Cinema

«The Odissey »di Christopher Nolan parla di noi

“The Odissey” di Christopher Nolan non ha come fine l’interpretazione corretta e definitiva di un testo. È la lettura al tempo presente di quel testo. Ovvero parla di noi, prima ancora che parlare a noi.

6 Settembre 2026

La discussione seThe Odyssey di Christopher Nolan sia fedele o meno al testo omerico probabilmente ci fa perdere un aspetto della questione.

Quell’aspetto che non consideriamo è chi siamo noi. Ovvero quale sia la lettura che ci accompagna nel momento in cu riprendiamo in mano un testo. Il tema non è che cosa racconta quel testo, ma che cosa tratteniamo noi che lo leggiamo.

Se noi rimaniamo alla struttura del racconto il tema riguarda la brutalizzazione della guerra.

Nella narrazione dell’Odissea (questo è un aspetto indifferente dalla versione originaria a quella più volte ripetuta, compresa la versione proposta da Nolan) il tema è fare i conti con la scoperta della violenza come modalità di compiere sterminio. È il tema del «conspecifico», come lo ha denominato Luigi Zoja nel capitolo dedicato all’analisi dell’incubo nel suo Contro Ismene.

«La diversità dell’altro (che è relativa e culturale, ma molto visibile da quando gli umani, invece di esser nudi e eguali come gli animali, si vestono) viene sentita come assoluta: si mettono in atto i comportamenti di indifferenza, ma anche di ostilità o di crudeltà, che una specie animale ha con una specie differente. Se l’altro appartiene a un’altra specie, cadono le inibizioni a uccidere istituite dalla natura» [Contro Ismene, p. 69).

Dunque se noi stiamo a questo livello chi ha osservato (per esempio Maria Scermino) che Ulisse di Nolan “è tremendamente fedele alla nostra epoca” ha colto un aspetto importante di quell’operazione culturale a prescindere dalla fedeltà o meno alla lettera del testo.

In questo probabilmente ciò che Nolan mette in mostra è il profilo di chi torna a casa dalla guerra e ha il problema di sottolineare e indicare, a chi la guerra l’ha solo sentita arrivare ma non l’ha vista, che fare la guerra, parteciparvi in prima persona, si misura sugli effetti. Da una parte quelli immediati, ovvero cogliere la differenza tra prima e dopo. Dall’altra avere consapevolezza della necessità di un piano di lavoro per il dopoguerra. Ovvero: prendere coscienza dell’umanità perduta e testimoniare dell’urgenza di una nuova etica.

Il tema non è dunque solo cosa è successo (e se il racconto è fedele agli eventi) ma quale sia l’agenda per dopo a chi voglia tornare a riflettere sulle trasformazioni indotte, se quelle trasformazioni siano irreversibili e quali procedure o quali percorsi occorra attivare per pensare un dopo che sia non conseguenza a ciò che in guerra è avvenuto, ma replica e contromossa agli effetti indotti e divenuti costume, in seguito alla partecipazione alla guerra. Un tema che molti anni fa ha posto Zygmunt Bauman con il suo Modernità e Olocausto, con l’intento di trasformare l’urlo “Mai più” da insorgenza morale a progetto e programma di riscrittura del patto di coesistenza.

Un profilo che forse allude non alla lettera del testo di Omero, ma alla lettura dell’Odissea.

Ovvero il problema non è la fedeltà al testo, ma una proposta di rilettura che rompa con la consuetudine o che si ponga in alternativa alla narrazione consolidata.

La proposta di Nolan su Ulisse è quella del ritorno avendo la consapevolezza che non sarà sufficiente l’uccisione del nemico o della minaccia rappresentata dai Feaci a ristabilire l’ordine, l’equilibrio e la pace. Per intraprendere un nuovo inizio si tratta di mantenere un profilo di scommessa sul futuro, che non è iscritto nel passato o nel ristabilimento dello status quo ante, ma chiede di andare a vedere anche altrove (anche per questo la conclusione del film non è in contraddizione con il poema omerico) avendo consapevolezza dei propri limiti, dell’età che si ha, del poco tempo che rimane, ovvero del peso della vecchiaia, come Ulisse dice a Euriclea nel momento in cui la vecchia serva sta per scoprire la cicatrice e lo riconosce [Odissea canto XIX, v. 360].

Una sfida che riguarda noi qui. Ora.

Non è questa la forza di un testo che considriamo classico? Non qualcosa che si fissa nella nostra mente per ciò che afferma, ma per come ci obbliga a pensare e rifarlo ogni volta nostro.

Accade così pr ogni testo classici. Ma alle vote ci sono testi classici che obbligano a ripensare come leggerli

Consideriamo un diverso testo classico: l’Eneide di Virgilio?

Testo che può essere letto da due punti di vista non solo distinti, ma anche opposti.

Primo profilo. Enea è un fuggitivo che cerca una possibilità di nuova vita dall’altra parte. Sa di essere il portatore di un passato di gloria. Non va in cerca di riscatto, ma di costruire una nuova Troia dall’altra parte. Va a cercare un luogo dove rifondare la propria comunità Vale anche in relazione al tempo di scrittura del testo: quella storia di passato serve a dare fondatezza e alla propria forza nel tempo attuale (ovvero nel tempo quando Virgilio scrive l’Eneide).

Secondo profilo. Al momento del suo arrivo nel Lazio, Enea e il suo gruppo, sono accusati da parte del latino Turno, di voler rubare le donne, di voler distruggere la realtà presente. L’esito della guerra sarà la vittoria di Enea Chi vince è un non Romano, un non Latino, un extracomunitario.

LEneide non è dunque solo la narrazione di un successo in nome di un progetto di rifondazione, ma anche la parabola della eclisse di una civiltà azzerata da chi arriva dal mare o da chi attraversa clandestinamente il confine.

Nel caso che qualcuno volesse ripetere l’operazione proposta da Nolan con The Odyssey scegliendo Eneide, che farebbe? Quale percorso proporrebbe, magari anche distinguendo rispetto ai due che ho tracciato?

Non ci riguarda solo come spettatori. Ma anche come utenti.

Quanta possibilità c’è che Eneide rimanga tra le letture d’obbligo per la formazione del bravo cittadino e del bravo italiano del futuro? E se rimane con quale percorso di lettura verrà proposto?

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