Cronaca
Liguria, boom di turisti. Ma guai a farsi male: al pronto soccorso comincia il calvario
Il Tigullio fa il pieno di turisti, ma guai a farsi male. Il racconto di una giornata nel pronto soccorso di Lavagna, tra attese, barelle, personale allo stremo e parenti senza notizie. Una sanità in trincea che d’estate mostra tutti i suoi limiti.
Il Tigullio fa il pieno di presenze, le località della Riviera si riempiono e il turismo brinda. Ma c’è un piccolo particolare: sarebbe meglio non ammalarsi e, soprattutto, non farsi male. Perché nel Golfo del Tigullio il pronto soccorso è uno solo, quello di Lavagna, e nei giorni di maggiore afflusso può trasformarsi in un girone dantesco. La testimonianza diretta di chi, suo malgrado, ci è appena passato.
La Liguria piace. Piace sempre di più. Alberghi, seconde case, spiagge, ristoranti: d’estate il Tigullio cambia volto e la popolazione cresce a dismisura. È il turismo, bellezza. Ed è una fortuna. A patto di stare bene. Perché se durante una vacanza tra Sestri Levante, Lavagna, Chiavari, Rapallo e le altre località del Golfo capita di farsi male o di avere bisogno di un pronto soccorso, la cartolina rischia improvvisamente di cambiare. Sestri Levante e il Tigullio non sono per me luoghi conosciuti occasionalmente da turista. Frequento Sestri Levante da oltre vent’anni, conosco abbastanza bene il territorio e le sue trasformazioni e, soprattutto, da tempo ascolto lamentele e racconti sulle difficoltà dell’assistenza sanitaria della zona. Quello che segue, quindi, non vuole essere un giudizio costruito su un singolo episodio. Ma quando ai racconti ascoltati durante un’intera estate si aggiunge la testimonianza diretta e dettagliata di una persona che conosci bene, qualche domanda diventa inevitabile.
“A raccontarmi l’ultima esperienza è un caro amico, che chiamerò Claudio — il nome è di fantasia — che nei giorni scorsi ha avuto la sventura, nel suo caso per un problema a una caviglia, di verificare personalmente cosa significhi arrivare al pronto soccorso di Lavagna in una giornata d’agosto”
Claudio, arriva intorno all’una, accompagnato in automobile perché non riesce a camminare. Già all’ingresso trova un’ambulanza che ostacola il passaggio. Dentro, racconta, “l’ingresso era praticamente tappato da persone”. Malati, accompagnatori, parenti. E un’unica accettazione. Un amico gli procura una carrozzina. Si fa per dire: le ruote girano a fatica e lui, dolorante, non riesce nemmeno a superare da solo la piccola pendenza che porta all’accettazione. A spingerlo è una signora, parente di un altro paziente. Solidarietà tra frequentatori occasionali di un luogo nel quale nessuno vorrebbe trovarsi. È soltanto l’inizio. Dentro trova barelle sistemate dove è possibile, infermieri che corrono da una parte all’altra, un barelliere che, racconta, “si dava da fare come un pazzo” e persino una guardia giurata che finisce per trasformarsi in una sorta di assistente tuttofare.
Le ambulanze, intanto, continuano ad arrivare. C’è una signora anziana che perde sangue dal naso e viene tamponata dal personale della Croce Rossa perché in quel momento non ci sono infermieri disponibili. Deve restare sulla lettiga dell’ambulanza perché mancano le barelle. E c’è una ragazza pallida, in un angolo, che dice di avere capogiri dopo essere stata punta da un insetto, è sul punto di svenire, piange e vorrebbe sdraiarsi. Ma una barella per lei non c’è. Nel frattempo cresce anche la tensione all’accettazione. La guardia giurata viene sollecitata affinché inviti parenti e accompagnatori a lasciare gli spazi del pronto soccorso. L’invito, in qualche occasione, avviene in maniera non propriamente garbata. Ma anche qui è troppo facile dividere il mondo tra buoni e cattivi. Da una parte c’è un personale esasperato, costretto a lavorare in spazi congestionati e sotto una pressione continua. Dall’altra ci sono mogli, mariti, figli e genitori che aspettano da ore senza sapere cosa stia accadendo al proprio caro. Nel frattempo sono quasi le tre del pomeriggio, una donna racconta di essere lì dalle sette e mezza del mattino e chiede semplicemente quanto debba ancora aspettare per avere gli esiti degli esami del marito. La risposta, dopo una verifica delle liste, è scoraggiante: almeno altre quattro o cinque ore. Anche i parenti vanno capiti. Perché chi accompagna una persona al pronto soccorso non è lì per prendere un caffè. È preoccupato, spesso spaventato, e dopo molte ore senza informazioni può diventare insistente. Il personale ha diritto di lavorare senza essere assediato. Ma chi aspetta fuori ha altrettanto diritto, nei limiti del possibile, a essere informato. Ed è forse proprio questo scontro tra due ragioni entrambe comprensibili a raccontare meglio di qualsiasi statistica un sistema arrivato al limite. È qui che il racconto assume quasi i contorni di un girone dantesco. Non per l’indifferenza di chi lavora. Esattamente il contrario.“Non è colpa di quelli che erano lì a lavorare, a farsi il mazzo”, sottolinea Claudio. Ed è forse questo l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda. Perché quando medici, infermieri, barellieri e persino una guardia giurata fanno tutto quello che possono e il risultato resta comunque quello descritto, significa che il problema non è il singolo operatore. È il sistema. Dopo circa mezz’ora Claudio viene finalmente preso in carico. Un barelliere suggerisce di portarlo direttamente verso il reparto ortopedia: “Portalo subito di là, che qui c’è troppo casino”.
