermediaria con sede a Hong Kong.
Un ulteriore schema fraudolento svelato a Genova ha riguardato l’intercettazione di 16 container contenenti 350 tonnellate di plastica prodotta da un’azienda italiana e spedita da uno spedizioniere sloveno verso la Turchia. Il coordinamento di OLAF con le autorità turche ha permesso di accertare che l’impianto destinatario era sprovvisto delle autorizzazioni per la gestione dei materiali importati e privo delle tecnologie di trattamento adeguate. Sul piano sovranazionale, l’impegno di OLAF si è concretizzato anche nella guida dell’Operazione Doganale Congiunta NOXIA, svolta nell’ambito del forum ASEM, che attraverso il monitoraggio dei container sulle rotte marittime a lungo raggio ha portato al sequestro di oltre 1.191 tonnellate di rifiuti illeciti.
Occhi nello spazio e intelligenza artificiale: la risposta di Copernicus, ARPA e PERIVALLON
L’evoluzione delle tecniche di camuffamento documentale ha reso indispensabile l’adozione di strumenti tecnologici d’avanguardia per l’intelligence ambientale. Il telerilevamento satellitare garantito dalle costellazioni Sentinel-2 del programma europeo Copernicus fornisce un contributo fondamentale per individuare i siti di accumulo incontrollato e gli stoccaggi abusivi prima che i materiali vengano inseriti nei circuiti di spedizione marittima.
Nell’ambito del progetto Horizon Europe denominato PERIVALLON, ricercatori del Politecnico di Milano, in stretta collaborazione con l’ARPA Lombardia, hanno sviluppato un sistema innovativo basato su algoritmi di Intelligenza Artificiale applicati alle immagini satellitari. L’analisi della firma spettrale del suolo e il riconoscimento di anomalie volumetriche consentono di individuare discariche abusive, cumuli di pneumatici, depositi illegali di RAEE e ammassi di plastica con una precisione superiore al 90%. La sperimentazione condotta su oltre cento comuni lombardi ha dimostrato come l’impiego dell’Intelligenza Artificiale riduca drasticamente i tempi delle indagini, permettendo all’ARPA e alle forze di polizia di intervenire con sequestri preventivi sui piazzali aziendali prima della saturazione dei container destinati all’export.
L’innovazione tecnologica sviluppata all’interno di PERIVALLON si estende al tracciamento marittimo contro il fenomeno delle “dark vessels”. Attraverso l’integrazione dei dati del sistema di identificazione automatica nave (AIS) con le rilevazioni dei radar ad apertura sintetica (SAR) forniti dal Centro Satellitare dell’Unione Europea (SatCen), le autorità investigative riescono a identificare le imbarcazioni che disattivano intenzionalmente i transponder nelle acque internazionali per effettuare trasbordi clandestini da nave a nave o per scaricare deliberatamente container di rifiuti al largo delle coste dei Paesi in via di sviluppo.
Il quadro sanzionatorio e il nuovo mandato OLAF: verso una risposta sistemica
L’evidenza dei limiti riscontrati nei controlli esclusivamente nazionali ha spinto le istituzioni comunitarie a rafforzare la risposta normativa. Il nuovo Regolamento europeo sulle spedizioni di rifiuti (WSR) segna un passaggio decisivo nel contrasto all’ecomafia transfrontaliera, attribuendo formali poteri ispettivi diretti alla Commissione Europea, che ne delega l’esercizio all’OLAF.
In base alle disposizioni degli articoli da 67 a 71 del nuovo regolamento WSR, l’OLAF può avviare indagini autonome e condurre ispezioni sul campo qualora vi sia il fondato sospetto di spedizioni illecite dotate di dimensione transfrontaliera o capaci di provocare gravi danni all’ambiente e alla salute. Gli investigatori dell’Ufficio antifrode dispongono oggi del potere di accedere direttamente ai locali delle aziende, ai depositi e ai mezzi di trasporto, di esaminare la documentazione commerciale e i formulari di accompagnamento, di raccogliere dichiarazioni testimoniali e di eseguire verifiche fisiche e campionamenti sui rifiuti stoccati nei container doganali.
