Diritti

Vannacci, Murgia e la parola che divide l’Italia

Le dichiarazioni di Roberto Vannacci riaprono il dibattito sul termine femminicidio. A partire da una celebre riflessione di Michela Murgia, una domanda. Perché alcune parole continuano a dividere l’Italia più della realtà che cercano di descrivere?

23 Giugno 2026

«La parola femminicidio non indica il sesso della morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa. Dire omicidio ci dice solo che qualcuno è morto. Dire femminicidio ci dice anche il perché

Michela Murgia scrisse queste parole anni fa. Mi sono tornate in mente leggendo le dichiarazioni di Roberto Vannacci, secondo il quale il femminicidio non esiste e bisognerebbe parlare semplicemente di omicidio.

La questione potrebbe sembrare linguistica. Non lo è.

Nessuno mette in dubbio che un femminicidio sia un omicidio. Come nessuno mette in dubbio che un infarto sia una malattia. Il punto è un altro. Le parole non servono soltanto a classificare. Servono a vedere.

Quando una donna viene uccisa perché decide di interrompere una relazione, perché rivendica la propria autonomia, perché rifiuta il controllo di un uomo, non siamo davanti soltanto a una persona che ne uccide un’altra. Siamo davanti a una forma specifica di violenza che affonda le proprie radici in una storia, in una cultura, in una concezione del rapporto tra uomini e donne.

Per questo la parola femminicidio è nata. Non per fare un favore alle femministe. Non per costruire una categoria ideologica. È nata perché la realtà, a un certo punto, ha chiesto una parola più precisa.

La storia del linguaggio è piena di esempi simili. Prima arriva il fenomeno. Poi arriva la parola che prova a descriverlo. E quasi sempre, all’inizio, qualcuno sostiene che quella parola è inutile. È successo con lo stalking. È successo con il bullismo. È successo con il burnout. Accade ogni volta che una società si accorge di qualcosa che prima restava ai margini dello sguardo.

Per questo trovo interessante il successo che accompagnano dichiarazioni come quelle di Vannacci. Non perché aprano una discussione sul vocabolario. Perché rivelano una resistenza più profonda. Come se una parte del Paese continuasse a pensare che nominare una realtà significhi inventarla.

Ma le cose funzionano al contrario.

Non è la parola femminicidio a creare la violenza contro le donne. È la violenza contro le donne ad avere reso necessaria quella parola.

Ed è qui che Michela Murgia aveva colto qualcosa di essenziale. Non stava proponendo un esercizio linguistico. Stava ricordando che le parole migliori non complicano la realtà. La rendono visibile. Forse è questo che continua a dividere l’Italia. Non il termine femminicidio. La difficoltà di accettare ciò che quella parola mostra.

Perché ogni volta che discutiamo del nome, rischiamo di dimenticare la realtà che quel nome prova ostinatamente a raccontare.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.