Lascia così quello che lui stesso definisce “il girone dantesco dell’accettazione”. Ma per raggiungere il reparto di ortopedia deve attraversare un lungo corridoio. E la fotografia che restituisce non è rassicurante: barelle da una parte e dall’altra, pazienti in attesa, spazi che appaiono insufficienti persino fisicamente per contenere il flusso di persone.
Il racconto, però, non finisce qui. Una volta effettuate le radiografie, Claudio rimane nuovamente in attesa perché non trova nessuno che possa riportarlo nella zona della visita. A risolvere la situazione è lo stesso barelliere che lo aveva accompagnato in precedenza: aveva già terminato il turno e si era cambiato, ma vedendolo ancora lì gli chiede cosa stesse aspettando. “Se non mi porta qualcuno, non so dove andare”, gli risponde. E così è ancora lui, benché ormai fuori servizio, a riaccompagnarlo dove avrebbe dovuto essere visitato dall’ortopedico.
Durante quelle ore assiste anche ad altre scene che gli lasciano più di una perplessità. Un paziente, che dice di essere a sua volta un sanitario, ha terminato una flebo e chiede che gli venga rimossa. Una giovane operatrice gli risponde di non essere autorizzata a farlo. Nessun altro, in quel momento, sembra disponibile.
Una cosa, però, è chiara: situazioni del genere finiscono inevitabilmente per incrinare la fiducia nel sistema ospedaliero. Gli stessi operatori che, per quanto visto fin qui, appaiono spesso come eroi in trincea, mandati a combattere con le pallottole spuntate. E qui è necessario fermarsi.
Perché sarebbe scorretto utilizzare episodi osservati da un paziente per mettere sotto accusa professionalità individuali senza conoscere procedure, turnazioni e spiegazioni della struttura. Ma sarebbe altrettanto sbagliato cancellarli dal racconto soltanto perché pongono interrogativi scomodi. La sensazione complessiva che emerge da quelle ore è quella di una macchina sanitaria che procede costantemente al limite delle proprie possibilità.
Ed è qui che il caso individuale diventa una domanda politica. Può un territorio come il Tigullio affrontare l’estate con un solo pronto soccorso? Parliamo di una delle zone turistiche più importanti della Liguria, dove nei mesi estivi alle decine di migliaia di residenti si aggiungono proprietari di seconde case, villeggianti e turisti. E parliamo, contemporaneamente, di un territorio con una popolazione residente mediamente anziana e quindi con una domanda sanitaria significativa anche durante il resto dell’anno. Eppure il punto di riferimento dell’emergenza ospedaliera è Lavagna. Negli anni la geografia sanitaria del territorio è profondamente cambiata. Servizi che un tempo erano distribuiti tra più strutture sono stati concentrati. Si potrà discutere all’infinito sulle ragioni economiche, organizzative e sanitarie che hanno accompagnato queste scelte. Ma alla fine resta una domanda molto semplice: il servizio che oggi viene offerto è adeguato al numero delle persone che deve assistere? Perché è questa la domanda che interessa al cittadino. Esiste il 116117, esistono i servizi territoriali destinati anche a intercettare le situazioni meno gravi ed evitare che ogni codice bianco finisca al pronto soccorso. Sono strumenti utili e probabilmente indispensabili. Ma sarebbe un errore presentarli come la soluzione definitiva quando il problema a monte resta la disponibilità di personale, strutture e presìdi. Anche perché nel frattempo è cambiata un’altra figura fondamentale della nostra sanità: il medico di famiglia. Quello che un tempo rappresentava il primo filtro, visitava, valutava e spesso evitava un accesso improprio all’ospedale, oggi è sempre più schiacciato da incombenze burocratiche e da un’organizzazione della medicina territoriale che meriterebbe a sua volta una riflessione. Il risultato è facilmente intuibile: quando il territorio filtra meno, il pronto soccorso assorbe di più. E se il pronto soccorso è già al limite, basta una giornata complicata di agosto perché la macchina vada in affanno. Non servono processi sommari. E soprattutto sarebbe ingeneroso prendersela con chi indossa un camice e corre da una barella all’altra. Servono risposte. Quante persone transitano dal pronto soccorso di Lavagna nei mesi estivi? Di quanto aumenta l’afflusso rispetto all’inverno? L’organico viene rafforzato proporzionalmente? Quanti medici, infermieri e operatori sono effettivamente presenti nei turni più difficili? Gli spazi sono adeguati? E soprattutto: la programmazione sanitaria tiene realmente conto del fatto che in alcune zone del Tigullio tra cui Sestri Levante, Santa Margherita Ligure, Portofino e Zoagli, la popolazione arriva più che a triplicare nei mesi estivi? Sono domande elementari. Proprio per questo meritano risposte altrettanto semplici.
Perché possiamo continuare a celebrare, giustamente, il successo turistico della Liguria. Possiamo contare presenze, arrivi e pernottamenti e congratularci per una Riviera che continua ad attirare visitatori. Ma il turismo non è fatto soltanto di spiagge, alberghi e ristoranti. È fatto anche di servizi. E la sanità è forse il più importante di tutti. Altrimenti al turista — e naturalmente anche al residente — non resta che un consiglio. Godetevi il Tigullio. Ma, se potete, cercate di non farvi male.
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