Criminalità
L’ombra dell’Abisso
Questa inchiesta dimostra come la ‘Ndrangheta abbia trasformato Malta nel crocevia della cocaina globale, tra broker fantasma, navi civetta e un impero finanziario sommerso
PROLOGO – Il faro nel canale di Sicilia
La notte tra il 4 e il 5 giugno 2023, un’unità navale della Guardia di Finanza incrociava in acque internazionali a sud-est di Capo Passero. L’obiettivo era un cargo di 70 metri, il Boka Ocean, battente bandiera del Camerun, partito dal porto algerino di Annaba con una rotta incongrua per una nave da carico generalista: troppe deviazioni, troppe soste in rada senza apparente giustificazione commerciale. Quando i baschi verdi misero piede a bordo, sotto un carico di plastica riciclata trovarono ciò che cercavano: 1.830 panetti di cocaina purissima, per un totale di quasi due tonnellate. Valore all’ingrosso stimato: oltre 400 milioni di euro.
Quella nave era il terminale operativo di un’architettura criminale che gli investigatori della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania avevano battezzato, con un nome evocativo, operazione “Abisso”. Un nome che non alludeva solo alla profondità del Canale di Sicilia, ma al buco nero finanziario e logistico che si era aperto sotto i piedi dell’Europa, con epicentro in un luogo apparentemente ai margini: l’arcipelago maltese.
Questa inchiesta è il risultato dell’analisi incrociata di migliaia di pagine di ordinanze cautelari, rapporti di Europol ed Eurojust, atti di rogatoria internazionale, sentenze della magistratura maltese e documenti della Guardia di Finanza. Non contiene supposizioni, ma la ricostruzione di un sistema che, in meno di un decennio, ha ridefinito le rotte globali del narcotraffico, dimostrando come la lotta tra Stati e cartelli non si giochi più solo sui container, ma nei server off-shore e negli studi di fiduciarie compiacenti.
CAPITOLO I – Anatomia di un’operazione: l’architettura di Abisso
L’operazione “Abisso” condotta dal GICO del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Catania, non è stata un singolo sequestro. È stata la dissezione metodica di una rete, iniziata nel 2019 con l’arresto di un insospettabile intermediario maltese e culminata con la decapitazione di un’alleanza che univa le ‘ndrine storiche della Locride a broker globali di cocaina.
Il detonatore iniziale
Tutto parte da un nome: John Spiteri. Cittadino maltese, incensurato, amministratore di società fiduciarie. Il 25 ottobre 2019, Spiteri atterra a Catania con un trolley dal peso sospetto. I finanzieri dello SCICO lo fermano: nel doppiofondo della valigia trasporta 172.000 euro in contanti, suddivisi in mazzette termosaldate. Non parla, ma il suo telefono sì. Le chat criptate con il contatto salvato come “Savietto”, un uomo di Rosarno legato alla potente cosca dei Pesce-Bellocco, rivelano che quella non è che una minima parte di un flusso di denaro destinato a saldare partite di cocaina. Spiteri è il “postino” di qualcosa di molto più grande.
Da quel fermo, la Dda di Catania apre un fascicolo che si allarga a macchia d’olio. Le intercettazioni telefoniche e ambientali, unite all’analisi dei tabulati e alle segnalazioni di operazioni sospette arrivate dall’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia, disegnano uno schema vertiginoso. Non siamo di fronte alla classica compravendita tra produttori sudamericani e acquirenti calabresi. Siamo di fronte a una joint venture paritetica.
Il triangolo di ferro: ‘Ndrangheta, broker maltesi e cartelli sudamericani
L’ordinanza del GIP che dispose 36 misure cautelari, cristallizzò il meccanismo. Al vertice della filiera “europea” non c’era un capobastone, ma un’entità aziendale fluida. Due fratelli calabresi, Domenico e Antonio Mollica, con base operativa a Malta e forti legami con le famiglie Aquino e Pesce di Rosarno, fungono da CEO di un consorzio criminale che acquista cocaina direttamente da un cartello colombiano, il Clan del Golfo.
Ma il vero dominus logistico è un uomo d’affari maltese di nome Alexander Dalli, classe 1974. Dalli non era un gregario. Secondo i magistrati, era l’architetto dei trasporti transoceanici, l’uomo che gestiva i rapporti con i fornitori sudamericani, organizzava il noleggio delle navi, si occupava delle pratiche doganali e amministrava i flussi finanziari attraverso un labirinto di società registrate a Malta, in Bulgaria e in Romania.
