Criminalità
L’ombra dell’aquila a due teste: genesi della mafia albanese
Le prime cellule non nacquero nei vicoli di Scutari, ma nei campi profughi e nelle comunità diasporiche di Svizzera, Germania e Scandinavia, dove migliaia di kosovari e albanesi ripararono durante e dopo la guerra
All’alba degli anni Novanta, mentre l’Albania usciva da quasi mezzo secolo di dittatura stalinista, i porti di Valona e Durazzo si trasformarono nel crocevia di un nuovo disordine globale. Il crollo delle istituzioni, la miseria di massa e l’arsenale di armi saccheggiate dai depositi dell’esercito fornirono la miscela esplosiva da cui presero forma i primi nuclei di quella che oggi viene definita “mafia albanese”. È un termine giornalisticamente efficace ma scientificamente incompleto: non esiste un’unica organizzazione verticistica, bensì una galassia di clan familiari, uniti dalla cultura del Kanun, il codice consuetudinario delle montagne del nord, e cementati dalla besa, la parola data, il giuramento che vincola i membri fino alla morte. Europol, nel suo ultimo Serious and Organised Crime Threat Assessment, descrive i network criminali albanofoni come “gruppi cellulari, flessibili, basati su legami di sangue e su rigidi codici di omertà”, una struttura che li rende straordinariamente resistenti alle infiltrazioni e alle indagini.
Le prime cellule non nacquero nei vicoli di Scutari, ma nei campi profughi e nelle comunità diasporiche di Svizzera, Germania e Scandinavia, dove migliaia di kosovari e albanesi ripararono durante e dopo la guerra. Come documentato dalla ricercatrice Jana Arsovska, già nel 1993 si formò in Svizzera la cosiddetta rete delle “15 famiglie”, un’alleanza fluida di clan del nord Albania e del Kosovo che prese il controllo del traffico di eroina lungo la rotta balcanica, importando morfina base dalla Turchia, raffinandola in laboratori clandestini nei Balcani e distribuendola nei mercati del centro Europa. Era l’atto di fondazione di un modello che avrebbe scalato le gerarchie del crimine transnazionale: struttura orizzontale, catena di comando corta, violenza estrema e una vocazione imprenditoriale che, nel giro di un decennio, li portò a sedere ai tavoli delle mafie più potenti del pianeta.
Le famiglie storiche: clan e capibastone
Nonostante la natura fluida e ramificata del fenomeno, nel tempo sono emerse sigle familiari riconoscibili, vere e proprie dinastie criminali che hanno segnato la cronaca giudiziaria e le black list delle agenzie internazionali. Il clan Kelmendi, con base tra Bosnia, Montenegro e Kosovo, è stato a lungo considerato l’emblema dell’eroina nei Balcani occidentali. Guidato da Naser Kelmendi, designato narcotrafficante dal Tesoro USA nel 2012 e arrestato in Kosovo l’anno successivo, il gruppo controllava una rete di distribuzione che si estendeva dalla Turchia alla Scandinavia, reinvestendo i profitti in immobili e aziende di copertura. Nonostante la detenzione del capostipite, il clan ha dimostrato una resilienza tipica delle strutture a base familiare, continuando a operare attraverso parenti e prestanome.
A nord, tra le montagne di Tropoja, si è consolidato il clan Bajri, la cui parabola illustra il salto di qualità dall’eroina alla cocaina. Ismet Bajri, detto “il professore”, fu arrestato nel 2018 a Istanbul dopo anni di latitanza, ma la sua organizzazione aveva già intessuto legami diretti con i cartelli sudamericani, trasformandosi in un fornitore di cocaina a livello wholesale per l’intera Europa occidentale. La Procura di Firenze, nell’operazione “Los Blancos” del 2021, ha ricostruito come emissari dei Bajri trattassero carichi di cocaina in Ecuador e Perù, pagando le partite con valigie di contanti e utilizzando società offshore negli Emirati Arabi.
