Criminalità
Sicilia, il progetto di un nuovo clan nel Ragusano: conquistare Vittoria e ridisegnare le alleanze del Sud Est
Prima puntata. Una lista compilata agli arresti domiciliari e trenta giorni di violenze in Sicilia tra Vittoria e Scoglitti. Il progetto di Giovanni Gurrieri per conquistare il mercato della droga e imporre un nuovo controllo sul territorio.
Aggressioni, pestaggi, accoltellamenti. Raid nelle abitazioni e spedizioni punitive nei locali pubblici. Per circa trenta giorni, tra l’inizio di luglio e i primi giorni di agosto 2026, Vittoria e Scoglitti precipitano in un inferno di intimidazioni e violenze mirate.
Al centro di questa offensiva c’è un gruppo criminale che tenta di conquistare con la forza il mercato della droga e di imporre una forma più ampia di controllo economico sul territorio. A guidarlo è Giovanni Gurrieri, affiancato da Antonio Cilia, Claudio Capuzzello, Marco Romano e Domenico Cartisano.
Il disegno prende forma durante la detenzione domiciliare, quando Gurrieri comincia a pensare a come impadronirsi del mercato della droga e, attraverso quello, estendere il proprio controllo sulla città. Non può muoversi liberamente, ma possono farlo i suoi amici e i suoi contatti, attraverso i quali raccoglie informazioni su spacciatori, grossisti e trafficanti, cercando di capire come funziona la filiera, chi vende, chi rifornisce le piazze e chi fa arrivare la droga sul territorio.
È da questa ricognizione che nasce l’idea di compilare una lista di nomi e cognomi, costruita lungo le due direttrici del progetto. Da una parte ci sono gli spacciatori ai quali ordinare di interrompere la vendita e le piazze da sottrarre ai gruppi che già le controllano; dall’altra, le persone e le attività economiche sulle quali esercitare pressione, non necessariamente attraverso una richiesta diretta di denaro, ma imponendo prestazioni e servizi riconducibili ad aziende considerate amiche. Una seconda direttrice, quest’ultima, destinata a emergere nella fase successiva del progetto.
Dietro i nomi degli spacciatori c’è soprattutto la domanda che permette di attraversare l’intera filiera e risalire dal livello più visibile della vendita fino a quello nel quale la droga viene acquistata e distribuita: chi la fornisce? Gurrieri e i suoi uomini non vogliono soltanto identificare i fornitori, ma raggiungerli, trattare direttamente con loro e acquistare la droga senza continuare a dipendere dagli intermediari e dai gruppi che già governano il mercato.
Quella lista non resta chiusa in un cassetto fino alla fine della pena. Secondo quanto ricostruito, mentre Gurrieri si trova ancora in detenzione domiciliare, i nomi cominciano a circolare tra i suoi uomini e a orientare i primi contatti e le prime pressioni sugli spacciatori.
Quando torna libero, il piano entra in una nuova fase: gli avvertimenti consegnati durante la detenzione domiciliare diventano il punto di partenza delle azioni punitive.
Tutto questo accade perché il territorio che Gurrieri e i suoi uomini vogliono conquistare non è vuoto, non è privo di regole e non aspetta semplicemente qualcuno disposto a occuparlo. Da una parte ci sono gli equilibri della criminalità vittoriese, che, allo stato delle informazioni raccolte, trovano alcuni dei propri riferimenti in “u Puorcu”, nei Matriali e negli uomini che si muovono intorno a loro; dall’altra c’è una presenza di origine albanese costruita nel tempo attraverso relazioni, gruppi autonomi e capacità operative, legata a quelle stesse realtà locali da una forte alleanza criminale.
Sul versante albanese, nelle ricostruzioni raccolte durante l’inchiesta, emergono figure come Luzim Ndreu, detto “Giulio ’u Tistuni”, Auglent “Denny” Lalollari, Daiu Lorenc e Ismet Totraku: uomini con ruoli e percorsi differenti, ma inseriti nella geografia criminale che collega Vittoria, Scoglitti e Santa Croce Camerina, all’interno di un sistema nel quale l’origine nazionale non determina necessariamente l’appartenenza a un’unica struttura verticale.
