Beni culturali

I due Ercoli

A Pietralata (Roma) riemerge un sacello con tre statuette di Ercole, il dio italico della transumanza e delle bonifiche. Da Roma al fascismo il potere ha sempre preferito l’Ercole che vince a quello che lavora.

29 Giugno 2026

A via di Pietralata, periferia est di Roma, uno scavo di archeologia preventiva ha riportato alla luce un piccolo edificio di culto. Dentro, sei statuette di bronzo alte otto centimetri. Tre raffigurano Ercole. Le monete datano il sacello tra la fine del III e il II secolo avanti Cristo. Era stato costruito sopra un deposito votivo più antico, già abbandonato, pertinenti al quale sono state rinvenute teste e piedi di terracotta e due buoi. Intorno allo scavo c’è una lottizzazione privata di quattro ettari.

L’Ercole di quelle statuette è il dio piccolo, il protettore della strada e della fatica, dei pastori e dei mercanti, delle greggi che si spostano. Nella sua versione italica, prima che Roma lo rivestisse alla greca, era la divinità delle opere che rendono abitabile un territorio: il disboscamento, la regolazione delle acque, la bonifica delle paludi, la transumanza, gli scambi lungo le vie.

Il sacello di Pietralata sta dentro quella geografia. La via Tiburtina è il tratto romano di una lunghissima direttrice di transumanza che scende dall’Abruzzo verso il Foro Boario, il mercato dei buoi sotto il Palatino. Ho seguito quella strada per un documentario, da Sulmona e Alba Fucens giù per la valle dell’Aniene fino a Roma. Per quasi tutta la sua lunghezza è punteggiata di templi e sacelli a Ercole. Quello appena emerso dagli scavi è un nodo di quella rete, in periferia.

Poi c’è l’altro Ercole. Alla fine della stessa strada, nel II secolo avanti Cristo, un ricco mercante tiburtino, Marco Ottavio Erennio, scampato ai pirati, fa erigere a proprie spese il tempio rotondo al Foro Boario. Al santuario si versava la decima di ogni guadagno. La pagavano i mercanti insieme ai condottieri vittoriosi di ritorno dalle guerre. A Tivoli il dio prende l’epiteto militare di Vincitore. Il dio dei pastori diventa il dio del bottino e del trionfo, il garante di chi torna carico di prede.

Da lì in avanti il vincitore occupa tutto lo spazio. L’imperatore Commodo si fa ritrarre con la pelle del leone e la clava, Ercole romano in carne e ossa. I Farnese mettono il colosso erculeo al centro della loro collezione, muscolo di dinastia. Ogni potere che voglia dirsi forte sceglie lo stesso modello. Prende l’Ercole che ha già vinto e lascia da parte quello che fatica.

In Agro Pontino il regime non ebbe bisogno di nominare Ercole. Aveva già fatto del suo capo l’eroe che prosciuga la palude e sconfigge la malaria, il fondatore di città, l’atleta fotografato dal basso per sembrare più alto. La rivista dell’Opera Nazionale Combattenti si chiamava “La conquista della terra”. Nel 1932, inaugurando Littoria, Mussolini – mentendo – chiamò la bonifica “la guerra che noi preferiamo”. L’antico dio italico era esattamente questo, la divinità delle bonifiche e della regolazione delle acque. Duemila anni dopo la stessa impresa tornava travestita da epopea del capo. La bonifica fu prima di tutto, prima del fascismo, un’operazione capitalistica dell’Italia liberale e dei movimenti elettrofinanziari, con protagonisti come Gino Clerici. Un’idea di progresso e modernizzazione. Il fascismo la riscrisse come redenzione, concessa dall’alto da un’impresa mitologica.

Il meccanismo non è invecchiato e si rinnova ogni volta che si esalta l’Ercole Vincitore e si dimentica quello piccolo, il dio della strada e della fatica condivisa. Il culto dell’uomo che vince da solo, che bonifica e mette ordine, è ancora la forma che il potere italiano oggi preferisce.

Il sacello di Pietralata sorse sopra un culto già dismesso. Adesso, sopra il sacello, passerà la lottizzazione. Il dio piccolo si copre per fare spazio a chi vince. E guadagna.

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