Milano

Perché l’Election Day ora conviene a tutti: Meloni, Schlein e i milanesi

Inizialmente non le voleva nessuno, ora però potrebbero risolvere i problemi di tutti: mentre la politica si avvita in ragionamenti non sempre efficaci, il buon senso impone di stringere i tempi

7 Novembre 2026

Nonostante i numerosi mal di pancia denunciati a mezzo stampa, Milano continua ad aspettare il via libera di Roma per avviare la macchina delle primarie. La dirigenza locale si adegua, ma non è certo una sua iniziativa quella di aver posto un macigno sul pedale del freno: tutto dipende dal Nazareno, la cui tattica rischia però di non cogliere nel segno.

Lo scenario è chiaro: nonostante il netto vantaggio del PD sul M5S, Elly Schlein non avrebbe vita facile nello sconfiggere alle primarie Giuseppe Conte, già due volte Presidente del Consiglio, senza contare l’ulteriore concorrenza che potrebbe arrivare da Silvia Salis, Giorgio Gori e/o da un candidato targato AVS (Francesca Albanese ha pubblicamente declinato l’invito, ma il corteggiamento continua). La segretaria Dem prende tempo, anche perché la legge elettorale voluta dal centrodestra è all’esame della Corte Costituzionale. L’obbligo di indicare il candidato Premier è un siluro astutamente lanciato da Giorgia Meloni nei confronti di un campo piú frammentato che largo. Con altrettanta evidenza, è però una mossa lesiva delle prerogative del Presidente della Repubblica, a cui spetta la scelta, ed è quindi molto probabile che gli ermellini ne stralcino almeno questa parte, rendendo inutili le primarie. A quel punto, la forza di ciascun partito si misurerebbe direttamente nelle urne ed è ovvio che in caso di successo del centrosinistra la più probabile inquilina di Palazzo Chigi sarebbe proprio Schlein, leader del principale partito della coalizione.

Il piano però cozza con i tempi non fulminei dei giudici costituzionali: in questo bizzarro Paese, è già successo che il Parlamento venisse formato sulla base di una legge elettorale sconfessata solo ex post dalla Corte. Non solo. L’urgenza delle primarie è sollecitata anche dall’ipotesi di voto anticipato a maggio, tornata a prendere piede nel centrodestra per varie ragioni: assicurato il diritto al vitalizio dei parlamentari in carica, si coglierebbe in contropiede Vannacci mentre la sua arrembante crescita inizia a flettere nei sondaggi e si eviterebbe di danneggiare l’immagine del Governo nazionale con i risultati delle amministrative nelle grandi città, dove il centrosinistra è nettamente favorito.

Si va quindi verso un Election Day che inizialmente non convinceva affatto Meloni e che oggi invece diventa la strada maestra, a meno che il turbolento scenario internazionale non imponga di arrivare a fine legislatura. Ma se veramente a maggio si voterà sia per le politiche per le amministrative, l’Election Day diventa inevitabile anche per le primarie nazionali e milanesi del centrosinistra, nonostante la posizione contraria fin qui manifestata (non pubblicamente) da Schlein e dai suoi consiglieri. Il timore dei Dem romani è che la competizione all’ombra della Madonnina, con ben sette candidati, possa distrarre da quella per la leadership del centrosinistra nazionale, che come abbiamo visto è tutt’altro che scontata.

Ammesso e non concesso che il ragionamento sia sensato, a spazzarlo via è una considerazione tanto banale quanto non smentibile: a differenza delle politiche, è certo che il voto amministrativo sarà a maggio (o comunque in primavera) e non si può quindi aspettare troppo tempo per le primarie cittadine, castrando così la campagna elettorale vera e propria. L’idea del Nazareno (prima i gazebo nazionali e solo dopo quelli meneghini) cozza con un calendario piuttosto intasato. Se anche, per pura fantapolitica, già domani mattina si definissero le regole per le primarie, per organizzarle ci sarebbero poi dei tempi tecnici che non trovano corrispondenza con la realtà. Tra un mese la concomitanza di Sant’Ambrogio (per i milanesi) e Festa dell’Immacolata (per tutta Italia) farà scattare in tutti gli uffici l’immancabile “se ne riparla l’anno prossimo”. Questo però vuol dire dopo Natale, Capodanno e l’Epifania, che quest’anno cade di mercoledì. Ergo: prima di lunedì 11 gennaio non torneremo al consueto tran-tran quotidiano. Impossibile organizzare in maniera decente i confronti che danno un senso alle primarie. Allora si va a febbraio, dove però la prima metà del mese è zona rossa per via del Carnevale (il 9 nel Paese, ma quello Ambrosiano arriva fino al 13) e delle settimane bianche che per molti milanesi sono un rito altrettanto irrinunciabile. A essere proprio molto bravi e rapidi, si potrebbero fare nel weekend del 20/21, che era infatti la data inizialmente individuata a Milano, o al massimo nel successivo (27/28).

Se però queste date vengono blindate dalla contesa romana, i malcapitati milanesi devono slittare a marzo, ovvero a meno di due mesi dalla data delle elezioni vere e proprie. Che sia un lasso di tempo troppo breve lo capisce chiunque e se il problema riguarda senza dubbio il centrosinistra meneghino, diventa di competenza nazionale se appunto le politiche saranno anticipate come si mormora ormai insistentemente nei corridoi di Montecitorio.

Non sfuggirà al lettore che si tratta di calcoli meramente opportunistici, giusto per essere più realisti del Re. Si potrebbero facilmente aggiungere considerazioni più politiche, perché è francamente incomprensibile che il Pd nazionale consideri le elezioni milanesi un problema, invece che un fiore all’occhiello dal quale lanciare la sfida dei progressisti al governo più di destra nella storia della Repubblica. Tuttavia, quando il tempo stringe è necessario essere pratici e, possibilmente, evitare di farsi del male da soli, indispettendo gli elettori con un tatticismo autoreferenziale, in un’epoca già caratterizzata da una clamorosa disaffezione nei confronti della politica.

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