Questione islamica

L’Islam e la sinistra: quanto pesa ancora l’eredità marxista?

Un’analisi del peso dell’eredità marxista, della cultura postcoloniale e del dialogo interreligioso nel rapporto tra Occidente, pluralismo e critica delle religioni.

18 Luglio 2026

Perché una parte della sinistra europea e del cattolicesimo progressista manifesta una particolare cautela nel criticare l’Islam? La risposta più immediata richiama il dialogo interreligioso, l’accoglienza, la tutela delle minoranze. Sono elementi reali, ma forse non sufficienti. Per comprendere questo atteggiamento bisogna risalire più indietro, fino alla genealogia culturale della sinistra contemporanea e alla sua persistente eredità marxista.

Il marxismo non è stato soltanto una teoria economica. È stato soprattutto un modo di interpretare la storia attraverso il conflitto tra oppressori e oppressi. Per oltre un secolo il proletariato ha incarnato il soggetto storico della liberazione. Con la crisi del comunismo e la trasformazione delle società occidentali, quella figura è progressivamente scomparsa. La classe operaia ha cessato di essere il centro dell’immaginario politico della sinistra, ma non è scomparsa la struttura interpretativa fondata sulla contrapposizione tra dominanti e dominati.

È cambiato il protagonista del conflitto.

Nel nuovo scenario globale il ruolo dell’oppresso è stato progressivamente assunto dalle minoranze etniche, dagli immigrati, dai popoli post-coloniali e, in molti casi, dalle comunità musulmane presenti in Europa. Il paradigma marxista non scompare: muta semplicemente il soggetto della liberazione. La lotta di classe lascia il posto alla politica delle identità, ma conserva una medesima grammatica morale.

In questa prospettiva il musulmano tende a essere percepito anzitutto come vittima di discriminazione, razzismo o esclusione sociale. La sua appartenenza religiosa passa in secondo piano rispetto alla sua condizione di minoranza. Da qui deriva una naturale ritrosia a sottoporre l’Islam a una critica severa, perché ogni critica rischia di essere interpretata come un’aggressione ai deboli piuttosto che come un confronto tra idee.

A questo schema si è aggiunta, soprattutto dopo gli anni Sessanta, una lettura postcoloniale della storia. L’Occidente è stato identificato come il principale responsabile delle ingiustizie globali, mentre i popoli provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente hanno assunto, spesso implicitamente, il ruolo di soggetti storicamente offesi. Se l’Europa è il colpevole, diventa difficile rivolgere uno sguardo critico verso coloro che vengono percepiti come le vittime della storia.

Anche una parte del cattolicesimo progressista ha finito per convergere, sia pure da presupposti completamente diversi, su questo orizzonte culturale. L’attenzione evangelica agli ultimi, il dialogo interreligioso promosso dal Concilio Vaticano II e la scelta preferenziale per i poveri hanno favorito un atteggiamento di ascolto e di accoglienza nei confronti delle comunità musulmane. Tuttavia, l’incontro tra questa sensibilità religiosa e il paradigma culturale della sinistra ha talvolta prodotto un effetto inatteso: una certa difficoltà nel distinguere il rispetto dovuto alle persone dalla valutazione critica delle idee.

È qui che emerge un paradosso.

Proprio gli ambienti che rivendicano con maggiore forza i diritti delle donne, la libertà individuale e l’autodeterminazione mostrano spesso una sorprendente prudenza quando questi stessi diritti vengono limitati in nome di interpretazioni rigoriste dell’Islam. La denuncia, netta quando riguarda le tradizioni occidentali, diventa più esitante quando coinvolge culture percepite come storicamente subalterne. Il timore di apparire islamofobi finisce talvolta per prevalere sull’esercizio della critica.

Naturalmente sarebbe ingiusto generalizzare. Esistono numerosi intellettuali progressisti che denunciano con fermezza l’integralismo islamico e difendono senza ambiguità i diritti fondamentali. Allo stesso modo, molti musulmani combattono in prima persona contro il fondamentalismo. Ma il fenomeno culturale rimane e merita di essere analizzato senza schematismi.

Esiste, del resto, un eccesso speculare. Una parte della destra tende a identificare l’intero Islam con il radicalismo jihadista, trasformando una religione plurale in un blocco monolitico e alimentando diffidenze indiscriminate. È una deformazione opposta, ma altrettanto riduttiva.

Forse il vero problema è che il dibattito occidentale continua a ragionare attraverso categorie ideologiche ereditate dal Novecento. Da una parte sopravvive la tentazione di vedere ovunque oppressori e oppressi; dall’altra quella di ridurre ogni questione culturale a un problema di sicurezza.

Una società libera dovrebbe invece recuperare una distinzione fondamentale: rispettare le persone non significa rinunciare a discutere criticamente le idee, le tradizioni e le religioni. L’eredità migliore dell’Europa non consiste nell’immunizzare alcune culture dalla critica, ma nell’affermare che nessuna cultura, compresa quella occidentale, può sottrarsi al confronto razionale.

È forse questa la domanda più urgente: quanto della difficoltà occidentale nel parlare dell’Islam deriva ancora da categorie interpretative forgiate dal marxismo e sopravvissute ben oltre la fine del comunismo? È un interrogativo che non riguarda soltanto la sinistra, ma il modo stesso in cui l’Europa continua a leggere se stessa e gli altri.

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