Nel centro-sud, il clan Hasani (noto anche come “banda di Has”) e il clan Cakaj hanno dominato per anni il traffico di migranti e il narcotraffico attraverso la Puglia. Il gruppo di Scutari, attivo a Milano e in Lombardia, è diventato il terminale logistico per lo smercio al dettaglio di cocaina ed eroina, operando in simbiosi con le locali di ‘ndrangheta. In Albania, la banda di Lushnjë e quella di Shijak hanno scritto pagine di sanguinosa regolazione di conti negli anni Novanta, mentre il porto di Valona è stato a lungo il feudo delle famiglie Çole e Hoxha, specialisti nel contrabbando di sigarette e poi nel traffico di cannabis prodotta nella regione di Lazarat.
Queste etichette non vanno intese come compartimenti stagni: i clan stringono alleanze temporanee, si scambiano competenze e condividono canali di approvvigionamento. La vera forza del modello albanese risiede proprio nella capacità di creare joint venture ad hoc, mantenendo al contempo un nocciolo duro impenetrabile fatto di parentela e fedeltà assoluta.
L’asse adriatico: la partnership con le mafie italiane
Il primo, strutturato rapporto tra la criminalità albanese e le mafie italiane si materializzò all’inizio degli anni Novanta sulle coste pugliesi. La Sacra Corona Unita, in piena espansione nel contrabbando di sigarette, trovò negli scafisti albanesi una manovalanza a basso costo e di provata affidabilità, capace di condurre i gommoni carichi di bionde dalle coste del Montenegro fino agli approdi brindisini. L’accordo, documentato da numerose inchieste della DDA di Lecce, si basava su un semplice schema: gli italiani fornivano i capitali e i canali di distribuzione; gli albanesi mettevano a disposizione mezzi, equipaggi e, quando serviva, la forza militare per intimidire i concorrenti. Col tempo, i clan albanesi si accorsero che potevano fare a meno degli intermediari e presero a gestire in autonomia l’intera filiera, sfruttando la propria rete di connazionali già radicata in tutte le regioni italiane.
Fu con la Camorra che il salto di qualità divenne evidente. L’eroina turca arrivava nei porti campani attraverso i referenti albanesi, che non si limitavano più al trasporto ma partecipavano direttamente all’importazione e alla successiva distribuzione nei mercati del nord Italia e dell’Europa centrale. L’inchiesta “Hades” della Procura di Napoli ha messo in luce come il clan dei Casalesi e gruppi albanesi gestissero, già nei primi anni Duemila, piattaforme logistiche comuni in Spagna e Paesi Bassi, con i narcos albanesi che garantivano il trasporto via Tir fino a Napoli e il riciclaggio tramite money transfer e uffici di cambio.
Ma è con la ‘ndrangheta che si è cementata l’alleanza più solida e, per molti versi, più preoccupante. L’operazione “Crimine” e le successive “Platinum” e “Los Blancos” hanno dimostrato come le ‘ndrine, in particolare quelle di origine calabrese radicate nel Nord Italia (Pelle, Strangio, Nirta), abbiano esternalizzato agli albanesi la gestione dei traffici di cocaina nei porti di Anversa, Rotterdam e Amburgo. Il modus operandi è noto: la ‘ndrangheta acquista la cocaina dai broker sudamericani, gli albanesi si occupano dell’estrazione dai container e della distribuzione all’ingrosso in tutto il nord Europa. In cambio, i calabresi concedono l’accesso ai propri canali finanziari e offrono una protezione politica di alto livello. Gli accordi si reggono sulla mutua convenienza e su un principio di non ingerenza: nessuna delle due organizzazioni cerca di penetrare il territorio dell’altra, ma si rispetta una sorta di “accordo di cartello” che spartisce i profitti lungo la filiera. Secondo fonti investigative italiane e belghe, oggi il peso degli albanesi in questa partnership è paritario, se non preponderante, quando si tratta della logistica portuale e della distribuzione nei mercati anglosassoni e scandinavi, dove la diaspora albanese è massicciamente presente.