La triade Mollica-Dalli-Spiteri rappresenta, quindi, il prototipo del nuovo broker globale: non più solo trafficanti, ma imprenditori del crimine capaci di gestire carichi da diverse tonnellate, diversificando i rischi e condividendo gli utili con i cartelli in un rapporto che l’Europol, nel suo rapporto EU SOCTA 2021, definisce “partenariato criminale basato sulla fornitura di servizi”. La cocaina non viene più venduta al confine colombiano. Viene consegnata direttamente in acque europee, abbattendo il rischio per i produttori e moltiplicando i profitti per chi controlla l’ultimo miglio.
CAPITOLO II – Malta, hub logistico del Mediterraneo
Perché Malta? La risposta non sta solo nella geografia, ma in un intreccio di deregolamentazione finanziaria, posizione strategica e prossimità culturale con la Sicilia.
La geografia del crimine
L’arcipelago maltese sorge a 90 chilometri da Capo Passero. Il suo registro navale, il Malta Flag, è il sesto al mondo e il primo in Europa per tonnellaggio. Con oltre 10.000 navi iscritte, offre bandiera ombra a un’infinità di imbarcazioni commerciali, dai cargo ai rimorchiatori, con controlli spesso superficiali sulla reale proprietà effettiva. L’operazione “Abisso” ha dimostrato come i broker maltesi sfruttassero proprio questa opacità. Le navi coinvolte nei traffici, come la Boka Ocean o la Vintage 1, sequestrata a gennaio 2023 con 1,2 tonnellate di cocaina, erano tutte gestite da società fiduciarie con sede a La Valletta, dietro le quali si celavano i reali proprietari, spesso prestanome o società di comodo bulgare.
La piattaforma finanziaria
Il rapporto 2022 del Comitato di esperti MONEYVAL del Consiglio d’Europa, pur riconoscendo i progressi di Malta nell’antiriciclaggio, evidenzia come il paese presenti ancora un rischio “medio-alto” per quanto riguarda l’abuso di strutture giuridiche. L’inchiesta catanese ha portato alla luce decine di shell companies maltesi utilizzate per movimentare i pagamenti della droga. Non bonifici bancari tradizionali, ma un sofisticato sistema di compensazione noto come Hawala o fei ch’ien, gestito da broker cinesi operanti tra La Valletta, Milano e il Sudamerica, con saldature finali in oro e contanti. La Guardia di Finanza ha documentato come un singolo broker, tale Chen, riuscisse a movimentare 5 milioni di euro in una settimana senza che alcuna banca maltese sollevasse un alert.
La zona grigia
Ma è nei porti e nelle acque territoriali maltesi che si consuma la fase più delicata. Le intercettazioni ambientali captate in un appartamento di Sliema, affittato dai Mollica, rivelano conversazioni agghiaccianti nella loro normalità imprenditoriale. I broker discutono di “aree di sosta sicure” dove le navi madri scaricano la cocaina su pescherecci più piccoli. Parlano di “finestre meteo” e di “pattugliamenti della Guardia Costiera maltese”, dimostrando una conoscenza quasi molecolare delle procedure di sorveglianza. Non emerge mai il timore di essere scoperti, ma solo la preoccupazione per il ritardo di un carico o per la qualità della merce, che un chimico di fiducia analizza a Malta prima del trasbordo finale verso la Calabria.
CAPITOLO III – I fantasmi del porto: il ruolo dei broker internazionali
Alexander Dalli non è un nome noto alle cronache, eppure per anni è stato il missing link tra le FARC dissidenti e le cosche della Piana di Gioia Tauro. Il suo profilo, ricostruito attraverso le rogatorie internazionali tra Italia e Malta, incarna la figura del broker del XXI secolo.
Un manager della cocaina
Dalli, nato nel 1974, non ha precedenti per droga. Ha studiato a Londra, parla quattro lingue, veste in giacca e cravatta e si muove tra gli uffici del Malta Financial Services Authority e i porti del Freeport con un badge da operatore logistico autorizzato. Secondo le carte dell’inchiesta, era lui a negoziare i prezzi con il Clan del Golfo via chat criptate, concordando sconti per i pagamenti anticipati e garanzie sulla purezza della cocaina. Era lui a noleggiare navi da compagnie greche e libanesi, facendole poi sub-noleggiare a società bulgare per offuscare la tracciabilità. Era lui, infine, a gestire il magazzino: un capannone nella zona industriale di Ħal Far, dove la cocaina veniva stoccata, testata e riconfezionata prima di essere imbarcata su gozzi calabresi o, in un caso documentato, su un aereo privato diretto in Belgio.
