Giornalismo

Traffico d’influencer e crisi del giornalismo: Olivier Picard e la frattura che vuole ridefinire l’informazione

Analisi dell’intervento di Olivier Picard alle Assises de la presse: giornalismo collettivo contro influenza digitale, realtà contro comunità, etica contro algoritmi.

28 Agosto 2026

Un giornale nato contro la censura di fronte a un ecosistema che non riconosce più le sue regole

Alle Assises de la presse del Club Suisse de la Presse, Olivier Picard ha portato con sé la memoria di un giornale che ha attraversato un secolo di storia politica e mediatica. «Le Canard enchaîné è nato durante la Prima guerra mondiale per reagire alla censura», ha ricordato, come per situare immediatamente il dibattito in una genealogia precisa: quella di un giornalismo che nasce per opporsi al potere, non per accompagnarlo. Un giornale che ha costruito la propria identità sull’indipendenza assoluta, sull’assenza di pubblicità, sulla forza delle vendite e su un patrimonio accumulato “come un lavoro di formica”. Un modello che appartiene a un’altra epoca, ma che continua a incarnare un ideale di rigore e libertà editoriale.

Picard ha descritto con ironia la distanza culturale tra la redazione del Canard e il mondo degli influencer: «Per noi, il mondo dell’influenza è un mondo completamente nuovo, un incognito». Non solo perché la redazione è composta da giornalisti formati alla scuola del print, ma perché la logica stessa dell’influenza digitale è estranea ai codici del giornalismo investigativo. Il giornale ha dovuto interrogarsi sulla legittimità di affrontare un tema che non apparteneva alla sua cultura professionale. E la discussione interna è stata tutt’altro che semplice: «Non siamo molto geek, il nostro sito è stato creato nel 2024, le nostre abitudini digitali restano embrionali».

Il paradosso è che, proprio mentre Picard lanciava il dossier sugli influencer, il giornale stava valutando di collaborare con un influencer per promuovere i suoi nuovi prodotti digitali. «Ho avuto un po’ di sudori freddi», ha ammesso. La redazione ha dovuto affrontare un conflitto etico: come indagare criticamente un fenomeno mentre si valuta di integrarlo nella propria strategia? La domanda ha aperto un dibattito sulla natura stessa dell’influenza, sulla definizione di “creatore di contenuti” e sulla possibilità di mantenere la coerenza editoriale in un mondo dove le frontiere tra informazione e comunicazione si sfumano.

Picard ha raccontato che persino la definizione di influencer ha generato confusione: «Un creatore di contenuti non è necessariamente un influencer, ma un influencer è sempre un creatore di contenuti». Una distinzione che rivela un cambiamento di paradigma: l’informazione non è più monopolio dei media, ma un flusso continuo prodotto da attori che non rispondono a nessuna struttura collettiva, nessuna gerarchia, nessuna deontologia. È un mondo che non riconosce più le regole del giornalismo, e che non sente il bisogno di farlo.

Il collettivo contro la solitudine: due modi opposti di costruire la realtà

Il cuore dell’intervento di Picard è stato un confronto strutturale tra giornalismo e creazione di contenuti. «Il giornalismo è un mestiere collettivo», ha insistito. Al Canard, un articolo passa attraverso cinque, sei, talvolta dieci livelli di lettura: autore, caporedattore, rewriter, segretario di redazione, revisori, direzione. Ogni passaggio è un filtro, una protezione contro l’errore, la deformazione, la tentazione del sensazionalismo. «La difficoltà è scrivere in modo divertente essendo ultra‑rigorosi», ha detto. È un equilibrio che richiede tempo, disciplina, contraddittorio interno.

Di fronte a questo modello, Picard ha descritto la solitudine dell’influencer: «Quando si è soli, si ha una visione individuale della realtà». Una realtà filtrata dalla propria comunità, dai propri algoritmi, dai propri interessi. La produzione di contenuti non passa attraverso un collettivo, non è sottoposta a verifica, non è obbligata a confrontarsi con il contraddittorio. «La nozione di realtà nei creatori di contenuti diventa meno importante: non è la realtà che conta, ma le visualizzazioni della comunità». È una frase che sintetizza la sua diagnosi: l’informazione digitale tende a privilegiare ciò che conferma il punto di vista del pubblico, non ciò che lo contraddice.

Picard ha ricordato che il giornalismo, per sua natura, deve parlare a tutti: «Abbiamo un’ambizione universalista: essere compresi da tutti». L’influencer, invece, parla a una comunità già filtrata, già omogenea, già predisposta a condividere un punto di vista. È un’informazione che nasce chiusa e resta chiusa. «È una forma di confinamento che si aggiunge a quello degli algoritmi», ha detto. Il rischio è che la realtà venga deformata non per malafede, ma per struttura: ciò che non piace alla comunità non esiste, ciò che non genera engagement non è rilevante.

Picard ha evocato anche un pericolo politico: la legittimazione degli influencer come sostituti dei giornalisti. «Musk ha detto agli influencer: ora siete i media. E Trump li ha fatti entrare nella sala stampa della Casa Bianca». Una normalizzazione che, secondo lui, rappresenta una minaccia concreta per la funzione democratica della stampa. Il fenomeno, ha aggiunto, è arrivato anche in Francia: «Mélenchon ha fatto un tri selettivo tra chi può fare domande e chi no». La selezione dei mediatori dell’informazione da parte del potere politico è, per Picard, un segnale d’allarme.

Un mondo che cambia: integrare il nuovo senza rinunciare alle regole del mestiere

Picard non è un nostalgico. Lo ha detto chiaramente: «Non rifiutiamo il progresso». Il mondo dell’influenza non è un nemico da combattere, ma un fenomeno da comprendere. «Sant’Agostino diceva: lasciate venire i barbari. Gli influencer non sono barbari», ha affermato con ironia. Il punto non è respingere il nuovo, ma evitare che il nuovo dissolva le regole che garantiscono la qualità dell’informazione.

Il giornalismo, ha spiegato, deve mantenere la propria identità: il contraddittorio, la verifica, la distanza critica, la capacità di dubitare di sé. «Un giornalista non può essere militante. Deve dubitare di sé fino alla fine». È un mestiere che richiede di pensare contro se stessi, di non lasciarsi sedurre dalle proprie convinzioni, di non confondere l’opinione con il fatto. La creazione di contenuti, invece, tende a fondersi con la comunità che la sostiene, a diventare specchio e amplificatore di un punto di vista.

Picard ha riconosciuto che gli influencer hanno conquistato un territorio che la stampa tradizionale non presidia più: l’attenzione dei giovani. «Che i giovani vogliano informarsi è positivo», ha detto. Il problema non è la concorrenza, ma la logica dell’influenza: un’informazione modellata sul desiderio del pubblico, non sulla realtà dei fatti. La sfida, secondo lui, è infondere i valori del giornalismo nella nuova generazione di creatori di contenuti: rigore, etica, responsabilità, rispetto della verità. «È a noi di infondere le nostre regole, la nostra fierezza professionale in questa nuova generazione».

Il mondo dell’informazione è in pieno “telesocpaggio”, come ha detto Picard: due mondi che si scontrano, si sovrappongono, si contaminano. Il giornalismo non può ignorare gli influencer, ma non può nemmeno diventare come loro. La sfida è trovare un equilibrio tra apertura e resistenza, tra innovazione e principi, tra comunità e universalismo. In questo equilibrio si gioca il futuro della credibilità dell’informazione.

 

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