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Mondo

Usa-Iran: il Memorandum di Trump tra critiche interne e incognite globali

di Domenico Maceri

Nel 2018 Donald Trump ha abrogato l’accordo negoziato da Barack Obama con l’Iran. Adesso con il suo Memorandum of Understanding che ha sospeso le ostilità per 60 giorni si riparte a negoziare. In sintesi si ritorna alla strategia di Obama della diplomazia.

22 Giugno 2026

Gli iraniani lo “avevano preso in giro e avevano detto che era uno stupido figlio di p…a”. Con queste parole Donald Trump ha insultato Barack Obama, che aveva negoziato un accordo con l’Iran nel 2015. Trump ovviamente pensava al suo accordo mentre parlava con i giornalisti durante le interviste a margine del G7 in Francia. I due trattati non sono facilmente paragonabili, anche se ambedue mirano ad affrontare i rapporti con l’Iran, specialmente la questione del possesso delle armi nucleari.

Il Memorandum of Understanding (MOU) firmato recentemente consiste in un pre-trattato lungo solo due pagine, mentre quello di Obama era un solido documento di 157 pagine raggiunto dopo due anni di negoziati. Il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) imponeva all’Iran di limitare il programma nucleare per scopi civili, sbarazzarsi del 97% dell’uranio già arricchito e accettare rigide ispezioni dell’International Atomic Energy Agency (IAEA). L’Iran otteneva in cambio l’accesso ai fondi che erano stati congelati dopo la rivoluzione islamica del 1979. L’accordo includeva annotazioni tecniche e cinque appendici e, dopo quindici anni, si sarebbe rivisto per possibili estensioni. L’uranio già arricchito fu consegnato alla Russia, la quale da parte sua trasferì 140 tonnellate di uranio naturale grezzo da usarsi per scopi civili sotto stretti controlli dell’AIEA. La partecipazione della Russia era importante perché il JCPOA era stato firmato non solo da Stati Uniti e Iran, ma anche dai cinque Paesi membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, oltre che dall’Unione Europea. Si trattava dunque di un trattato con l’appoggio internazionale.

Il Memorandum of Understanding è stato firmato da Trump, dal suo vice J.D. Vance e da Mohammad Bagher Ghalibaf, il rappresentante iraniano nei negoziati. Consiste di 14 punti con una tregua di 60 giorni che sospende le ostilità. Include anche la sospensione delle ostilità in Libano tra Israele e Hamas, ma il primo ministro israeliano non sembra avere interesse a rispettarlo. Infatti, i bombardamenti nel sud del Libano continuano, causando ulteriori vittime che si aggiungono alle 4.000 persone già morte. L’accordo aprirebbe lo Stretto di Hormuz senza pedaggi per 60 giorni, prevederebbe un fondo di investimenti di 300 miliardi di dollari per la ricostruzione in Iran, eliminerebbe le restrizioni all’esportazione di petrolio iraniano, ma spingerebbe i negoziati sul nucleare nel futuro. I 300 miliardi per la ricostruzione verrebbero da investimenti di Paesi del Golfo, ma anche di enti privati.

Netanyahu UN Assembly
Benjamin Netanyahu, Primo Ministro dell’Israele, non condivide il MOU firmato da Trump con gli iraniani e potrebbe minaralo con i suoi continui attacchi al Libano.

Gli analisti americani hanno etichettato il MOU come una resa da parte di Trump, il quale aveva perso l’interesse per la guerra. Il presidente statunitense si era probabilmente reso conto che Netanyahu lo aveva abbindolato per farlo entrare nel conflitto e ha quindi cercato una via d’uscita. Le reazioni al MOU sono state sfavorevoli al presidente degli Stati Uniti e includono le dichiarazioni di almeno tre senatori repubblicani (Roger Wicker del Mississippi, Bill Cassidy della Louisiana e Ted Cruz del Texas). Anche gli editoriali di media conservatori come il Wall Street Journal e il New York Post, così come il think tank di destra American Enterprise Institute, hanno criticato l’accordo, ritenendolo favorevole all’Iran.

Trump aveva poche opzioni ed era ovviamente preoccupato dall’effetto della guerra sull’economia americana a causa degli aumenti del prezzo del greggio a livello mondiale. Il prezzo della benzina in Usa era aumentato raggiungendo più di 4,49 dollari al gallone e persino 6 dollari in California. Il costo della benzina influisce su tanti aspetti dell’economia che dipendono dai trasporti, incluso ovviamente il costo del cibo, colpendo le tasche dell’americano medio. Nella campagna elettorale l’economia era il punto forte di Trump, ma adesso solo il 33 per cento degli americani approva il suo operato sull’economia, secondo un sondaggio della NPR/PBS, le reti di radio e televisione pubbliche. L’inflazione è aumentata al 4,2% e la Federal Reserve potrebbe aumentare i tassi di interesse nei prossimi mesi, rallentando la crescita.

L’ex presidente Obama non ha commentato gli insulti di Trump, ma ha centrato il bersaglio sul recente accordo con l’Iran. In un’intervista al programma TODAY della NBC, Obama ha detto che, dopo avere combattuto una guerra e “speso miliardi e miliardi di dollari con moltissime vittime… siamo tornati al punto di partenza prima della guerra”, ma in una situazione ancora peggiore. Una delle conseguenze più problematiche per gli USA e per il resto del mondo è che, con il conflitto, gli iraniani hanno scoperto il loro potere di chiudere lo Stretto di Hormuz e di prendere in ostaggio l’economia mondiale, qualcosa che non avevano mai fatto prima. Il fragile accordo con l’Iran ci fa pensare che Obama avesse la giusta strategia diplomatica, basata anche sulla cooperazione internazionale. Con la guerra scatenata da Trump e temporaneamente finita, si dovrà ripercorrere la strada fatta da Obama. Forse Trump avrà capito che la forza per costringere gli altri ad obbedirgli non funziona, poiché i deboli non devono vincere, devono solo resistere e rimanere in piedi. Una lezione che forse anche Putin starà imparando con la sua invasione dell’Ucraina.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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