La triangolazione con la Cina
Uno degli aspetti più innovativi emersi da “Abisso” è il ruolo dei broker cinesi nel riciclaggio. L’Italia e Malta hanno eseguito congiuntamente, su impulso di Eurojust, un’operazione parallela che ha portato al sequestro di 3 milioni di euro in contanti e lingotti d’oro a Milano e La Valletta. Il meccanismo era ingegnoso: un acquirente cinese di cocaina in Sudamerica pagava in yuan i rappresentanti del cartello. Contemporaneamente, in Italia, i narcotrafficanti calabresi ricevevano lo stesso importo in euro da imprenditori cinesi del distretto tessile di Prato, che avevano bisogno di denaro contante non tracciato per pagare forniture in nero. In questo schema, noto come dollar swap, la cocaina viaggiava da ovest a est, mentre il denaro faceva il percorso inverso senza mai attraversare fisicamente i confini. Le società maltesi di Dalli emettevano false fatture per import-export di abbigliamento per giustificare questi flussi finanziari, creando un perfetto ciclo di riciclaggio transnazionale. La relazione annuale 2023 della Direzione Nazionale Antimafia dedica un intero paragrafo a questo schema, definendolo “uno dei metodi più insidiosi di ripulitura dei proventi illeciti, capace di inquinare l’intero sistema economico legale”.
CAPITOLO IV – L’asse del male: Sicilia, Locride e Malta
Il legame tra la mafia siciliana, la ‘ndrangheta calabrese e Malta non è una novità, ma l’operazione “Abisso” ne ha rivelato l’evoluzione operativa e la contiguità organica.
Cosa Nostra come fornitore di servizi
Le intercettazioni rivelano un dato politico-criminale dirompente: la ‘ndrangheta, pur dominando il mercato all’ingrosso, si appoggia a Cosa Nostra per la gestione della logistica minuta. Uomini del clan Cappello-Bonaccorsi di Catania, storicamente legati a Cosa Nostra etnea, fornivano la “manovalanza” per i trasbordi in mare e i nascondigli a terra. In particolare, un peschereccio sequestrato al largo di Aci Trezza, il Padre Pio, è risultato essere stato utilizzato per ben tre operazioni di recupero di carichi di cocaina lanciati in mare da navi madri in transito. Il comandante del peschereccio era un pregiudicato catanese, ma la barca era formalmente di proprietà di una società maltese, la Blue Waters Ltd, controllata da Dalli.
La regia calabrese e la colonia maltese
Ma il cervello resta saldamente in Calabria. A Rosarno, i Mollica non sono semplici affiliati, ma elementi di spicco della cosca Pesce, con solidi agganci politici e imprenditoriali. La loro presenza a Malta, dove risiedono formalmente per “motivi fiscali”, è la longa manus di un sistema che ha deciso di delocalizzare la centrale operativa del narcotraffico per allontanarla dalle pressioni investigative italiane. Malta diventa così una “zona franca” dove discutere affari, incontrare broker colombiani e albanesi, e amministrare l’enorme flusso di denaro. Un rapporto della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga del 2022 evidenzia come “la comunità calabrese a Malta, composta da circa 600 residenti ufficiali, presenti al suo interno un nucleo ristretto ma altamente pericoloso di soggetti legati alle ‘ndrine, dediti principalmente al narcotraffico internazionale e al riciclaggio, favoriti dalla legislazione maltese in materia di società offshore e trust”.
CAPITOLO V – La cooperazione giudiziaria: rogatorie e MAE
L’operazione “Abisso” non sarebbe stata possibile senza un uso intensivo e innovativo degli strumenti di cooperazione giudiziaria europea. Ma il percorso non è stato lineare, rivelando luci e ombre nei rapporti tra Italia e Malta.
Il coordinamento investigativo
Sin dalle prime battute, la DDA di Catania ha attivato Eurojust, che ha creato una squadra investigativa comune (SIC) composta da magistrati italiani e maltesi, con il supporto operativo di Europol. Quest’ultima ha inviato a La Valletta un mobile office per l’analisi in tempo reale dei flussi finanziari e delle intercettazioni. Questo ha permesso di eseguire simultaneamente, il 23 maggio 2023, 18 arresti in Italia e 10 a Malta, con il supporto della Malta Police Force e della Asset Recovery Bureau maltese.
Gli ostacoli legali
Tuttavia, gli atti giudiziari rivelano anche tensioni. In alcune fasi, la magistratura maltese ha mostrato resistenza nell’eseguire provvedimenti di sequestro preventivo di beni immobili, a causa delle stringenti tutele che la legge maltese riconosce ai trust. L’articolo 21 del Trusts and Trustees Act di Malta consente di opporre il segreto fiduciario alle richieste di assistenza giudiziaria internazionale se non motivate da un’accusa penale già formalizzata. Questo ha costretto i magistrati italiani a una corsa contro il tempo per ottenere i Mandati d’Arresto Europei (MAE) prima che i capitali potessero essere ulteriormente schermati.