Il salto globale: cocaina e cartelli sudamericani
L’alleanza con le mafie italiane non ha mai rappresentato un limite, ma piuttosto un trampolino. A partire dalla seconda metà degli anni Duemila, diversi clan albanesi hanno avviato un processo di emancipazione che li ha portati a trattare direttamente con i produttori sudamericani, saltando le mediazioni calabresi e campane. Questo passaggio, documentato da indagini dell’FBI, della DEA e di Europol, ha modificato radicalmente la geopolitica della cocaina.
Il caso più emblematico è quello di Dritan Rexhepi, detto “il re della cocaina d’Europa”, arrestato in Ecuador nel 2014 e poi evaso, che dalla cella di un carcere ecuadoriano continuava a dirigere l’importazione di tonnellate di polvere bianca verso i porti europei, con una rete di referenti in Belgio, Paesi Bassi e Italia. Come ricostruito dal Global Initiative Against Transnational Organized Crime, Rexhepi aveva stabilito una struttura verticale che partiva dai laboratori della Colombia e della Bolivia e arrivava fino ai magazzini di Anversa, attraverso società di copertura per il commercio di frutta esotica. Le comunicazioni intercettate sulla piattaforma Sky ECC, decriptate nell’operazione “Los Blancos”, hanno rivelato come i clan albanesi impiegassero mediatori di fiducia, spesso parenti stretti o compaesani, per negoziare direttamente con i cartelli messicani e con i gruppi paramilitari colombiani, scavalcando i broker italiani.
Un’altra organizzazione, nota come Kompania Bello, è stata smantellata nel 2021 a seguito di un’indagine congiunta di Belgio, Paesi Bassi e Italia. Guidata da un nucleo familiare di Elbasan, la Kompania Bello gestiva una flotta di container che trasportavano cocaina dall’Ecuador all’Europa, utilizzando il porto di Rotterdam come hub principale. Gli investigatori hanno accertato che il gruppo pagava fino al 40 per cento del valore della merce in anticipo, assumendo su di sé il rischio del trasporto, una modalità tipica di chi ha raggiunto una piena autonomia finanziaria e non dipende più da credito esterno.
L’attuale peso dei clan albanesi nel mercato europeo della cocaina è difficile da quantificare con precisione, ma i dati aggregati delle agenzie europee offrono un’indicazione chiara. Secondo il rapporto SOCTA 2021 di Europol, i network criminali albanofoni sono tra i principali attori nella distribuzione all’ingrosso di cocaina nel continente, con una capacità di gestire l’intera catena logistica, dal Sudamerica ai punti vendita delle piazze di spaccio. In Belgio e Paesi Bassi, le autorità stimano che oltre un terzo dei carichi di cocaina importati passi attraverso le mani di gruppi albanesi, che operano in consorzio con trafficanti marocchini per l’hashish e con organizzazioni turche per l’eroina.
Le nuove rotte e i mercati emergenti
Sebbene la cocaina rappresenti oggi il core business, i clan albanesi hanno da tempo diversificato il proprio portafoglio criminale. La produzione e il traffico di cannabis, con epicentro nel villaggio di Lazarat, hanno costituito per anni un’enorme fonte di reddito, capace di generare, secondo stime delle Nazioni Unite, fino a 4 miliardi di euro annui negli anni Duemila, prima delle massicce operazioni di polizia che hanno smantellato i campi a cielo aperto. Nonostante la repressione, la coltivazione è stata delocalizzata in aree più remote e si è evoluta verso la produzione di oli e concentrati ad alto contenuto di THC, esportati principalmente in Grecia e Italia.
