Criminalità
Sicilia: il gruppo Gurrieri sfida la rete albanese: la guerra per il controllo della droga a Vittoria nel Ragusano.
Seconda puntata — Tra luglio e agosto 2026, a Vittoria, il gruppo Gurrieri avrebbe portato la guerra della droga dalla strada alle case: i fratelli Di Modica picchiati, l’auto di Luzim Ndreu incendiata e il pestaggio dentro il bar La Lucciola.
Ordini, intimidazioni, aggressioni e accoltellamenti: è quanto accade a Vittoria, in provincia di Ragusa, tra luglio e agosto 2026. La campagna attribuita al gruppo di Giovanni Gurrieri avrebbe superato il confine della strada: i fratelli Di Modica, considerati vicinissimi a “u Puorcu” e al clan dei Matriali, sarebbero stati raggiunti e picchiati nelle loro abitazioni davanti ai familiari; l’automobile di Luzim Ndreu sarebbe stata incendiata dopo il rifiuto di un incontro; infine, nel bar La Lucciola, il titolare Leandro Li Calzi sarebbe rimasto ferito mentre tentava di fermare il pestaggio di Ndreu.
La strada non basta più. La violenza arriva davanti a due citofoni e suona.
Dall’altra parte ci sono due abitazioni, due famiglie, le mogli e i figli dei fratelli Di Modica; fuori c’è Giovanni Gurrieri, l’uomo che, secondo la ricostruzione raccolta nel corso dell’inchiesta, avrebbe trasformato una lista compilata durante gli arresti domiciliari in una campagna contro gli spacciatori e contro chiunque si opponesse al progetto del nuovo gruppo.
Fino a quel momento l’azione si era manifestata soprattutto sulla strada. Adesso il metodo cambia: Gurrieri non attende un incontro casuale e non si nasconde nella confusione di una rissa, ma raggiunge il luogo nel quale le persone dovrebbero sentirsi maggiormente protette.
Quando il portone si apre, Gurrieri entra, sale da solo, dicendo agli di aspettarlo in macchina, e raggiunge gli appartamenti nei quali si trovano i due fratelli, aggredendoli davanti ai familiari. Il significato intimidatorio è contenuto nello stesso percorso: arrivare fino all’edificio, suonare al citofono, attraversare il portone, salire le scale e colpire due uomini nelle loro case significa mostrare di poterli raggiungere senza riconoscere più alcun confine tra la contesa criminale e la vita privata.
La scelta dei fratelli Di Modica, tuttavia, non sarebbe casuale. I due sono figli di Antonio “Ciuffo Bianco” Di Modica, detto “il Niscemese”, un nome già conosciuto negli ambienti investigativi. Uno dei fratelli, Aurelio Di Modica, è imputato nello stesso processo nel quale figura anche Auglent “Denny” Lalollari, l’uomo che, secondo le fonti, avrebbe assunto un ruolo crescente nella rete albanese attiva tra Vittoria, Santa Croce Camerina e la costa ragusana.
Il collegamento con Lalollari non sarebbe l’unico elemento rilevante. Secondo le fonti dell’inchiesta, i fratelli Di Modica sarebbero considerati vicinissimi al clan dei Matriali e “do Puorcu”, indicati come punti di riferimento della componente criminale locale e come snodi di una catena di relazioni già radicata sul territorio.
La posizione dei fratelli Di Modica si definisce così attraverso un duplice collegamento: da una parte la vicinanza ai Matriali e a “u Puorcu”, dall’altra il rapporto processuale che conduce a Denny Lalollari. Le due linee, però, non appartengono a mondi separati. Secondo le fonti, u puorcu, i Matriali e la componente albanese sarebbero alleati e collegati, parti di un sistema nel quale gruppi differenti mantengono la propria autonomia ma condividono relazioni, interessi e spazi operativi.
Raggiungere i fratelli Di Modica nelle loro abitazioni potrebbe significare aver colpito due uomini collocati proprio nel punto in cui la componente criminale vittoriese e la rete albanese si incontrano. L’aggressione avrebbe così consegnato un messaggio non a due ambienti distinti, ma a un fronte di interessi già connesso sul territorio.
Rimane da chiarire quale significato Gurrieri e i suoi uomini attribuissero a quei collegamenti, quale messaggio intendessero trasmettere attraverso l’aggressione e, soprattutto, a chi fosse realmente destinato.
Quando Gurrieri lascia gli appartamenti con i fratelli Di Modica sanguinanti, la guerra cominciata con una lista è già entrata nelle case. Il nome di Denny Lalollari, affiorato attraverso il processo nel quale risulta imputato anche Aurelio Di Modica, conduce verso un altro uomo, più anziano e riconosciuto, che secondo le fonti avrebbe rappresentato uno dei riferimenti dell’ambiente sfidato dal nuovo gruppo. Quell’uomo è Luzim Ndreu, conosciuto come “Giuliu ’u Tistuni”.
Secondo le fonti dell’inchiesta, Lalollari e Ndreu sarebbero inseriti nella stessa organizzazione e tra loro esisterebbe un rapporto di vicinanza e deferenza. Alcuni uomini di quell’ambiente li descrivono attraverso la formula dello “zio e del nipote”, ma l’espressione non consente di affermare l’esistenza di un legame familiare: potrebbe indicare semplicemente il riconoscimento dell’anzianità, dell’autorevolezza o della posizione ricoperta da Tistuni all’interno della rete.