Il caso emblematico di Gordon & Associates
Un intero capitolo dell’inchiesta è dedicato allo studio legale-fiduciario Gordon & Associates, con sede a St. Julian’s. Amministrava oltre 200 società, molte delle quali intestate a cittadini italiani. Le rogatorie hanno permesso di sollevare il velo su 12 di queste, tutte coinvolte nel giro del narcotraffico. Per mesi lo studio ha opposto il segreto professionale, finché l’intervento congiunto della Procura di Catania e dell’Attorney General maltese, coordinati da Eurojust, ha portato a una perquisizione che ha rivelato la presenza di una vera e propria “cassa continua”: 4 milioni di euro in contanti custoditi in una stanza blindata, accompagnati da scritture contabili parallele che registravano i movimenti della droga come fossero operazioni di trading di materie prime.
CAPITOLO VI – Le nuove rotte della cocaina nel Mediterraneo
L’operazione “Abisso” ha permesso di aggiornare le mappe del narcotraffico marittimo, descrivendo un adattamento darwiniano alle mutate strategie di contrasto.
La saturazione dei grandi hub
Con l’implementazione dello European Ports Alliance e lo scandalo della corruzione nel porto di Rotterdam (dove nel 2023 sono state sequestrate oltre 50 tonnellate di cocaina), i grandi porti del Nord Europa sono diventati fortezze. Scanner a raggi X, droni subacquei e unità cinofile hanno reso sempre più rischioso l’invio di container contaminati verso Anversa, Amburgo o Rotterdam. La risposta dei trafficanti è stata una “dispersione” del traffico verso porti di medie dimensioni del Mediterraneo e un ritorno al ship-to-ship transfer in alto mare.
Il corridoio nordafricano
Il rapporto congiunto MAOC-N (Maritime Analysis and Operations Centre, Narcotics) ed Europol del 2023, analizzato in relazione ai dati di “Abisso”, mostra come la cocaina arrivi sempre più spesso via Africa. La rotta preferenziale è quella che parte dal Brasile, punta alla Guinea-Bissau o alla Mauritania, risale la costa dell’Africa occidentale e arriva ai porti di Marocco, Algeria e Tunisia. La Boka Ocean aveva caricato proprio ad Annaba. La merce viene poi trasbordata su pescherecci siciliani o maltesi nel Canale, sfruttando le rotte del traffico commerciale e le piattaforme petrolifere come punti di riferimento per gli incontri notturni.
La rotta ionica e il ritorno delle “navi civetta”
I finanzieri del GICO hanno ricostruito almeno 14 traversate atlantiche compiute in due anni da navi gestite da Alexander Dalli. Si tratta di cargo e rimorchiatori d’altura, acquistati per poche centinaia di migliaia di euro in Grecia o in Turchia, registrati con bandiere di comodo (Togo, Camerun, Comore) e gestiti da società maltesi. Queste navi, definite “civetta” perché dotate di carichi di copertura (fertilizzanti, plastica riciclata, sale), solcavano l’Atlantico con un equipaggio ridotto e un carico di cocaina fino a 3 tonnellate. In caso di sequestro, la perdita della nave, il cui valore è irrisorio rispetto al carico, era già messa in conto come un “costo di esercizio”.
CAPITOLO VII – Il profilo finanziario: l’impero sommerso
L’ultimo tassello dell’inchiesta, e forse il più inquietante, è la mappatura dell’ecosistema finanziario creato intorno al traffico. Non si tratta solo di riciclare il denaro, ma di creare un vero e proprio sistema di investimento e moltiplicazione della ricchezza illecita.
Le società ricorrenti
L’analisi dei report della Guardia di Finanza e del FIAU (Financial Intelligence Analysis Unit) maltese ha permesso di identificare un nucleo di società che ricorrono con impressionante frequenza in diverse inchieste italiane: la già citata Blue Waters Ltd, la Med Shipping Ltd, la Phoenix Impex Ltd. Tutte con caratteristiche comuni: capitale sociale minimo (1.200 euro), sede legale in un business centre di La Valletta, oggetto sociale generico (“commercio all’ingrosso”), amministratori fiduciari intercambiabili e, soprattutto, nessuna reale attività operativa. La Phoenix Impex, ad esempio, secondo le scritture ufficiali avrebbe importato dalla Colombia 500 tonnellate di caffè in un anno, ma dalle verifiche documentali non è mai stata trovata traccia di pagamenti di dazi doganali, né di magazzini per lo stoccaggio. Caffè fantasma per giustificare i pagamenti della cocaina.