Il traffico di esseri umani e il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina restano un’attività storicamente lucrosa. I clan gestiscono intere rotte migratorie che dalla Turchia e dalla Grecia conducono i migranti fino ai confini dell’Unione Europea, spesso in collaborazione con reti curde e afghane. Testimonianze raccolte da BIRN e OCCRP rivelano come i servizi di trasporto siano offerti con tariffe variabili, e come il debito contratto dai migranti venga poi saldato attraverso lavoro forzato nei cantieri o nelle campagne, configurando un moderno sistema di tratta.
Sul fronte delle armi, il conflitto in Ucraina ha aperto nuovi scenari: rapporti di intelligence segnalano che alcuni gruppi albanesi hanno iniziato a convogliare armi leggere e munizioni provenienti dai Balcani occidentali verso i teatri di guerra, sfruttando le rotte già collaudate per il narcotraffico. Le armi viaggiano insieme a partite di droga o nascoste in carichi commerciali, con la stessa catena logistica che serve i mercati criminali di Svezia, Regno Unito e Paesi Bassi.
Il riciclaggio dei proventi ha raggiunto livelli di sofisticazione elevati: i clan investono in immobili di lusso a Tirana, in resort sulla riviera albanese e, sempre più, nel mattone di Dubai, dove la giurisdizione opaca e l’assenza di accordi di estradizione offrono un rifugio sicuro. I money transfer informali, basati sul sistema hawala e su reti di fiduciari, rendono estremamente difficile tracciare i flussi finanziari. Un rapporto della Banca d’Italia del 2022 ha evidenziato come i canali di pagamento tra Italia e Albania siano utilizzati per movimentare capitali sospetti per centinaia di milioni di euro all’anno, una cifra che le autorità ritengono ampiamente sottostimata.
Dentro gli accordi: fiducia, besa e flessibilità
L’architrave di tutte le partnership che i clan albanesi hanno costruito nel mondo è la combinazione di due fattori: il capitale culturale della besa e la straordinaria flessibilità operativa. La parola data, sorretta da un codice d’onore che prevede la vendetta di sangue in caso di tradimento, funge da meccanismo di enforcement ben più efficace di qualsiasi contratto scritto. Questo ha reso i gruppi albanesi partner affidabili agli occhi dei cartelli sudamericani, che spesso preferiscono trattare con un singolo intermediario di fiducia piuttosto che con strutture complesse.
Al tempo stesso, l’assenza di una rigida gerarchia formale consente ai clan di adattarsi rapidamente ai mutamenti del mercato e all’azione repressiva. Quando un capo viene arrestato, un fratello o un cugino ne prende immediatamente il posto, e la rete non perde operatività. I contatti sono gestiti in compartimenti stagni: il mediatore che negozia in Ecuador non conosce l’autista che ritirerà il carico ad Anversa, e nessuno dei due sa chi materialmente venderà la droga a Londra. Questa compartimentazione, unita all’uso estensivo di comunicazioni criptate (EncroChat, Sky ECC, e ora piattaforme di nuova generazione), ha reso le indagini estremamente complesse.
All’interno delle partnership, il ruolo e il peso degli albanesi sono mutati nel tempo. Negli anni Novanta erano soprattutto fornitori di manodopera e trasporto, una sorta di subappaltatori per conto delle mafie italiane. Oggi, come evidenziato dalle operazioni “Los Blancos” e “Platinum”, gli albanesi siedono al tavolo come soci alla pari e, in non pochi casi, come finanziatori principali dei carichi di cocaina. Il loro potere contrattuale si fonda sul controllo dei principali porti nord-europei e sulla capacità di distribuire la droga in mercati ad alto reddito dove la diaspora albanese è profondamente infiltrata nel tessuto sociale ed economico.
