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Mondo

Usa isolati e alleati in fuga: l’Iran resiste e mette all’angolo Trump

di Domenico Maceri

Robert Kagan della Brookings Institution ha dichiarato in un’intervista alla Public Broadcasting System, Pbs, che in Iran gli Usa non sono capaci di finire ciò che hanno iniziato e che una sconfitta appare probabile. (Foto: Robert Kagan)

20 Maggio 2026

“Questo conflitto ha rivelato che l’America è inaffidabile e incapace di finire ciò che ha cominciato. Una sconfitta per gli Stati Uniti non è dunque possibile ma probabile”. Lo ha detto Robert Kagan della Brookings Institution in una recente intervista alla Public Broadcasting Company, Pbs, la rete televisiva pubblica. Kagan non è certamente una colomba e infatti è un grande sostenitore di interventi militari all’estero ma nel caso dell’Iran la vede dura.

Nei bombardamenti del giugno dell’anno scorso Donald Trump e il suo Ministro di difesa Pete Hegseth avevano detto che l’arsenale nucleare iraniano era stato “annientato”. Non era vero come ha poi indicato il servizio di intelligence statunitense. Trump, seguendo Benjamin Netanyahu, Primo Ministro di Israele, ha poi deciso di bombardare una seconda volta, dichiarando di nuovo vittoria. In realtà nonostante i notevoli danni e l’eliminazione di parecchi leader del regime iraniano, il Paese è riuscito a resistere. L’Iran non ha vinto ma il semplice fatto di avere resistito consiste in una mezza vittoria soprattutto perché gli iraniani sono riusciti in grande misura a chiudere lo Stretto di Hormuz. Hanno infatti preso in ostaggio l’economia mondiale e avevano indicato che le petroliere avrebbero dovuto pagare un pedaggio. Trump ha agito smorzando questo controllo totale con il blocco navale dello stretto ma il danno per il futuro è già stato fatto. Gli iraniani hanno capito di possedere una carta vincente.

Nel recente incontro con Xi Jinping, Donald Trump ha chiesto assistenza nel conflitto in Iran. Non ci sono state dichiarazioni pubbliche e non si sa esattamente che cosa avrà promesso il leader cinese.

Kagan nell’intervista e in un recente articolo pubblicato sulla rivista Atlantic non vede vie di uscita eccetto per un’invasione sul territorio dell’Iran che sarebbe molto problematica e causerebbe moltissime vittime. Trump, nonostante la sua minaccia di distruggere l’Iran dalla faccia della terra, non sarebbe favorevole a un’invasione. Ha continuato la tregua sperando nei negoziati mediati dal Pakistan che fino adesso non hanno ottenuto risultati positivi.

Trump avrà capito che ha bisogno di aiuto nel conflitto ma ha alienato tutti gli alleati europei e nel suo recente incontro con Xi Jinping avrebbe chiesto assistenza al leader cinese per influenzare gli iraniani ad aprire lo Stretto di Hormuz. La Cina non ha dato segnali al riguardo ma ha reiterato che la vendita americana di armi a Taiwan creerebbe conflitti tra i due Paesi. Al ritorno in Usa dopo il viaggio Trump ha dichiarato ai giornalisti che non ha deciso se completare la vendita delle armi. Ovviamente ha creato costernazione a Taiwan ma ha anche sollevato dubbi sull’affidabilità di Trump da parte degli alleati asiatici come la Corea del Sud e il Giappone. A ciò si aggiunge ovviamente lo strappo creato da Trump con gli alleati europei e la sua diffidenza sulla Nato. Ma anche i Paesi arabi del Golfo hanno già capito che l’America non è un alleato affidabile e si sentono intimoriti da un Iran che potrebbe uscire dal conflitto non solo vivo e vegeto ma ancora più potente.

Il Cancelliere tedesco Friedrich Merz ha espresso parole poco rassicuranti per Trump sulla guerra in Iran. Merz la vede come Kagan. Ambedue vedono il conflitto più favorevole all’Iran che agli americani.

Trump è ovviamente impaziente e sta cercando di concludere il conflitto in qualche modo che gli permetterebbe di cantare vittoria. Ciò diventa sempre più difficile aumentando il consenso sulla tesi che l’Iran, resistendo agli attacchi, ne uscirà vincitore. Il Cancelliere tedesco Friedrich Merz ha recentemente dichiarato che l’Iran, e in particolar modo, i Guardiani della Rivoluzione, stanno “umiliando” gli Stati Uniti. Merz ha rilevato che gli Usa sono entrati in guerra senza un piano strategico efficace rievocando le dolorose esperienze americane in Afghanistan e Iraq.

Le ultimissime notizie ci dicono che Trump ha deciso di rimandare gli attacchi, citando progressi nei negoziati. L’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti starebbero prendendo un ruolo attivo nei negoziati, avendo capito che la loro fiducia nel presidente americano sta diminuendo. Riusciranno a porre fine al conflitto? Per Trump sarebbe una vittoria. Gli toglierebbe le castagne dal fuoco specialmente data l’impopolarità della guerra approvata solo dal 34 percento degli americani.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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