I tesori immobiliari
I patrimoni accumulati sono faraonici. I provvedimenti di sequestro patrimoniale emessi dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, su impulso della Dda di Catania, hanno colpito un vero e proprio impero immobiliare a Malta: 22 appartamenti di lusso a Sliema, St. Julian’s e Valletta, 2 ville a Gozo con piscina e accesso privato al mare, un intero complesso alberghiero a Bugibba, quote di un ristorante di lusso a Birgu e di un beach club a Golden Bay. Il valore complessivo dei beni sequestrati solo nella fase esecutiva di maggio 2023 supera i 100 milioni di euro. Le indagini patrimoniali hanno rivelato un dettaglio significativo: molti di questi acquisti venivano effettuati con contratti di loan back attraverso banche maltesi, un meccanismo che permetteva ai narcotrafficanti di prestare a se stessi il denaro sporco attraverso le loro stesse società, per poi “rimborsarlo” con bonifici puliti, auto-riciclando i capitali.
Il caso “The Executive”
Tra i beni sotto sequestro figura un jet privato, un Cessna Citation XLS con base all’aeroporto internazionale di Malta. La società proprietaria, la The Executive Ltd, è risultata essere amministrata da un prestanome maltese, ma l’utilizzatore effettivo era Antonio Mollica. Il jet veniva utilizzato per spostare i broker tra La Valletta, Barcellona e la Colombia, ma anche per trasportare contante. In un’occasione, documentata da una rogatoria, il Cessna atterrò all’aeroporto di Vigo, in Spagna, dove caricò tre borsoni pieni di euro, frutto della vendita al dettaglio di un carico di cocaina in Galizia, per poi ripartire immediatamente alla volta di Malta, senza che venisse effettuato alcun controllo doganale, grazie allo status di volo privato intra-Schengen.
Il riciclaggio nella ristorazione
Un capitolo a parte merita il riciclaggio attraverso la ristorazione di lusso. Il ristorante “Ta’ Marija”, a Mosta, pur formalmente intestato a terzi, veniva utilizzato come punto di incontro per i summit tra i broker e come macchina lavatrice di contanti: i 300.000 euro di incasso settimanale dichiarato erano in realtà denaro della droga che tornava pulito nel circuito bancario. Le intercettazioni ambientali all’interno del ristorante, autorizzate dalle autorità maltesi su impulso italiano, sono state decisive per mappare l’organigramma dell’organizzazione.
EPILOGO – Il vuoto colmato
La mattina del 23 maggio 2023, quando le manette sono scattate contemporaneamente a Catania, Rosarno, Reggio Calabria, La Valletta e Mosta, l’operazione “Abisso” ha inferto un colpo durissimo a una delle più sofisticate reti di narcotraffico mai scoperte in Europa. I numeri finali parlano di 5 tonnellate di cocaina sequestrate in 18 mesi, 64 indagati, 43 arresti, 100 milioni di beni confiscati, 12 società cancellate dal registro delle imprese maltese.
Ma al di là dei numeri, resta la consapevolezza di un fenomeno profondo. “Abisso” ha mostrato come la ‘Ndrangheta non sia più solo un’organizzazione criminale, ma un vero e proprio player geopolitico, capace di stringere accordi commerciali paritari con i cartelli sudamericani, di infiltrarsi nel sistema finanziario europeo attraverso le sue stesse maglie di regolamentazione più lasche e di adattarsi in tempo reale alle strategie di contrasto, spostando rotte, metodi e capitali con una flessibilità che le legislazioni nazionali faticano a eguagliare.
Malta, con la sua doppia anima di paradiso turistico e hub finanziario off-shore, rimane il crocevia di questa mutazione. Le riforme antiriciclaggio promesse da La Valletta sotto la pressione del Moneyval e della European Banking Authority procedono, ma i trust opachi e le società anonime continuano a offrire riparo ai capitali illeciti.
L’inchiesta catanese ha squarciato il velo su un mondo in cui il confine tra economia legale e criminale si assottiglia fino a scomparire, dove un manager in giacca e cravatta può essere il più spietato dei narcos, e dove un container di caffè può valere più dell’oro, purché contenga l’oro bianco della cocaina. Un abisso, appunto, nelle cui profondità l’Europa rischia di precipitare se non saprà unire intelligence, cooperazione giudiziaria e una severa regolamentazione dei paradisi fiscali che ancora, dentro i suoi stessi confini, prosperano indisturbati.
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