Un rapporto della Direzione Centrale per i Servizi Antidroga italiana, nel 2023, ha sottolineato come i sodalizi albanesi abbiano progressivamente “eroso il ruolo di intermediazione delle organizzazioni calabresi nel traffico di cocaina”, acquisendo un peso specifico tale da poter dettare le condizioni degli accordi. In alcuni casi, le ‘ndrine hanno dovuto accettare che fossero gli emissari albanesi a decidere la logistica e la spartizione dei profitti, pur di mantenere l’accesso ai canali di approvvigionamento.
Lo stesso schema si riproduce con altre mafie: con i clan turchi dell’eroina, gli albanesi hanno stabilito un accordo di non concorrenza e di reciproca assistenza nei trasporti; con i gruppi marocchini dell’hashish, invece, la collaborazione riguarda principalmente lo stoccaggio e la distribuzione congiunta nel nord Europa. In tutti i casi, il minimo comune denominatore è l’interesse economico, che supera barriere etniche e culturali, purché sia garantita la segretezza e la lealtà.
Il futuro: resilienza e sfide
Le proiezioni sul futuro delle organizzazioni mafiose albanesi convergono su uno scenario di ulteriore rafforzamento, accompagnato da una crescente professionalizzazione e da una spinta centrifuga che potrebbe parcellizzare ulteriormente il panorama criminale. L’esperto di crimine organizzato Fabian Zhilla, in uno studio per il Centre for the Study of Democracy, parla di una “evoluzione da network familiari a vere e proprie imprese multinazionali del crimine”, capaci di competere con i cartelli messicani e le mafie storiche italiane su scala globale.
L’adozione massiccia di criptovalute e l’utilizzo di portafogli digitali decentralizzati stanno già rendendo più agevole il riciclaggio transfrontaliero, mentre il reclutamento di giovani leve avviene sempre più attraverso i social media, dove i boss ostentano simboli di lusso e potere, facendo proselitismo tra le seconde generazioni della diaspora. Europol segnala il rischio che i clan più strutturati possano in futuro adottare tecniche di matrice corporate, con uffici legali, lobby e attività di facciata capaci di mascherare meglio i profitti illeciti.
Non mancano, tuttavia, elementi di fragilità. L’inasprimento dei controlli nei porti europei, la pressione internazionale sull’Ecuador e gli Emirati Arabi e la cooperazione giudiziaria rafforzata (esemplare è stata la creazione di una squadra investigativa comune tra Italia, Belgio e Albania) stanno producendo risultati significativi. L’operazione “Los Blancos” ha dimostrato che, quando le polizie cooperano senza gelosie, anche le reti più impermeabili possono essere disarticolate. Inoltre, la crescente conflittualità tra clan rivali per il controllo dei canali di approvvigionamento potrebbe innescare spirali di violenza che attirerebbero maggiore attenzione repressiva.
Un’incognita non trascurabile è il ruolo dello Stato albanese. Negli ultimi anni, Tirana ha compiuto passi avanti nella lotta alla criminalità organizzata, anche sotto la spinta del processo di adesione all’Unione Europea. La riforma della giustizia, fortemente voluta da Bruxelles, ha portato alla creazione di una Procura Speciale anticorruzione e anticrimine (SPAK), che ha già incriminato esponenti di rilievo dei clan e funzionari corrotti. Tuttavia, come rileva Transparency International, la permeabilità delle istituzioni locali rimane elevata e la capacità di infiltrazione dei gruppi mafiosi nell’economia legale è ancora massiccia.
Il futuro vedrà probabilmente una mafia albanese più invisibile, più finanziaria e più radicata nei mercati leciti, capace di condizionare le fragili democrazie balcaniche e di competere con le grandi potenze criminali del pianeta. Già oggi, come scrive Europol, le organizzazioni albanofone “rappresentano una delle minacce più gravi e dinamiche per la sicurezza interna dell’Unione”. La loro forza non deriva da una struttura piramidale, ma da un’identità culturale che fa della famiglia un’azienda e della besa un’obbligazione garantita dal sangue. Un modello che, in un mondo sempre più liquido, si sta rivelando terribilmente solido.
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