Non si tratta, infatti, di un solo clan organizzato intorno a un comando riconoscibile, ma di una rete nella quale soggetti e gruppi differenti possono cooperare e svolgere funzioni complementari: procurare la droga, trasportarla, custodirla, distribuirla, riscuotere i crediti maturati nello spaccio e reinvestire il denaro. Ciascuno mantiene la propria autonomia, ma le diverse componenti convergono quando l’affare richiede uomini, mezzi, protezione e relazioni.
È dentro questo sistema che Gurrieri e i suoi uomini tentano di entrare, non per ritagliarsi una porzione marginale del mercato, ma per forzarne gli equilibri, sostituirsi agli intermediari e conquistare le piazze, affiancando al controllo della droga una capacità di pressione economica fondata sull’imposizione di servizi.
L’ordine e il nome che manca
Ma a Vittoria nessuno tenta un’operazione di questa portata senza un consenso preventivo o un ordine preciso. Il territorio non è vuoto: esistono gerarchie, alleanze e interessi consolidati. In una città dove la presenza mafiosa è profondamente radicata, non si interrogano e non si colpiscono per trenta giorni gli spacciatori nel tentativo di risalire ai loro fornitori, né si sfida un sistema nel quale reti albanesi e criminalità locale fanno affari insieme, senza una copertura capace di proteggere l’azione.
Osservati separatamente, i singoli episodi possono apparire come violenze isolate, esplosioni di rabbia o risse nate per ragioni occasionali; messi uno accanto all’altro, mostrano invece una progressione costante: gli uomini vengono prima identificati, poi raggiunti e infine colpiti se rifiutano di fermarsi o di rivelare chi li rifornisce.
Una semplice copertura, tuttavia, non basta a spiegare la scelta degli obiettivi, la ripetizione dello stesso metodo e la volontà di intervenire contemporaneamente sul mercato della droga e sulle attività economiche. Una sequenza così definita sembra rispondere non soltanto alla decisione di lasciare agire Gurrieri, ma a un’indicazione precisa su chi colpire, quali spazi liberare e quali equilibri modificare.
È a questo punto che la figura di Gurrieri cambia prospettiva: non appare più soltanto come quella dell’uomo che costruisce il progetto sul terreno, ma anche come quella dell’esecutore incaricato di individuare gli spacciatori, costringerli a fermarsi, risalire ai canali di approvvigionamento e liberare uno spazio destinato a essere occupato da altri.
Le domande, allora, cambiano. Chi garantisce a Gurrieri la possibilità di muoversi? Chi gli assicura che i fornitori siano disposti ad abbandonare o modificare i rapporti costruiti con i gruppi che già controllano il mercato per vendere direttamente a lui? Contro chi è diretto realmente l’ordine: contro la rete albanese, contro gli ambienti vittoriesi riconducibili a “u Puorcu” e ai Matriali oppure contro l’intera alleanza che li tiene insieme? O nasce dentro quello stesso sistema, con l’obiettivo di modificarne gli equilibri e spostare il controllo delle piazze? E soprattutto, chi trae vantaggio dalla conquista del mercato e dall’apertura di nuovi spazi di controllo economico?
Il nome del mandante non c’è ancora, ma la sequenza delle aggressioni lascia emergere l’ipotesi che Gurrieri non abbia agito soltanto come promotore del progetto sul territorio, ma anche come esecutore di un ordine impartito da altri.
Chi è Giovanni Gurrieri
Per capire perché un’operazione di questa natura venga affidata proprio a Gurrieri bisogna riavvolgere il nastro del tempo e tornare indietro di nove anni, al momento in cui il suo nome compare nelle cronache giudiziarie.
Il 22 marzo 2017 Gurrieri viene denunciato in stato di libertà per ricettazione e detenzione abusiva di armi e munizioni. La comunicazione della polizia lo indica inoltre come «già pregiudicato per reati in materia di stupefacenti e ricettazione» e lo ritiene legato a soggetti di rilievo della criminalità vittoriese.
Tutto comincia in una struttura ricettiva di Vittoria, dove gli agenti trovano nella sua camera una striscia di cocaina e altra polvere bianca conservata in un ritaglio di cellophane. La successiva perquisizione dell’abitazione di contrada Deserto, a Comiso, porta al ritrovamento di 162 cartucce da caccia calibro 12 e 20, nascoste in un vecchio forno in pietra, mentre nel vano sottostante vengono rinvenute tre canne mozzate e parte del calcio di un fucile.
