Arte
A Padova una mostra si interroga sul futuro del corpo
A Padova una mostra d’arte di notevole interesse con 17 artisti e 55 opere a cura di Barbara Codogno analizza il presente e il futuro del corpo
La Città di Padova, nella Galleria Civica Cavour, ospita fino al 4 ottobre una tra le mostre più interessanti e intriganti del momento, “Sul futuro del corpo”, patrocinato dall’Assessorato alla Cultura e da Fondazione Peruzzo e Fondazione Coppola.
Responsabile dell’iniziativa è Barbara Codogno, una vestale della storia dell’arte italiana, personalità che difende e promuove la sacertà di una tradizione che mostra una vivacità prestigiosa e che, proprio all’interno della mostra, offre esemplari testimonianze: ben 55 opere di 17 artisti tra i più rappresentativi del panorama non solo italiano, ma anche mondiale.
La Codogno si pone il problema di dove stia andando la società odierna e di quali cicatrici si possa cercare il segno nella storia personale a causa di una estremistica e incontrollabile forma di sviluppo tecnologico-economico, in un ambito in cui il corpo diventa vero e proprio luogo di confine, in cui si scontrano e si rendono visibili opposte tendenze e interessi, conflitti, le differenti visioni che rivelano tutte le ambiguità, le contraddizioni, i rischi di un sistema che appare tetragono e che invece nasconde lacerazioni d’ogni sorta di cui il corpo incarnato è testimone passivo, quasi vittima sacrificale, destinato a un processo di disconoscimento, di disindividuazione, ma anche di distruzione: le recenti dimissioni di dirigenti da ditte che producono A.I. disegnano scenari apocalittici al riguardo, l’estinzione della specie entro pochi anni.
Che cosa può e deve fare l’arte di fronte a scenari così complessi e pericolosi?
È forse l’osservatore, il visitatore della mostra che deve porsi domande e cercare negli artisti le vie di una possibile alternativa all’attuale desertificazione dell’umano e del biologico, del naturale.
Nella galleria sono esposte, tra le altre, opere di Bisandola, Giurato, L’Altrella, Samorì (elenco in rigoroso ordine alfabetico), tra i massimi autori viventi, dei quali il sottoscritto ha già parlato in numerose altre occasioni, ma anche di due artisti su cui non si è avuta l’opportunità da parte dello scrivente di esaminare i contenuti, e cioè quelli di Enrica Berselli e di Luca Bidoli, ai quali prestamente si accenna.
Enrica Berselli e Luca Bidoli sono accomunati da una vocazione per la visionarietà che attualmente raggiunge in loro vertici altissimi di profondità, equilibrio, temerarietà creativa.
La Berselli è presente con alcune opere, in particolare spicca “Pharmakopita”, che all’osservatore suggerisce lo stupore che comporta anche il terrore, in questo assecondando l’origine etimologica del temine greco θαυμάζειν. Viene rappresentato mediante una luce che fa risaltare in modo trasfigurante, oscuro, livido e drammatico le fattezze di un corpo morto simile al Cristo morto nella tomba di Hans Holbein il Giovane (di cui sono rispettate perfino le misure, ma tornano alla mente anche il Cristo morto del Mantegna, di Annibale Carracci, di Orazio Borgianni e la ricerca di Agostino Arrivabene. Esibita in completa nudità, presentata di fianco sul lato destro, la figura berselliana evoca un compianto silenzioso, suggerendo un ambiente claustrofobico, l’Immagine della Morte che sta però quietamente deflorescendo in elementi naturali, ghermita da una mano nera, quella della Metamorfosi o della Natura stessa. Eraclito a tal proposito scrive: “Vitae nomen quidem est vita, opus autem mors”. Dalla testa priva del cranio un cappuccio della falconeria potrebbe essere scambiato per il disperdersi di un effluvio grigio di materia costituita da una retina tessile, su cui si ergono piccole formazioni ovoidali imbozzolate come galle – le escrescenze che si formano sulle foglie, sui rami, sul tronco e sulle radici dei vegetali, generate dalla parassitosi di funghi, batteri, insetti o acari, proliferazione delle cellule vegetali della pianta stessa. Accanto, c’è perfino un piccolo corno, enfiagione tumorale oppure simbolo di una natura ambigua, che trasforma ogni elemento secondo una bizzarra volontà? Si staccano pelli di serpenti, viluppi vegetali fuoriescono dal petto; dalle mani si allungano pesci deformi. Ad una osservazione più attenta, l’immagine non riguarda una immota danza macabra, bensì una rinascita in atto, la Morte che trae linfa dalla vita per rigenerare.
