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Criminalità

L’ombra dell’impunità su Malta: le registrazioni della polizia e la clamorosa assoluzione di Yorgen Fenech

Un approfondimento d’inchiesta sui risvolti politici, giudiziari e mediatici del processo che ha sconvolto l’Europa e la libertà di stampa

8 Settembre 2026

A nove anni dal brutale assassinio della giornalista d’inchiesta Daphne Caruana Galizia, compiuto il 16 ottobre 2017 a Malta attraverso l’esplosione di una bomba radiocomandata piazzata sotto la sua automobile a Bidnija, il percorso giudiziario volto a identificare il mandante dell’attentato si è scontrato con un epilogo che lascia sgomenta l’opinione pubblica internazionale. L’imprenditore maltese Yorgen Fenech, magnate del settore energetico e immobiliare, è stato assolto da una giuria popolare della Valletta dall’accusa di complicità in omicidio volontario e associazione a delinquere. Una decisione arrivata a maggioranza di otto voti contro uno, accolta tra le urla di protesta fuori dal tribunale e le lacrime dei familiari della reporter, i quali hanno definito la sentenza un colpo devastante per la giustizia e un segnale d’impunità sistemica.

Nonostante gli esecutori materiali e gli intermediari della bomba siano già stati condannati a pene detentive, tra cui i fratelli George e Alfred Degiorgio, Vince Muscat e i fornitori dell’esplosivo Robert Agius e Jamie Vella, il livello superiore, ovvero la cupola politica ed economica che ha pianificato l’eliminazione della giornalista, resta senza un colpevole riconosciuto secondo la legge.

I nastri della polizia e l’ammissione sul piano dell’assassinio

A rendere la sentenza ancora più controversa e sconcertante è la diffusione dei nastri audio relativi agli interrogatori condotti dalla polizia maltese nel novembre 2019, subito dopo il drammatico arresto di Yorgen Fenech a bordo del suo yacht mentre tentava di fuggire dall’isola.

Secondo quanto ricostruito dalla testata locale Times of Malta, che ha pubblicato il video integrale, durante i lunghi colloqui condotti con gli investigatori nell’imminenza del suo fermo, Fenech ammise esplicitamente di aver dato una prima approvazione (“OK”) al complotto ordito per eliminare la giornalista. Nei verbali e nelle registrazioni audio registrate nella centrale di polizia, l’imprenditore dichiarava di essere stato informato dettagliatamente dell’operazione e di aver persino versato somme di denaro all’intermediario Melvin Theuma, l’uomo che avrebbe poi reclutato i tre killer.

Guarda il video dell’interrogatorio https://cdn.jwplayer.com/previews/LqZsv4wH

Nelle registrazioni, Fenech tentava tuttavia di ridimensionare il proprio ruolo da mente suprema a mero ingranaggio di un ingranaggio più grande. L’imprenditore affermava infatti di essere tornato sui propri passi e di aver cercato, in un secondo momento, di fermare il piano criminale, sostenendo che l’esecutività dell’ordine fosse ormai sfuggita al suo controllo diretto. Durante l’interrogatorio, Fenech cercò costantemente di negoziare la grazia presidenziale in cambio di rivelazioni sui vertici del governo di allora, puntando il dito in particolare contro Keith Schembri, ex capo di gabinetto del Primo Ministro Joseph Muscat.

La linea difensiva presentata in aula dagli avvocati di Fenech ha fatto perno proprio su questo elemento: pur riconoscendo la veridicità delle conversazioni intercettate, la difesa ha sostenuto che Fenech fosse stato utilizzato come capro espiatorio per coprire figure politiche di livello ancora più elevato e che non vi fosse la prova provata che fosse stato lui l’unico o il principale mandante della bomba.

Il groviglio tra politica, affari e depistaggi

L’inchiesta sull’omicidio di Caruana Galizia ha squarciato il velo sulle relazioni tossiche tra i vertici del potere politico maltese e la grande finanza. La giornalista, definita da molti osservatori come una “WikiLeaks vivente”, stava indagando su un gigantesco scandalo di corruzione legato alla concessione per la costruzione di una centrale elettrica a Electrogas, consorzio di cui Fenech era azionista e amministratore. Attraverso le rivelazioni contenute nei Panama Papers, la reporter era riuscita a tracciare flussi finanziari opachi che collegavano la società offshore 17 Black — di proprietà di Fenech — a società panamensi riconducibili proprio a Keith Schembri e all’allora ministro dell’Energia Konrad Mizzi.

Il processo ha messo a nudo una catena prolungata di fughe di notizie, depistaggi e interferenze nell’attività investigativa. È emerso come informazioni riservate coperte da segreto istruttorio venissero regolarmente soffiate a Fenech prima ancora che la polizia compisse le proprie mosse, consentendogli di monitorare lo stato delle indagini. Questa rete di protezione diffusa e l’incapacità dello Stato di proteggere la vita della reporter erano già state certificate nel 2021 dalla commissione d’inchiesta indipendente, che aveva stabilito la “responsabilità morale e statale” del governo maltese per aver creato un clima di impunità e di odio sistematico attorno alla figura della giornalista.

L’arresto di Fenech nel 2019 aveva provocato un’ondata di proteste di piazza senza precedenti alla Valletta, costringendo il Primo Ministro Joseph Muscat alle dimissioni all’inizio del 2020. Tuttavia, l’esito finale del processo dibattimentale mostra quanto le radici di quel sistema siano rimaste profonde e difficili da scardinare sul piano penale.

La reazione della famiglia e le parole del figlio Paul

Subito dopo la lettura della sentenza, la reazione della famiglia di Daphne Caruana Galizia è stata durissima. I tre figli della reporter, Matthew, Andrew e Paul, hanno espresso profonda amarezze per l’esito del processo, parlando senza mezzi termini di “giustizia negata”.

In particolare, Paul Caruana Galizia ha evidenziato come le istituzioni dello Stato e il sistema giudiziario non siano stati in grado di garantire una reale responsabilità per chi ha architettato il delitto. In passati interventi e commenti rilasciati a margine delle vicende processuali, Paul ha ricordato con forza come la madre fosse pienamente consapevole dei pericoli che correva e di come i potenti al centro delle sue inchieste la stessero accerchiando e minacciando con ogni mezzo. Commentando l’epilogo giudiziario, la famiglia ha sottolineato in una nota congiunta che “a nove anni dal brutale assassinio di Daphne, i fallimenti istituzionali che hanno reso possibile il suo omicidio rimangono irrisolti e privi di riforma”. Paul e la sua famiglia hanno ribadito che il paese, non essendo riuscito a proteggere Daphne mentre era in vita, ha oggi l’obbligo morale e civile di evitare che altre vite vengano spezzate, promettendo di continuare la battaglia di legalità in tutte le sedi internazionali opportune.

La reazione della società civile e dei media internazionali

La sentenza di assoluzione ha riaperto una ferita dolorosa non solo a Malta ma in tutta la comunità internazionale dei media. Reporter Senza Frontiere (RSF), il Committee to Protect Journalists e diverse organizzazioni per la tutela della libertà di stampa hanno espresso sdegno e profonda preoccupazione, sottolineando come l’assoluzione del presunto mandante rappresenti un messaggio devastante: in Europa è possibile assassinare un giornalista d’inchiesta senza che chi ha ordinato e finanziato il delitto renda conto alla giustizia.

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