Criminalità
L’ombra delle mafie al Nord: non più avamposto, ma capitale
Nessuna regione del nord, oggi. è immune al fenomeno. Un viaggio tra Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto e Friuli Venezia Giulia rivela strategie criminali distinte, modellate sulle vocazioni economiche dei territori ma unite da un unico filo conduttore
Per decenni, la rappresentazione delle mafie al Nord è stata quella di un corpo estraneo, un’onda d’urto proveniente dal Sud che si infrangeva contro la diga di un territorio immune. Questa narrazione, funzionale a una certa politica e a un certo sonno dell’imprenditoria, oggi è archeologia giornalistica. L’analisi delle più recenti inchieste giudiziarie, dei rapporti delle Direzioni Distrettuali Antimafia (DDA) e della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) disegna un quadro inequivocabile: non si parla più di semplici “infiltrazioni”, ma di un radicamento profondo, evoluto e mimetizzato. Le mafie al Nord non replicano il modello sanguinario delle stragi, ma hanno compiuto un salto di specie, diventando una componente organica del tessuto socio-economico. Un viaggio tra Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto e Friuli Venezia Giulia rivela strategie criminali distinte, modellate sulle vocazioni economiche dei territori, e unite da un unico filo conduttore: la ricerca del consenso sociale attraverso il denaro e la capacità di fornire servizi in una zona grigia sempre più estesa.
Lombardia: la regina del riciclaggio e la mente finanziaria
La Lombardia, e in particolare l’asse metropolitano di Milano e il suo hinterland, rappresenta il centro nevralgico della finanza mafiosa. Qui la ‘ndrangheta, la mafia più potente e unitaria, ha costruito il proprio impero. Non si tratta di semplici locali (le articolazioni territoriali della ‘ndrangheta), ma di vere e proprie holding del crimine. L’inchiesta “Infinito” del 2010 aveva già svelato l’esistenza di un comando provinciale, la “Lombardia”, a riprova che la regione non era una semplice colonia, ma un territorio di dominio paritario rispetto alla Calabria. Oggi, l’eredità di quella consapevolezza si è evoluta.
Le inchieste più recenti della DDA di Milano, come quelle scaturite dagli sviluppi dell’operazione “Hydra” e dalle costole delle indagini sui flussi di denaro sporco, mostrano un capitale di ‘ndrangheta estremamente liquido e pervasivo. Il vero business non è più solo il narcotraffico, gestito in posizione di oligopolio, ma la penetrazione del capitale illegale nell’economia legale. La strategia è raffinata: utilizzare professionisti compiacenti, commercialisti, avvocati e notai per creare complesse architetture societarie, spesso basate su fiduciarie estere, per riciclare proventi illeciti nel settore immobiliare, nella grande distribuzione e nei fondi di investimento. L’obiettivo è bonificare il capitale, allontanandolo il più possibile dal reato presupposto.
Le curve dello stadio di San Siro, in particolare la Curva Nord dell’Inter e la Curva Sud del Milan, sono state al centro di inchieste clamorose che hanno dimostrato come il controllo del bagarinaggio, del merchandising e dei servizi all’interno dello stadio fosse gestito con metodi mafiosi da capi ultrà in diretto contatto con esponenti di spicco della criminalità organizzata, incluso il narcotraffico internazionale. L’inchiesta “Doppia Curva” della Squadra Mobile di Milano, conclusa con arresti eccellenti a fine 2024, ha certificato come quell’ambiente non fosse solo un bacino di violenza, ma un vero e proprio snodo di affari e potere, un luogo di incontro tra la “mafia dei colletti bianchi” e la manovalanza criminale.
Piemonte: dalla cintura operaia alla conquista dei servizi
Torino e il Piemonte raccontano una storia diversa, ma altrettanto allarmante. Storicamente, l’infiltrazione è iniziata negli anni ’60 e ’70 con i primi soggiorni obbligati, ma oggi il radicamento è certificato dalla presenza di locali di ‘ndrangheta storicizzate, come quelle di Volpiano e San Giusto Canavese, oggetto di ripetute operazioni, tra cui la recente “Geenna 2.0”, prosecuzione di un’indagine che ha smantellato un intero sistema di potere.
La peculiarità piemontese sta nella capacità della criminalità organizzata di essersi inserita nelle pieghe della crisi economica e industriale. Le inchieste della DDA di Torino, sotto la guida dei procuratori che si sono succeduti, mostrano un attivismo nel settore dei servizi e della logistica che non ha eguali. Non si cerca più solo l’appalto pubblico, che pure rimane un’ambita preda. La strategia è quella di infiltrarsi nella gestione delle cooperative che forniscono manodopera a basso costo alle grandi aziende del settore alimentare e della logistica.
L’inchiesta “Mondo di Mezzo” è stata in questo senso un punto di svolta, svelando il lato più oscuro e inquinante del potere mafioso: la capacità di corrompere la politica e le istituzioni locali. Oggi, le indagini successive mostrano un quadro in cui i clan, in collaborazione con imprenditori senza scrupoli, impongono il proprio servizio di facchinaggio e trasporto attraverso il sistema delle false fatture e dello sfruttamento del lavoro. Il caso del colosso della logistica GLS, finito sotto sequestro in un ramo d’azienda per un imponente sistema di caporalato e frode fiscale orchestrato da una cooperativa legata alla criminalità organizzata, è la plastica dimostrazione di come il profitto mafioso si annidi nei gangli delle catene di approvvigionamento nazionali, drogando il mercato con un dumping salariale impossibile da contrastare per un’impresa sana.