C’è anche una successiva interpretazione che si coglie della rappresentazione. Nel Corpo del Cristo viene raccontato il martirio della natura, la cui sacralità è offesa e resa macabra visione, grazie anche alla citazione di Holbein e delle altre opere precedenti. È per questo motivo che l’artista imprime sull’opera le lettere E B P, Enrica Berselli Pinxit, alla maniera antica, per ringraziare la storia della pittura che le ha permesso di arricchire l’immagine rappresentata di riferimenti simbolici.
Se deve esserci mutazione, che mutazione sia, afferma apoditticamente la Berselli, ma che sia l’alterazione di un’anatomia, cioè di un corpo, di una escrescenza della Natura che ogni creatura rende sacra, inviolabile e permeabile, proprio perché soggetta a ogni specie di trasformazione. È dunque la trasformazione ad essere divina, ad essere il Divino, il Sacro, l’Appartato, a patto che e purché le fibre continuino a formarsi, cioè a rendere possibile la concretizzazione di un aspetto visibile della necessaria corporalità di quel sintomo del naturale che è il sentimento, flusso invisibile di energia che si trasmette, al di là del corpo, tra l’artista e l’osservatore producendo l’appello della visionarietà a cui entrambi sono chiamati, per rendersi testimoni di una sacertà condivisibile solo attraverso questo complicato procedimento di cui non si può fare a meno: del flusso del sentimento e dell’istanza della memoria che appartengono alla resistenza dell’ex-sistere.
Il corpo è dunque un elemento della resistenza di ciò che viene ad insistere fuori della stasi, della forma, per mutare in se stessa e nell’alterità di un processo che non è più individuale ma collettivo. La Berselli interroga il micrologico, ciò che avviene nel minuto, quasi nell’invisibile, e che comporta l’abbandono della forma attraverso la pelle – come se la pelle fosse una specie di cortina, ciò che separa ma che reca in sé già le caratteristiche di un’altra specie, specificità che da un momento all’altro possono implementarsi nel corpo precedente e trasformarlo. Tutto è mutazione ed è impossibile assoggettare questo lento procedere a leggi specifiche, ad algoritmi matematici, se gli stessi algoritmi non mutano essi stessi liberamente, senza alcun controllo.
La Berselli esplora ogni campo della mutazione, pure quella che separa il fisico dal virtuale, il naturale dall’artificiale, il visibile dall’invisibile, l’umano dal macchinico, i sensi dalla loro stessa deprivazione. Entra nella pelle di serpente del mondo naturale e ne rende visibile il campo (quantistico?) di resistenza.
Luca Bidoli sarebbe stato uno dei pittori più amati da Warburg, per le doti di perfezione che ne fanno un incisore alla Dürer e per la capacità di proiettare nel più piccolo spazio la maggiore quantità possibile di citazioni della storia del figurativo, riuscendo a generare wunderkammer su scala ridottissima, a scatenare proliferazioni del visionario sulla punta di un indice, mondi che si organizzano e vivono nella più oscura invisibilità, interdetti alla visione dell’uomo. Una incursione negli abissi ctoni del sogno di un batterio, di un nano, una storia della trasfigurazione dell’infinitamente piccolo in cui ogni elemento si fonde o si intreccia con l’altro, in cui la metamorfosi, la mutazione, l’implosione sono la base di ogni futura immagine, che poi diventerà “adulta”? Tutto il mondo raffigurabile reso mirabile intreccio da cui prenderanno le forme ogni singola immagine, dunque Bidoli rappresenta la gemmazione, la transdifferenziazione, la capacità dell’immagine, in una situazione di stress – di eccessiva produzione di immagini, come accade nelle odierne condizioni ambientali sfavorevoli – di regredire a uno stadio totipotente dal quale poi può rigenerarsi, moltiplicarsi e differenziarsi (il procedimento biologico della Turritopsis nutricula, detta anche medusa immortale, o dell’axolotl o Ambystoma mexicanum, di cui parla Roger Bartra ne La gabbia della malinconia, che in ambienti ostili torna allo stadio larvale, rigenerandosi attraverso la neotenia.

Devi fare login per commentare
Accedi