Italia
Il re dei droni e la guerra per procura: il nuovo «Armiamoci e partite»
L’idea che la Difesa della Repubblica debba importare a scatola chiusa il “modello” di un Paese coinvolto in un conflitto totale, delegando le strategie d’innovazione bellica a chi fino a ieri coordinava l’Army of Drones, non è soltanto un corto circuito diplomatico
Nel catalogo delle bizzarrie istituzionali che la storia recente ci offre con ritmo sempre più incalzante, la notizia dell’invito formulato dal Ministro della Difesa a Mychajlo Fedorov, l’ex ragazzo prodigio della digitalizzazione ucraina, poi architetto della guerra automatizzata, fresco di destituzione a Kyiv, perché operi come consulente di Palazzo Baracchini, merita uno posto di rilievo. Non tanto per la legittimità formale dell’atto, che gli azzeccagarbugli di Stato sapranno senza dubbio ricucire a colpi di decreti e deroghe sui collaboratori esterni, quanto per la cesura culturale e costituzionale che questa scelta rappresenta.
L’idea che la Difesa della Repubblica debba importare a scatola chiusa il “modello” di un Paese coinvolto in un conflitto totale, delegando le strategie d’innovazione bellica a chi fino a ieri coordinava l’Army of Drones, non è soltanto un corto circuito diplomatico. È l’ennesima riprova di un fenomeno che la retorica nazional-militarista italiana sembra non saper superare: la sindrome dell’«Armiamoci e partite».
La parabola dell’eroismo per delega
L’espressione, tradizionalmente attribuita alla satira risorgimentale e poi immortalata dall’amara ironia di chi ha visto generazioni di italiani mandati al macello da comandi al riparo nei bunker, conosce oggi una sua versione aggiornata, sofisticata e, se possibile, ancora più ipocrita. È la versione cybernetics.
Oggi non si chiede più al cittadino di imbracciare il fucile. L’«Armiamoci e partite» del XXI secolo si declina nel comfort di un’aula parlamentare o nella sala stampa di un ministero: consiste nel delegare la guerra, nel finanziarla a distanza, nell’appaltarla a terzi e, infine, nell’importare i gestori di quella guerra affinché ci spieghino come si fa. L’Italia, in questa narrazione, si scopre spettatrice pagante e consumatrice di una tragedia altrui, trasformando l’innovazione bellica in un prodotto d’importazione, un gadget tecnologico da mostrare nei saloni della difesa.
Siamo di fronte a un’epica per procura in cui il furore bellicista viene sublimato dal feticismo per l’algoritmo. Non importa comprendere le radici della crisi o l’orizzonte diplomatico; importa avere a disposizione il consulente che sa come pilotare un quadricottero kamikaze tramite un’applicazione per smartphone. Si «arma» la retorica, si fa «partire» la sovranità, e ci si convince di essere protagonisti della Storia mentre si riveste soltanto il ruolo di comparse adoranti del mito tecnologico.
L’Articolo 11 e la mistificazione della «Difesa»
Qui risiede la contraddizione più profonda, quella che richiede una lettura critica rigorosa. La nostra Carta Fondamentale, all’Articolo 11, non usa parole casuali. L’Italia «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Non si tratta di una clausola meramente lirica o di un pio desiderio pacifista, ma di una scelta epistemologica: la guerra non è una variabile della politica estera, non è un’opzione gestionale, non è un settore merceologico da ottimizzare attraverso la consulenza dell’esperto di turno.
La difesa costituzionalmente legittima è un concetto strettamente legato alla sovranità, alla proporzionalità e alla neutralità attiva volta alla costruzione della pace. Convertire la struttura istituzionale del Ministero della Difesa nell’incubatore delle strategie asimmetriche maturate in un teatro di logoramento sistemico significa smantellare dall’interno l’architettura filosofica della nostra Carta.
Accogliere un manager della guerra algoritmica nei ranghi della consulenza strategica nazionale significa accettare l’idea che la guerra sia una branca dell’ingegneria gestionale. Se la difesa diventa un fattore di mera efficienza tecnologica, un problema di algoritmi, di banda larga, di droni e di saturazione dei cieli, allora la riflessione etica e politica sulla legittimità dei conflitti viene definitivamente espulsa dal dibattito pubblico.
Il feticcio della tecnologia come anestetico
Negli anni Sessanta e Settanta, i critici della ragione strumentale ci avevano avvertito: quando la tecnica cessa di essere un mezzo e diventa il fine, la politica si riduce a pura amministrazione dell’esistente. Applicato alla materia bellica, questo principio produce mostri.
Il “modello” che si vorrebbe importare è la guerra trasformata in una piattaforma open source, dove il sangue versato sul campo viene tradotto in dati da analizzare per migliorare la versione successiva del software. Chi applaude all’arrivo del tecnico d’oltreconfine cede all’illusione che la guerra possa essere pulita, efficiente, persino “intelligente”. È la grande anestesia morale del nostro tempo: nascondere l’orrore del ferro e del fuoco dietro l’interfaccia patinata di un’applicazione mobile.
Ma la realtà rimane ostinatamente analogica. L’importazione di un’esperienza bellica estranea, per quanto avanzata sul piano dell’hardware e del software, non colma il vuoto di visione della nostra politica estera. Al contrario, lo evidenzia. Rivelando che, dietro i proclami sulla sicurezza nazionale, l’unica vera strategia rimane la stessa del secolo scorso: la delega, la retorica a buon mercato e quell’eterno, grottesco invito al fronte dispensato da chi non ha alcuna intenzione di muoversi dal proprio ufficio.
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