Il primo ingresso alla Lucciola
Secondo le fonti dell’inchiesta, prima di cercare direttamente Ndreu, Gurrieri entra nel bar La Lucciola, sulla strada che collega Vittoria a Gela, frequentato da alcuni uomini indicati come spacciatori e ritenuti vicini a Tistuni. Si avvicina, ordina loro di interrompere la vendita di droga e aggiunge di voler incontrare il loro capo, pretendendo una risposta al più presto. Da quel momento la sfida non riguarda più soltanto chi vende sulla strada: attraverso quegli uomini, Gurrieri prova a risalire la rete e a raggiungere il livello delle relazioni, dell’approvvigionamento e della protezione.
Dopo quella prima visita, la richiesta comincia a muoversi lungo la catena. Il messaggio arriva fino a Ndreu, ma la risposta non torna indietro.
Secondo uomini a lui vicini, Tistuni non evita Gurrieri per timore o per prudenza. Semplicemente, non considera lui e il suo gruppo interlocutori abbastanza importanti da meritare un confronto. Nella gerarchia riconosciuta da Ndreu, la nuova formazione non ha ancora conquistato un posto e non possiede alcun titolo per convocarlo.
Il rifiuto, dunque, non ha bisogno di parole e prende la forma dell’assenza. Gurrieri chiede di incontrarlo, Ndreu rimane al proprio posto e lo lascia fuori dalla porta.
Il rifiuto di Tistuni e l’incendio
Passano pochi giorni. Poi, nel buio, una delle automobili di Ndreu prende fuoco.
Secondo le fonti dell’inchiesta, ad appiccare l’incendio sarebbero stati alcuni uomini indicati come appartenenti al gruppo Gurrieri. Le fiamme trasformano il mancato incontro in una sfida aperta e affidano al rogo un messaggio diretto: ignorare Gurrieri non sarà più possibile e continuare a negargli il riconoscimento di interlocutore avrà un prezzo.
L’automobile brucia, la lamiera si annerisce e il nome che Ndreu aveva lasciato fuori dalla propria porta torna davanti a lui illuminato dalle fiamme. L’incendio costringe il confronto a rimettersi in movimento e riconduce tutti alla Lucciola, il locale nel quale Gurrieri aveva già impartito il proprio ordine.
«Vieni sabato e ne parliamo», gli avrebbero detto.
Gurrieri torna nel giorno stabilito. Attraversa nuovamente la porta della Lucciola, ma questa volta davanti a lui non trova soltanto gli uomini ai quali aveva ordinato di interrompere lo spaccio. Nel locale c’è anche Luzim Ndreu.
La sua presenza modifica il significato dell’appuntamento. L’uomo che pochi giorni prima aveva rifiutato persino di incontrare Gurrieri è adesso davanti a lui. Il silenzio, l’automobile incendiata e la convocazione per il sabato confluiscono nello stesso punto: il confronto che Tistuni non aveva ritenuto necessario è stato imposto con la forza.
Davanti a Gurrieri non ci sono più soltanto i destinatari dei suoi ordini, ma l’uomo indicato dalle fonti come una delle autorità riconosciute dall’ambiente che il nuovo gruppo sta tentando di sfidare.
Il confronto che avrebbe dovuto svolgersi sul terreno delle parole precipita nella violenza. Gurrieri avrebbe concentrato i colpi contro Ndreu, picchiandolo selvaggiamente come bersaglio principale della spedizione. In questa lettura, raggiungere Tistuni significava portare la sfida dagli uomini che vendevano droga a chi avrebbe rappresentato il sistema di relazioni, approvvigionamento e protezione nel quale si muovevano.
Ma dentro la Lucciola la violenza non rimane confinata tra l’aggressore e l’uomo scelto come bersaglio. Quando qualcuno tenta di entrare tra loro e di fermare il pestaggio, i colpi cambiano direzione e raggiungono chi, fino a quel momento, era rimasto completamente estraneo alla contrapposizione.
Leandro Li Calzi, la vittima che tenta di fermare il pestaggio
Leandro Li Calzi, titolare della Lucciola, non partecipa alla contesa e non affianca nessuno dei contendenti. Vede ciò che sta accadendo nel proprio locale, interviene per separare gli uomini e tenta di sottrarre Ndreu al pestaggio.
E’ proprio in quel momento che Gurrieri colpisce Li Calzi alla testa con una bottiglia di birra, ferendolo mentre cerca di interrompere l’aggressione.
La distinzione è netta: Ndreu sarebbe stato il bersaglio deliberatamente scelto, mentre Li Calzi viene investito dalla violenza perché tenta di fermarla.
In pochi istanti il locale diventa il punto culminante di una marcia cominciata con i nomi annotati durante i domiciliari, proseguita per le strade di Scoglitti ed entrata nelle abitazioni dei fratelli Di Modica. Alla Lucciola entrano in collisione due pretese di autorità: quella che una rete radicata sul territorio avrebbe già riconosciuto e quella che Gurrieri tentava di costruire impartendo ordini e colpendo chi non obbediva.
È qui che la lista diventa guerra. Per comprendere davvero contro quale sistema Gurrieri avrebbe rivolto la propria sfida, tuttavia, bisogna ricostruire il profilo dell’uomo che gli viene messo davanti e quello di chi, durante la sua assenza, avrebbe tenuto insieme la rete.
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