A questo rafforzamento operativo si affianca il potenziamento del Sistema di Allarme Rapido gestito da OLAF, che consente lo scambio di informazioni in tempo reale tra le dogane dei Paesi membri e le autorità dei Paesi di destinazione. L’azione combinata di monitoraggio preventivo, supporto satellitare e cooperazione internazionale costituisce il presupposto per bloccare le filiere del greenwashing, garantendo che i container respinte all’estero non vengano dirottati verso destinazioni ombra ma rientrino rigorosamente nel Paese d’origine a spese dei responsabili.
Il cortocircuito investigativo
L’inchiesta si scontra con un paradosso tecnico-giuridico. Grazie al Regolamento Europeo 2024/1157, il tracciamento satellitare e l’intelligenza artificiale potrebbero smascherare in tempo reale queste triangolazioni. Tuttavia, come denunciano fonti dell’OLAF, manca un coordinamento centralizzato. “Possiamo vedere un sito di stoccaggio illegale moltiplicarsi in sei mesi dal satellite”, spiega un analista forense dell’Ufficio Antifrode. “Ma le polizie locali spesso sono corrotte o sotto organico, e senza un riscontro in loco, quella prova è solo un pixel. I trafficanti lo sanno e usano porti meno controllati, come Tangeri Med o Lomé, dove la zona franca è un buco nero documentale”.
Un caso emblematico riguarda un carico di 15 tonnellate di scarti di alluminio “sottoprodotto” intercettato dai Carabinieri del NOE in collaborazione con l’ARPA Lombardia. La merce, destinata a una fonderia in India, conteneva residui oleosi pericolosi. Il processo di classificazione come “end of waste” era stato firmato da un perito chimico risultato poi indagato per falso ideologico. Quel carico, se non fosse stato fermato, sarebbe stato trattato in impianti privi di filtri, rilasciando nell’atmosfera del Punjab metalli pesanti che oggi respirano migliaia di lavoratori.
Sintesi analitica e prospettive d’intervento
L’inchiesta rivela un sistema schizofrenico: l’Europa finanzia missioni spaziali per monitorare il clima e la salute del pianeta, ma chiude un occhio (quando non entrambi) sull’uso di quei dati per fermare i crimini ambientali delle proprie aziende. Il greenwashing non è solo una campagna pubblicitaria ingannevole; in questo contesto, è il lubrificante che permette a un traffico illecito da miliardi di euro di fluire indisturbato dal cuore industrializzato del mondo verso i suoi margini più poveri.
Mentre i satelliti Sentinel continuano a orbitare indifferenti sopra le nostre teste, registrando l’avanzare delle discariche tossiche, ad Agbogbloshie (Ghana) il livello di piombo nel sangue dei bambini supera di oltre 15 volte la soglia di sicurezza dell’OMS. Sono le vittime silenziose di un crimine perfetto, dove il boia indossa un sorriso rassicurante e una spilla con la fogliolina verde.
L’analisi dell’intera filiera d’inchiesta evidenzia come il traffico transfrontaliero di rifiuti speciali non rappresenti una semplice anomalia di mercato, bensì un difetto strutturale nell’applicazione delle politiche ambientali dell’Unione Europea. La facilità con cui rifiuti urbani indifferenziati, RAEE non bonificati e plastiche contaminate vengono trasformati su carta in materie prime secondarie dimostra l’urgenza di superare la frammentazione dei controlli amministrativi. Il contrasto efficace al greenwashing d’esportazione richiede un’azione coordinata che integri l’armonizzazione rigorosa dei criteri di End of Waste a livello europeo, l’adozione diffusa delle piattaforme satellitari e dell’intelligenza artificiale per il monitoraggio dei piazzali, e il pieno esercizio dei poteri ispettivi sovranazionali attribuiti all’OLAF. Soltanto il consolidamento della cooperazione con le autorità dei Paesi terzi e l’imposizione della tracciabilità digitale dell’intero ciclo di vita dei materiali consentiranno di chiudere le rotte del dumping ecologico e di restituire credibilità al modello dell’economia circolare.
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