Italia

“Gli ebrei italiani tra dissenso e scomuniche”: la replica di Davide Romano a David Calef

18 Maggio 2026

David Calef, che mi ha criticato su queste pagine, sostiene di voler difendere il libero dibattito all’interno della comunità ebraica. La precondizione per una libera discussione, tuttavia, dovrebbe essere il rispetto del pensiero altrui, senza mistificazioni.

Iniziamo dalla critica all’appello di Gad Lerner e amici che recitava “No alla pulizia etnica”. Ho risposto che sono anni, da ben prima della guerra, “che costoro denunciano una pulizia etnica inesistente, benché la popolazione palestinese continui a crescere”: un dato demografico incontestabile riferito al ventennio precedente all’articolo. Per chi come me appoggia da sempre i palestinesi democratici e anti-Hamas, è chiaro come il sole che loro non userebbero mai quegli slogan estremi. Ne sono un esempio i leader gazawi di “Bidna N’eesh” (Vogliamo vivere), il movimento fondato nel 2019 a Gaza per difendere i diritti dei palestinesi dalla oppressione di Hamas: Hamza Howidy e Moumen Al-Natour. Veri eroi palestinesi che — avendo subito l’incarcerazione e la tortura per mano del regime integralista di Hamas — rifiutano parole d’ordine come “genocidio” o “pulizia etnica”. Con le proprie famiglie ancora a Gaza, conoscono la drammatica verità meglio di chiunque altro: sanno che l’unica via d’uscita è il dialogo, il pragmatismo e la coesistenza pacifica. Alimentare la retorica fondamentalista e fanatica significa fare il peggior servizio possibile alla dignità e al futuro del popolo palestinese. Quegli slogan dell’appello — non a caso — non contenevano una sola parola di pietà per le vittime del 7 ottobre. Questa retorica non aiuta i palestinesi: li tradisce e crea solo odio contro Israele e gli ebrei.

C’è poi una seconda distorsione del mio pensiero in quell’articolo: l’espressione “dopo le fake news ora abbiamo anche i fake jews” viene presentata come un attacco all’autenticità etnica degli ebrei dissenzienti. Chiunque abbia letto l’articolo originale sa che non è così. Quella nota ironica riguardava un dato oggettivo: l’appello si intitolava “Ebree ed ebrei italiani dicono” e raccoglieva firme tramite un modulo online che chiedeva ai sottoscrittori semplicemente di autocertificare di “considerarsi ebrei per tradizione familiare e culturale”. Una definizione così generosa che, per coerenza, avrebbe dovuto permettere anche a me — che mi sento profondamente legato alla cultura giapponese — di firmare un ipotetico appello “I giapponesi dicono”. La mia dunque non era una svalutazione della legittimità del dissenso ebraico, bensì un’osservazione logica su un appello che si presentava come espressione della voce ebraica, pur essendo aperto a chiunque si definisse tale.

Mi si attribuisce inoltre la falsa accusa di aver tacciato LEA (Laboratorio Ebraico Antirazzista) e Mai Indifferenti di negare l’antisemitismo a sinistra in generale. Non ho mai scritto ciò. Ho documentato, invece, che queste realtà si sono presentate alla riunione del Comitato Permanente Antifascista (l’ente che organizza il 25 aprile) con un impegno specifico: negare che nel corteo del 25 aprile ci fosse stato antisemitismo. Per farlo, hanno sostenuto che il solo fatto di non essere state attaccate in prima persona fosse la prova dell’assenza di antisemitismo nell’intera piazza. Dopo aver sentito urlare contro di noi della Brigata Ebraica, della “Sinistra per Israele” e contro i giovani scout di sinistra dell’Hashomer Hatzair insulti come “saponette mankate” e “Hitler doveva finire il lavoro”, spero mi si permetta di dissentire. Non mi pare di essere estremista nell’affermare la presenza di antisemitismo in quegli episodi precisi, in quella piazza, in quel giorno. Episodi documentati nel mio resoconto pubblicato sul giornale della Comunità ebraica “Mosaico”, e confermati anche dalle testimonianze di non ebrei come Marco Brando degli IMI (Internati Militari Italiani) e Dario Venegoni dell’ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati): una rappresentante di quest’ultima, che esibiva un cartello con la scritta “Auschwitz”, si è sentita urlare “puttana ebrea”. Non da nostalgici del fascismo, ma all’interno di un corteo antifascista.

Il metodo di chi mi ha attaccato — sostituire le posizioni reali dell’interlocutore con versioni distorte e caricaturali, più facili da colpire — ha un nome preciso nella logica argomentativa: l’argomento fantoccio. Questo approccio non rafforza il dibattito, lo inquina. Se vogliamo dialogare, sono sempre pronto. Ma un minimo di correttezza intellettuale sarebbe gradita.

 

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