Il materiale viene sequestrato per gli accertamenti balistici e Gurrieri viene segnalato alla Prefettura per uso di sostanze stupefacenti.
Negli anni successivi viene arrestato e condannato in via definitiva per reati legati alla droga e sconta la parte conclusiva della pena agli arresti domiciliari. È proprio durante quel periodo che comincia ad annotare i nomi degli spacciatori e dei soggetti che controllano le piazze di Vittoria e Scoglitti.
Il passato criminale di Gurrieri permette di ricostruire il profilo dell’uomo collocato al centro della nuova vicenda e di comprendere perché proprio a lui venga affidata un’operazione del genere.
È dentro questa traiettoria che si apre l’estate 2026: Gurrieri termina la pena, lascia la detenzione domiciliare e porta con sé le informazioni raccolte mentre era confinato in casa, trasformando una lista di nomi nel punto di partenza di un progetto criminale del quale conosciamo gli uomini che agiscono e i primi obiettivi, ma non ancora l’identità del mandante, o dei mandanti, che ne avrebbero ordinato l’avvio.
Per vedere come quel progetto smette di essere un disegno e diventa violenza bisogna spostarsi a Scoglitti, dove la strategia costruita durante la detenzione domiciliare affronta il suo primo banco di prova.
Scoglitti, la prima aggressione
Piena estate. Nella lista compilata da Gurrieri figurano anche i nomi di quattro cittadini stranieri che, secondo le fonti dell’inchiesta, sono ritenuti attivi nello spaccio a Scoglitti. Prima che Gurrieri tornasse libero, i suoi uomini li avevano già raggiunti e avevano intimato loro di interrompere la vendita fino a nuovo ordine e di rivelare chi li riforniva.
L’obiettivo non era soltanto fermare lo spaccio. Quelle informazioni dovevano consentire al gruppo di risalire la filiera, raggiungere direttamente i fornitori e proporsi come nuovo interlocutore per l’acquisto degli stupefacenti.
I quattro, però, non obbediscono e continuano a vendere droga. Quando Gurrieri torna libero, li raggiunge insieme ai suoi uomini. Questa volta non arriva un altro avvertimento: scatta l’aggressione. Non una lite occasionale né un incontro degenerato, ma la fase punitiva di un piano preparato durante la detenzione domiciliare.
Partono i pugni e i calci. Secondo la ricostruzione delle fonti, non sono colpi sferrati alla cieca, ma indirizzati con precisione dove possono fare più male. È lo stesso Gurrieri, su Facebook, a fornire un dettaglio sulla propria preparazione. Sotto il video di un’aggressione scrive, accompagnando l’affermazione con una battuta: «Io ho fatto arti marziali (non sono Bruce Lee)».
Quel commento non dimostra, da solo, le modalità del pestaggio, ma offre un elemento per comprendere la preparazione di Gurrieri e la sua capacità di usare il corpo per colpire. Prima ancora di estrarre il coltello che porta con sé, il suo corpo è già un’arma. Quando compare la lama, però, l’aggressione supera la soglia del pestaggio: Gurrieri la usa contro gli spacciatori e proprio per questa condotta gli viene contestato il tentato omicidio.
Punire i quattro, tuttavia, non è l’unico obiettivo. La violenza serve anche a estromettere la concorrenza e a consegnare un messaggio a tutti gli altri nomi già individuati: chi vende deve fermarsi, chi non obbedisce viene colpito e chi vuole restare sulla piazza deve riconoscere l’autorità del gruppo in costruzione.
Dopo Scoglitti, però, la violenza cambia terreno: non cerca più soltanto gli uomini sulla strada, ma si sposta a Vittoria, raggiunge via Roma e arriva fino alla casa dei fratelli Di Modica.
Nella seconda puntata: la violenza entra nelle case, un’automobile brucia nella notte e l’appuntamento al bar La Lucciola, lungo la strada Vittoria-Gela, trasforma la lista di Gurrieri in una dichiarazione di guerra.
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