Musica
Le voci dei popoli
Poeti di diversi paesi cantano la rivolta contro l’ingiustizia.
Hans Werner Henze è esplicito: “Questi ventidue Lieder costituiscono contributi al tema del Lied politico”. Sono poesie del cubano Heberto Padilla, di Ho Chi Minh, di Bertolt Brecht, di Mario Tobino, di Giuseppe Ungaretti, di Enzensberger (traduttore anche di Ho Chi Minh), e altri. Se ne capisce meglio il senso se si riflette sul fatto che in tedesco la parola Lied significa canzone. Qualunque canzone. Il re degli elfi di Schubert su una poesia di Goethe come Lili Marlene di Norbert Schultze su una poesia di Hans Leip. Come del resto l’inglese song, lo spagnolo canción, il francese chanson, che possono indicare tanto un canto di Britten quando dei Beatles, un tango di Gardel e una canción di Falla, una musica di Debussy o di Jacques Brel. Solo noi italiani abbiamo conferito alla parola canzone, nata come definizione del genere più alto di poesia, dal provenzale canso (accento sulla o), divenuta pertanto epiteto della musica d’intrattenimento, San Remo o giù di lì. Al punto, per chi non lo sappia, che la S.I.A.E. dà meno contributi a un canto che si chiami canzone che a uno che si chiami Lied, obbligando così il compositore d’arte italiano a chiamare Lieder le proprie canzoni, che altrimenti scambiate per canzonette sarebbero pagate di meno. Ma lasciando da parte le miserie linguistiche degli italiani (e la loro tradizionale ignoranza in fatto di poesia e di musica), questi Lieder di Henze hanno un modello sotterraneo, segreto, che talora affiora con evocazioni evidenti, ma in genere si affida piuttosto al clima di canto insieme intimo e politico, d’arte e popolare, che attraversa tutto il ciclo. Marcette, valzer, canti alla Brecht-Eisler, ma anche severe costruzioni seriali, appassionati accenti espressionistici. Chi anni fa rimproverava Henze di non scegliere quale musica “moderna” volesse comporre chiamava sprezzantemente la sua musica “eclettica”, mentre invece il compositore tedesco aveva una idea chiarissima della modernità: l’idea di una infinita e variegata possibilità di forme. Esattamente come Mahler, al quale pure si rimproverava una certa “banalità” dei motivi, una troppo facile cantabilità. Schoenberg scrisse un articolo risentito e indignato contro questa opinione denigrante: ma come? qualcosa che qualunque studente di composizione è capace di fare, vale a dire scrivere difficile, evitare la banalità, un compositore del livello di Mahler sarebbe incapace di fare? Evidentemente, aggiunge Schoenberg, ciò che a molti sembra banalità è invece qualcosa d’altro. Di fattti Voices di Henze è questo qualcosa d’altro: attraverso la voce dei poeti la rivolta dei popoli contro l’ingiustizia. Riascoltarli, questi Lieder, queste canzoni, l’altra sera, al Teatro Studio dell’Auditorium di Roma, splendidamente interpretati dal New European Ensemble diretto da Carlo Boccadoro, e con la partecipazione del contralto Carina Vinke e del tenore Peter Tantsits, per il Romaeuropa Festival in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, è stata un’esperienza indimenticabile. Non solo per la bellezza, il coinvolgimento anche emotivo della musica, ma anche per il ricordo di Henze, delle avventure musicali, teatrali, organizzative (festival di Montepulciano), politiche di quegli anni, e la capacità, davvero unica, forse unica, d’inventarsi, di volere un mondo alternativo alle ingiustizie e alla ferocia del mondo reale. In questo senso, anche, questa musica è politica. Come del resto lo stesso Henze afferma della poesia di Heine, tra i poeti del ciclo, l’unico non del Novecento. Ma è pur sempre il poeta della Winterreise di Schubert. C’è anche un aspetto teatrale, o meglio l’aspetto di un gioco teatrale, in questi Lieder, che gli interpreti hanno reso benissimo: la ragazza che cammina avanti e indietro davanti all’orchestra maneggiando uno yo-yo, il contralto che a un certo punto indossa una scialle rosso, il tenore che adatta le espressioni del viso all’espressione musicale e poetica del momento, gli strumentisti che si alzano dal loro posto e si riuniscono a lato dell’orchestra per formare un piccolo coro da camera. Carlo Boccadoro tiene insieme limpidamente tutte le fila. Ha avuto anche lui il suo breve momento di teatro: prima dell’inizio, quando ha comunicato con spirito al pubblico che ci sarebbe stato un breve intervallo tra i primi unidici Lieder e gli undici conclusivi, ma talmente breve che non si sarebbero accese le luci, e sarebbe stato inopportuno uscire dalla sala e percorrere i “47 chilometri del corridoio”, per raggiungere il foyer, lo pregava dunque di restare pazientemente seduto. Verissimo, si cammina un eternità per raggiungere il Teatro Studio. E poi, se si spengono tutte le luci, tranne quelle del palco dell’orchestra, rendendo dunque impossibile al pubblico di seguire la successione dei Lieder leggendo i titoli sul programma di sala, allora bisognava proiettare nei sopratitoli, insieme ai testi e alle traduzioni, anche i titoli di ciascun Lied e il nome di ciascun poeta, rendendo così di fatto leggibile ciò che per il buio non si poteva leggere nel programma di sala.
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