Emilia-Romagna: il modello del “welfare criminale” e il cemento
L’Emilia-Romagna rappresenta un caso di studio unico per la rapidità e la profondità con cui la ‘ndrangheta si è radicata. L’inchiesta “Aemilia” del 2015 ha segnato uno spartiacque, svelando una struttura di comando con sede a Reggio Emilia che gestiva affari in tutta la regione. Oggi, il quadro si è ulteriormente evoluto. Le indagini più attuali della DDA di Bologna, comprese le inchieste “Grimilde” e “Perseverance”, dimostrano che il modello emiliano si basa su un mix esplosivo di controllo del territorio, fiorente narcotraffico, condizionamento del voto e un’aggressiva penetrazione nel settore edilizio. La specificità emiliana è il “welfare criminale”. I clan non sono solo estorsori, ma fornitori di servizi in un contesto di crisi. Offrono lavoro nero nel settore delle costruzioni, prestiti a usura a commercianti e imprenditori strozzati dalle banche, e persino “assistenza” legale e sociale. Questo crea un consenso strisciante che li rende una forza sociale parallela, accettata da una parte della popolazione. La ‘ndrangheta emiliana ha imparato a parlare il dialetto locale del business.
Il settore edile è il grande catalizzatore. Laddove la ricostruzione post-sisma è stata un’iniezione di miliardi di euro pubblici, le indagini hanno dimostrato come imprese legate ai clan si siano inserite nel ciclo del cemento, non solo con subappalti, ma anche rilevando aziende in difficoltà, ripulendole e utilizzandole per accedere ai fondi. Il sistema si regge su una rete di professionisti, geometri e architetti che certificano la regolarità di lavori mai eseguiti o eseguiti con materiali scadenti. Recenti operazioni della Guardia di Finanza di Modena e Reggio Emilia hanno sequestrato decine di aziende in questo comparto, evidenziando un volume d’affari in costante crescita e un controllo territoriale che va oltre la provincia di origine calabrese dei boss, configurando un’autonomia di manovra sempre più marcata.
Veneto e Friuli Venezia Giulia: la porta orientale e il silenzio del caporalato
Il Nord-Est non è più l’isola felice che si pensava. Qui la strategia criminale assume contorni più fluidi, con una sovrapposizione tra ‘ndrangheta, cosa nostra e, soprattutto, una mafia straniera sempre più strutturata. Il Veneto e il Friuli Venezia Giulia non sono più solo un luogo di transito e investimento per i narcotrafficanti, ma un territorio di radicamento. L’operazione “Veneto Anno Zero” a Verona e le inchieste nel trevigiano hanno dimostrato la presenza di un inquinamento capillare della ‘ndrangheta nel tessuto turistico e immobiliare.
La specificità di questo territorio è duplice. Da un lato, il suo essere cerniera con l’Est Europa. Il porto di Trieste, come dimostrato dal maxi-sequestro di cocaina da record mondiale nel 2019 e da operazioni successive, è un hub strategico per il narcotraffico internazionale gestito da una regia che vede la ‘ndrangheta in collaborazione con potenti gruppi criminali dei Balcani. Le DDA di Trieste e Venezia stanno mappando un’alleanza criminale transnazionale che usa la regione come base logistica e piattaforma per il riciclaggio.
Dall’altro lato, c’è la piaga del caporalato nel settore agricolo, in particolare nel veronese e nel pordenonese, e nella fiorente industria vitivinicola. Qui il sistema è meno appariscente di quello edilizio emiliano ma altrettanto pervasivo. Prevalgono forme di intermediazione illecita di manodopera, gestite non da un’unica organizzazione, ma da un cartello fluido di soggetti: caporali autoctoni, imprenditori agricoli, cooperative di comodo e gang di origine nigeriana e rumena. Il metodo è lo sfruttamento di lavoratori vulnerabili, per lo più richiedenti asilo, impiegati nei vigneti e nei campi in condizioni disumane, con paghe da fame e trattenute per vitto e alloggio in baraccopoli invisibili.
La mafia nigeriana dei “Cults”, come gli Eiye e i Black Axe, mappata dalle inchieste della DDA di Venezia (operazione “Huginn e Muninn”), non è un fenomeno marginale. Gestisce lo sfruttamento della prostituzione, il traffico di esseri umani e il narcotraffico di strada con metodi violenti e rituali che stanno creando un conflitto per il controllo delle piazze di spaccio con la malavita locale, generando un allarme sociale in quartieri un tempo considerati tranquilli.
Il filo rosso: la zona grigia come condizione di sopravvivenza
Confrontare queste realtà porta a una conclusione fondamentale. Al Nord, la forza delle mafie non risiede solo nelle armi o nell’intimidazione, strumenti ormai residuali e usati con parsimonia per non attirare l’attenzione. La loro vera forza è la gigantesca “zona grigia” di cui sono circondate: imprenditori, professionisti, politici e funzionari pubblici che, per profitto, convenienza o paura, ne facilitano l’operatività. Le mafie del Nord non occupano i territori, li comprano e li abitano, offrendo soluzioni immediate e sporche a problemi concreti: manodopera a basso costo, accesso al credito, capitali rapidi.
La sfida per lo Stato è passare dalla logica dell’emergenza a quella della bonifica strutturale. Non basta colpire i vertici con operazioni spettacolari; occorre prosciugare il brodo di coltura in cui prosperano, agendo su controlli amministrativi, tracciabilità dei flussi finanziari e, aspetto più difficile, spezzando i legami di convenienza che hanno trasformato le mafie da corpo estraneo a partner commerciale. In questo senso, il Nord non è più la frontiera avanzata di una colonizzazione, ma il laboratorio di una nuova, moderna e molto più pericolosa criminalità organizzata.
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